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L’importanza della Comunione quotidiana nel nostro tempo

Il decreto antigiansenista
"Sacra Tridentina Synodus"
in favore della Comunione frequente
approvato da San Pio X

Il tema della frequenza, delle condizioni e delle modalità per accostarsi all’Eucaristia è stato oggetto di un vivo confronto in diversi periodi della storia della Chiesa. Nella prima metà del Seicento nacquero diverse correnti filosofico-religiose, che a scopo storiografico e in modo approssimativo possono essere ricondotte a due orientamenti: quello gesuitico e quello giansenista. Queste correnti si erano date battaglia su diversi argomenti teologici, in modo particolare sulle  condizioni necessarie per la Comunione frequente e quotidiana

Contro la Comunione frequente si schierò in modo deciso il giansenismo, movimento che prendeva il nome dal suo iniziatore, il teologo e vescovo olandese Giansenio (Cornelis Otto Jansen, 1585-1638).

Giansenio estremizzava l’idea di S. Agostino secondo cui l’uomo, dopo il peccato originale, non è più in grado di volere o compiere il bene con le sole sue forze. All’uomo peccatore Dio non è tenuto, in giustizia, a concedere la grazia: questa è data soltanto a coloro che Dio, nella sua volontà imperscrutabile, ha predestinato, indipendentemente e prima di ogni previsione dei meriti. Per questo forte accento sulla predestinazione, il giansenismo è stato accostato al calvinismo. Altri aspetti importanti del giansenismo sono il rigorismo morale, l’episcopalismo e l’importanza fondamentale attribuita alla Bibbia e agli scritti dei Padri della Chiesa.

Con un decreto del 12 febbraio 1679, approvato da papa Innocenzo XI, la Santa Sede ha condannato alcuni errori di matrice giansenista e gli abusi che ne sono derivati, dichiarando peraltro che tutte le persone, di qualsiasi classe sociale, potevano essere ammesse alla Comunione frequente, in base alla pietà di ciascuno e al giudizio del loro confessore e del loro parroco.

Il testo del decreto si richiamava altresì al Concilio di Trento, laddove si era espresso l’auspicio che  in ogni Messa i fedeli presenti si comunicassero col ricevere sacramentalmente l’Eucaristia.

Tuttavia, il “veleno giansenista” non è mai scomparso del tutto dalla Chiesa. La discussione sulle disposizioni per comunicare bene e frequentemente è sopravvissuta alle dichiarazioni della Santa Sede e così, lungo i secoli, vi furono uomini di Chiesa e anche teologi di grande fama che giudicavano che solo poche volte, e rispettando delle condizioni estremamente rigorose, poteva essere concessa ai fedeli la Comunione quotidiana.

Papa Leone XIII sentì l’esigenza di chiarire questo argomento, ritenendo il problema tutt’altro che marginale in epoca moderna, in quanto aveva portato turbamento nelle coscienze di confessori e fedeli, con grande danno nella vita spirituale.

Perciò, visto il clima di grande confusione, emanò l’enciclica Mirae caritatis del 28 maggio 1902, dedicata proprio alla Santissima Eucaristia, dove scriveva:

«Noi, cui resta poco da vivere, nulla possiamo desiderare di meglio che ci sia dato di eccitare negli animi di tutti e di alimentare l’affetto di memore gratitudine e di debita devozione verso il mirabile Sacramento nel quale giudichiamo basarsi in modo speciale la speranza e l’efficacia di quella salvezza e di quella pace a cui ognuno tende con passione».

Per questo «si corregga quel dannosissimo, diffuso errore di coloro che pensano che l’uso dell’Eucaristia sia da riservare a quelle persone che, in mancanza di [altre] preoccupazioni e con animo gretto, si beano di propositi di vita devota. Mentre quella cosa, di cui nulla è più eccellente e salutare, appartiene assolutamente a tutti, qualunque sia il loro grado o il loro ufficio, a tutti quanti vogliono (e non c’è chi non debba volerlo) alimentare in sé la vita della grazia divina, il cui scopo è il conseguimento della vita beata in Dio».

Papa Pio X, succeduto a Leone XIII, perseguì lo stesso intento del predecessore. Infatti, nella sollecitudine e nello zelo da cui era animato, avendo grandemente a cuore che il popolo cristiano fosse attratto  al Sacro Banchetto con maggior frequenza per ricevere più abbondanti frutti di santificazione, incaricò la Sacra Congregazione del Concilio di esaminare e definire la questione. 

Pertanto, il 20 dicembre 1905 venne emanato il decreto Sacra Tridentina Synodus che invitava tutti i fedeli  alla Comunione frequente e quotidiana, dettando come uniche condizioni lo stato di grazia (cioè la condizione di chi non ha sulla coscienza peccati mortali) e la retta intenzione (cioè il fine di piacere a Dio e di santificarsi). Ecco un passaggio significativo del decreto:

“Gesù Cristo e la Chiesa desiderano che tutti i fedeli s’accostino ogni giorno al banchetto sacro, soprattutto affinché i fedeli, stando uniti a Dio per mezzo di questo sacramento, ricevano da esso la forza di reprimere le loro passioni, di purificarsi delle colpe leggere in cui incorrono quotidianamente, e di evitare le colpe gravi, alle quali è esposta la fragilità umana: il fine principale di questo sacramento non è dunque di rendere onore e venerazione al Signore, né di essere premio o paga per le virtù di coloro che si comunicano (4). Perciò il santo Concilio di Trento chiama l’Eucaristia «l’antidoto che ci libera dalle colpe quotidiane e che ci preserva dai peccati mortali » (5)”

Da notare i termini impiegati. La Comunione quotidiana – “ogni giorno” non semplicemente “frequente”! – è un desiderio per “tutti i fedeli” (non soltanto per alcuni, ad esempio per i religiosi…) che proviene non solo dalla “Chiesa” ma anche da “Gesù Cristo”. Non si tratta quindi di una mera disposizione ecclesiastica, ma di un’affermazione riconducibile alla volontà divina di Nostro Signore.

Si spiega poi il motivo per il quale la Comunione quotidiana è voluta da Gesù e dalla Chiesa: perché è un rimedio necessario nella lotta contro il peccato e le passioni: fortifica, purifica e previene le cadute. Si tratta quindi di un sacramento per i “deboli”, non per i perfetti, sebbene sia necessario essere in stato di grazia per riceverlo. Inoltre, in opposizione alla visione purista dei giansenisti e di altri movimenti rigoristi (che ancora oggi imperversano nella Chiesa!), si precisa che questo sacramento” ha certamente come scopo di rendere onore e venerazione al Signore, ma non è questo il suo “fine principale”; il fine principale è di sostenere l’umana debolezza nella lotta contro il peccato per condurre il fedele alla santificazione. Per questo, non va considerato come un “premio o una paga per le virtù di coloro che si comunicano”.

Si osservi che questo decreto è molto attuale. Anche oggi, infatti, satana escogita “santi pretesti” per indebolire i fedeli più devoti, allontanandoli dalla Comunione frequente  e quotidiana, in nome di una propria presunta indegnità a ricevere l’Eucaristia o in nome di un rifiuto a riceverla nel modo comandato dalla Santa Chiesa, seguendo invece dettami provenienti da false rivelazioni o da falsi maestri. Il demonio, nella sua grande astuzia, si serve di ogni inganno pur di impedire ai fedeli di accostarsi spesso a questo rimedio della concupiscenza, spesso attraverso una visione eccessivamente “scrupolosa” e “purista”, magari avallata da false locuzioni o apparizioni, non riconosciute dall’Autorità ecclesiastica. Il suo scopo, infatti, è di indebolire le anime dei fedeli, specialmente quelle più fervorose e devote!

Riportiamo qui di seguito per intero le nove disposizioni stabilite dal decreto Sacra Tridentina Synodus:

1°. La comunione frequente e quotidiana, essendo sommamente desiderata da Cristo Signore e dalla Chiesa cattolica, sia resa accessibile a tutti i fedeli, di ogni ordine e condizione; così che nessuno, purché sia in stato di grazia e si accosti alla santa Mensa con retta intenzione, possa esserne impedito.

2°. La retta intenzione consiste nell’accostarsi alla santa Mensa, non per abitudine, o per vanità, o per motivi umani, ma piuttosto per piacere a Dio, per unirsi sempre di più a Lui attraverso l’amore e per applicare questa medicina divina alle proprie debolezze e difetti.

3°. Sebbene sia molto conveniente che coloro che comunicano frequentemente o quotidianamente siano esenti dai peccati veniali, almeno da quelli del tutto volontari, e dal loro affetto, è sufficiente però che siano liberi dai peccati mortali e abbiano il proposito di non peccare per l’avvenire: se esiste nell’anima questo sincero proposito, non è possibile che coloro che fanno la Comunione tutti i  giorni non si correggono, a poco a poco, anche dei peccati veniali e dell’affetto ad essi. 

4°. Come i Sacramenti della Legge Nuova, sebbene producano il loro effetto ex opere operato (di per sé), tuttavia questo effetto è tanto maggiore quanto più perfette sono le disposizioni di coloro che li ricevono. Occorre perciò badare di premettere alla santa Comunione una preparazione diligente e, dopo averla ricevuta, fare seguire un conveniente ringraziamento, secondo le forze, la condizione e i doveri di ciascuno.

5°. Perché la Comunione frequente e quotidiana sia fatta più prudentemente e abbia più merito, sarà  necessario il consiglio del Confessore. Tuttavia, i Confessori stiano molto attenti a non allontanare dalla Comunione frequente o quotidiana coloro che sono in stato di grazia e che si avvicinano con retta intenzione.

6°. Essendo evidente che la Comunione frequente o quotidiana aumenta l’unione con Cristo, rafforza la vita spirituale, l’anima si arricchisce di virtù e ci dà un pegno più sicuro della felicità eterna, i Parroci, Confessori e Predicatori, seguendo la dottrina approvata dal Catechismo Romano, esortino con frequenti avvisi e con zelo premuroso, il popolo cristiano a questa pratica così pia e salutare.

7°. La Comunione frequente e quotidiana deve essere incoraggiata specialmente negli Istituti religiosi, di qualunque genere essi siano, per i quali resta comunque in vigore il Decreto Quemadmodum, del 17 dicembre 1890, emanato dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari. Essa deve essere promossa il più possibile anche nei Seminari, i cui studenti desiderano ardentemente servire all’altare; e anche nelle altre scuole giovanili cristiane.

8°. Se vi sono degli Istituti, di voti semplici o solenni, le cui regole, costituzioni o calendari indicano alcuni giorni di Comunione, queste norme devono essere prese come mere direttive e non come prescrittive. E il numero designato di Comunioni deve essere considerato come minimo secondo la pietà dei Religiosi. Pertanto, la Comunione più frequente o quotidiana deve essere sempre lasciata libera, secondo le precedenti norme del presente Decreto.

. Infine, dopo la promulgazione di questo Decreto, tutti gli scrittori ecclesiastici si astengano da ogni discussione polemica riguardante le disposizioni per ricevere la Comunione frequente e quotidiana.