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La fede di sempre nel “Credo di Paolo VI”

In un tempo di grande confusione dottrinale, San Paolo VI conferma la Chiesa nella fede di sempre con il "Credo del Popolo di Dio"

Il Credo del popolo di Dio è una Professione di Fede proclamata da san Paolo VI il 30 giugno 1968 nella Basilica Vaticana a conclusione dell’Anno della Fede indetto in occasione del XIX centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo.

Da alcune ricostruzioni storiche si è venuti a conoscenza che nell’elaborazione del contenuto del “Credo” fu decisivo il ruolo di un laico, Jacques Maritain, sostenuto dal cardinale svizzero Charles Journet. Nello stendere il suo testo, il filosofo francese aveva seguito quasi istintivamente il sensus fideicome scrisse in una lettera inviata a Journet lo stesso che si esprimeva in maniera concorde nelle richieste provenienti dal Sinodo dei Vescovi e che aveva ispirato il Sommo Pontefice nel proclamare l’Anno della fede, con quella libertà che accompagna sempre le vicende della Chiesa, quando a guidare è il Signore.
Infatti, Maritain sentì la necessità di scrivere la professione di fede al fine di contrastare l’influenza negativa che la Chiesa stava subendo a causa della pubblicazione del «Catechismo olandese», presentato dal cardinale Alfrink nell’ottobre 1966, a cui sono rimproverate affermazioni ambigue sul peccato originale, sulla redenzione, sull’Eucaristia, sulla verginità della Madonna, sul ruolo della Chiesa e del Papa, in altre parole, su quasi tutti i punti essenziali della fede cattolica.
Da ciò si comprende che il problema del testo catechistico era del tutto dottrinale e fin da subito esso suscitò forti perplessità, dentro e fuori i Paesi Bassi, tanto è vero che il Papa volle che tre teologi scelti dai Vescovi olandesi si incontrassero con tre teologi designati da Roma. Questo incontro però non ebbe alcun risultato, poiché le due parti rimasero ciascuna sulle proprie posizioni. Ma fu interessante “l’ordine del giorno”, in cui venivano elencati i quattordici punti controversi: 1. la concezione verginale di Gesù; 2. il peccato originale; 3. la riparazione offerta da Gesù al Padre celeste; 4. l’offerta sacrificale e propiziatoria della croce; 5. il Sacrificio eucaristico; 6. la presenza di Gesù nell’Eucaristia; 7. la transustanziazione; 8. l’esistenza degli angeli; 9. la creazione immediata dell’anima umana; 10. la vita futura; 11. alcune questioni morali; 12. regolazione delle nascite; 13. il primato del Pontefice; 14. il miracolo.

Una volta conosciuto l’esito del colloquio, Paolo VI decise di affidare a una Commissione cardinalizia il compito di esaminare ed emendare il Catechismo olandese.

La Commissione emanò una dichiarazione contenente i punti da correggere nel Catechismo:
1. Punti riguardanti Dio Creatore; 2. La caduta di tutti gli uomini in Adamo; 3. La concezione di Gesù da Maria in modo verginale; 4. La “soddisfazione” operata da Nostro Signore Gesù Cristo; 5. Il sacrificio della Croce e il sacrificio della Messa; 6. La reale presenza e la conversione eucaristica; 7. L’infallibilità della Chiesa e la conoscibilità dei misteri rivelati; 8. Il sacerdozio ministeriale o gerarchico e la potestà di insegnare e di governare nella Chiesa; 9. Alcuni argomenti di teologia dogmatica; 10. Alcuni argomenti di teologia morale.

Gli emendamenti romani però non furono accolti dalla maggioranza dei sacerdoti, teologi e vescovi olandesi e nel gennaio del 1969 il Consiglio pastorale emise una dichiarazione di indipendenza, con la quale si schierò a favore del Nuovo Catechismo senza le correzioni romane, oltre a rifiutare l’enciclica Humanae vitae da poco pubblicata.

Il cardinale Journet, che fece parte della commissione voluta dal Pontefice per esaminare il documento, diede un giudizio netto: “I vescovi olandesi hanno elaborato uno strumento per sostituire, all’interno della Chiesa stessa, un’ortodossia a un’altra, una ‘ortodossia moderna’ all’ortodossia tradizionale”.

In risposta a questa “tragica” situazione, fu dunque proclamata da Papa Paolo VI la solenne professione di fede, che ricalcò il Credo formulato dal Concilio di Nicea e ribadì, tra l’altro, tre punti che in quel tempo erano sottoposti a contestazione:

• Il dogma del peccato originale

«Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa».

• La missione della Chiesa al servizio della verità

«la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù».

• La natura sacrificale della Messa in quanto essa rende presente  sacramentalmente sull’altare lo stesso «Sacrificio del Calvario».

Il Papa stesso, inoltre, spiegò le ragioni per cui volle proporre alla Chiesa il Credo del Popolo di Dio.

Innanzitutto, nell’omelia d’introduzione, il Pontefice dice che la fede è l’inizio dell’umana salvezza, il fondamento e la radice di ogni giustificazione cioè della rigenerazione dei fedeli in Cristo. Senza la fede è impossibile piacere a Dio (Eb 11,6). Infatti essa è il primo dovere dei cristiani, il principio insostituibile del cristianesimo, la fonte della carità, il centro dell’unità, la ragion d’essere fondamentale della religione cristiana, perché, osserva il Pontefice, nell’oggi l’adesione alla fede è diventata più difficile. Per esempio, sul piano filosofico c’è una “crescente contestazione” delle leggi del pensiero speculativo, della razionalità naturale, della validità delle certezze umane e, “il dubbio, l’agnosticismo, il sofisma, la spregiudicatezza dell’assurdo, il rifiuto della logica e della metafisica”, sconvolgono le menti dell’uomo moderno. Ciò significa che “se il pensiero non è più rispettato nelle sue intrinseche esigenze razionali, anche la fede – che, ricordiamolo bene, esige la ragione, la supera, ma la esige – ne soffre”.

In seguito il Papa spiega i “fallaci” rimedi che si cercano di offrire alle moderne crisi di fede. Egli infatti ritiene “disastroso il fare una selezione fra le molte verità insegnate dal nostro Credo, per respingere quelle che non piacciono, e per mantenerne alcune ritenute più gradevoli”; inoltre, disapprova il tentativo di “adattare le dottrine della fede alla mentalità moderna, facendo spesso di questa mentalità, profana o spiritualista che sia, il metodo ed il metro del pensiero religioso”.

A fronte di tutto questo, Paolo VI volle, con il Credo del Popolo di Dio, “proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza” avendo “la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana”.