ARCHIVIO
dei commenti alla Parola del giorno

di Don Francesco Pedrazzi


ARCHIVIO 2021
Dal sabato della XXV settimana
del Tempo Ordinario

ARCHIVIO 2021
Dal martedì dell'VIII settimana al venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario

Ag 1,15b – 2,9; Sal 42; Lc 9,18-22

 

 

Dopo aver rivolto a Israele una parola di esortazione, invitando a ricostruire e riparare la sua “casa in rovina”, ovvero il Tempio di Gerusalemme, oggi il Signore rivolge al suo popolo una parola di incoraggiamento e di consolazione.

Colui che scruta i cuori, scorge negli israeliti sentimenti di tristezza e desolazione, specialmente nei più anziani, che ricordano ancora la magnificenza della casa del Signore – il tempio di Salomone -, «nel suo primitivo splendore». Dice: «In quali condizioni ora la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi?».

Ma ecco che, come un padre che rincuora il figlio afflitto, dice – tramite il profeta Aggeo – «Coraggio, popolo tutto del paese! …al lavoro, perché io sono con voi – oracolo del Signore degli eserciti –, secondo la parola dell’alleanza che ho stipulato con voi quando siete usciti dall’Egitto; il mio Spirito sarà con voi, non temete!».

Ecco la sorgente del coraggio: la certezza che Dio è con noi; anzi, di più: che il suo Spirito è con noi, per darci forza e sostenerci! Egli, infatti, si è rivelato a Mosè come “Colui che è” per sempre in mezzo al suo popolo!

L’incoraggiamento deriva, inoltre, dalla certa speranza in ciò che Egli compirà in avvenire. Annuncia, infatti, il Signore: «La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta!».

Queste parole rivolte a Zorobabele e al popolo di cui era governatore, nato dalla pasqua ebraica,  valgono anche per il popolo di Dio nato dalla Pasqua di Cristo, che è la Chiesa.

Non ci scoraggiamo perché sappiamo che il timone della Chiesa è in mano a Gesù che forma con essa “un’unica e indissolubile realtà mistica”. Sappiamo che Egli è grado di dare alla sua casa una gloria più grande di quella di una volta. Probabilmente non lo stesso tipo di gloria del passato. Una gloria non legata tanto alla magnificenza degli edifici sacri, ma alla santità di vita dei suoi discepoli.

Cristo ha manifestato la gloria della santità sulla crocepassando dalla sofferenza, come ricorda il vangelo odierno. Colpisce quel verbo “deve”: «Il Figlio dell’uomo “deve” soffrire molto…». La sofferenza non è un incidente di percorso o una disgrazia, ma un passaggio necessario per chi decide di donare la propria vita, imitando Cristo. Scrive, infatti, san Pietro nella sua prima lettera: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme…» (1Pt 2,21).

Ma il discepolo non teme perché sa che lo Spirito del Signore è con lui e lo vuole condurre a una gloria sempre più grande, che nemmeno può immaginare.

Un paesaggio autunnale può destare tristezza e malinconia per chi rimane rivolto al passato, ripensando ai fiori della primavera e ai frutti dell’estate, perché vede in ogni cosa decadimento e morte. Ma chi ha il cuore abitato dalla speranza sa cogliere nella bellezza dei colori dell’autunno l’annuncio di un una nuova primavera che verrà avrà la meglio sul rigido inverno.

O Maria, Consolatrice degli afflitti, insegnaci a trovare conforto in ogni nostra tribolazione nella Parola che il Signore ci rivolge. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Ag 1,1-8; Sal 149; Lc 9,7-9

 

«Va’ e ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina». Sono le parole che san Francesco d’Assisi ode mentre si trova in preghiera davanti a un crocifisso, nella chiesa di San Damiano. Dapprima pensa che il Signore gli chieda di riparare quella chiesetta diroccata. Più tardi avrebbe capito che il Signore non si riferiva a un edificio, ma alla Chiesa intesa come la comunità dei credenti in Gesù.

Nella prima lettura di oggi, dal libro del profeta Aggeo, troviamo la stessa espressione nelle parole che il Signore rivolge al suo popolo. Eccole: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? …  Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria, dice il Signore».

Quanto sembrano attuali queste parole! Quando si considera la crisi preoccupante della pratica cristiana e sacramentale, il calo delle vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata, la situazione disastrose di tante famiglie cristiane, gli scandali che scuotono la Chiesa anche nei suoi rappresentanti più autorevoli, le leggi inique contro la famiglia naturale e contro la vita umana… viene da esclamare: “Che cosa sta succedendo alla Chiesa? Ovunque ci sono segni di decadimento e di rovina!”.

Viene in mente anche la visione del cosiddetto terzo segreto di Fatima, che in un passaggio è descritta con queste parole: «Il Santo Padre attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena…». Che cos’è questa grande città, se non la Chiesa, che ospita in sé il grano e la zizzania, i figli di Dio e i figli di Satana, Gerusalemme e Babilonia? Come direbbe sant’Agostino: è al tempo stesso la “città degli uomini” e la “città di Dio”.

È necessario che la Chiesa sia purificata, che cada Babilonia e si manifesti la nuova Gerusalemme e questa purificazione comporta una grande tribolazione. Ma sappiamo che «le porte degli inferi non prevarranno»! (Mt 16,18).

E noi, nel frattempo che cosa possiamo fare? Stare a guardare con le mani conserte? Lasciarci prendere dall’ansia e dal disfattismo? Puntare il dito sui presunti responsabili e sulle cose che non vanno stracciandoci le vesti e rimpiangendo i tempi passati?

No, l’unica strada giusta è quella percorsa dai santi come Francesco d’Assisi o san Pio da Pietrelcina. Cominciamo a riparare la casa che siamo noi, “il tempio” dello Spirito Santo che è il nostro cuore, con una vera e profonda conversione, abbracciando con amore e con fermezza quella croce che il Signore ci chiede di portare e rinunciando al peccato una volta per tutte. Richiamando le parole della prima lettura, per riparare la casa del Signore dobbiamo “salire sul monte e portare legname“. Che cosa vuol dire? Questa espressione si riferisce al sacrificio da offrire al Signore. Per noi l’unico sacrificio gradito a Dio è quello che Gesù ha offerto sul Calvario. Siamo invitati a unirci a questo Sacrificio d’amore portando sull’altare eucaristico le nostre croci quotidiane: la volontà ferma di prendere parte con gioia alle sofferenze di Cristo, nella rinuncia e nella penitenza, nel lavoro assiduo e nella preghiera… In tal modo faremo la nostra parte per riparare le crepe della casa del Signore.

Come san Francesco d’Assisi e San Pio da Pietrelcina hanno contributo a riparare la Chiesa del loro tempo attraverso la santità di vita, così siamo chiamati a fare altrettanto oggi.

Per richiamare le parole del vangelo, la santità consiste nella continua ricerca di Gesù per “cercare di vederlo”. Ogni giorno possiamo e dobbiamo cercare di “vederlo” con gli occhi della fede nei segni sacramentali, nei fratelli e negli avvenimenti della vita. Non potremo, invece, vederlo se come Erode siamo animati da interessi personali; se non cerchiamo Gesù per Gesù, ma solo in risposta a esigenze egoistiche.

O Maria, Madre della Chiesa, fa’ che anch’io nel mio piccolo possa contribuire a riparare la casa del Signore. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Esd 9,5-9; Cant. Tb 13; Lc 9,1-6

 

La prima lettura di oggi è tratta dal Libro di Esdra, uno scriba e sacerdote vissuto in epoca post-esilica, sotto la dominazione dei Persiani, che riconosce davanti a Dio che Israele è stato messo in potere di re stranieri a causa della sua infedeltà alla legge di Dio. Scrive, infatti: «Le nostre iniquità si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa… e per le nostre colpe … siamo stati messi in potere di re stranieri….  Ma ora, per un po’ di tempo, il Signore, nostro Dio, ci ha fatto una grazia… ci ha resi graditi ai re di Persia, per conservarci la vita ed erigere il tempio del nostro Dio e restaurare le sue rovine, e darci un riparo in Giuda e a Gerusalemme».

Da questo testo possiamo ricavare una grande verità relativa alla vita spirituale. Anche noi subiamo la stessa sorte di Israele ogni volta che siamo infedeli alla legge di Dio: veniamo abbandonati al potere dei nemici, cioè di satana. Di conseguenza, viviamo una sorta di “esilio” dalla casa del Padre, come è capitato al “figliol prodigo” nella parabola evangelica. Se però ci pentiamo e gridiamo al Signore, egli ci fa tornare e ci dà un luogo di rifugio. Questo luogo di rifugio è il suo santo “Tempio” che è la divina-umanità di Gesù Cristo, nostro Redentore, al quale siamo condotti e nel quale dimoriamo non senza l’aiuto materno della Vergine Maria.

Tuttavia, Cristo non è un tesoro da tenere gelosamente per noi. Se lo teniamo solo per noi rischiamo di perderlo! «La fede si rafforza donandola», scriveva San Giovanni Paolo II (cfr. Redemptoris missio n. 2). Perciò, ci fortifichiamo nella fede quando testimoniamo Cristo e lo facciamo senza perdere la pace qualora il nostro annuncio fosse rifiutato e rimanesse apparentemente senza alcun frutto.  

Dice Gesù, infatti, nel vangelo di oggi: «Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».

“Scuotere la polvere dai calzari” è un gesto simbolico che significa due cose.

Prima di tutto è un gesto di ammonimento. È come dire: “Siccome avete rifiutato la Parola di salvezza questa terra è destinata insieme a voi alla perdizione eterna. Noi non ne siamo responsabili perché vi abbiamo invitati a convertirvi ma non ci avete ascoltato. Siete voi gli unici responsabili delle vostre scelte e del vostro destino!”.

In secondo luogo, è un gesto di libertà e di distacco. È come dire: “Noi non perdiamo la pace per il vostro rifiuto, perché la nostra pace non dipende dalla vostra conversione, ma unicamente dal compimento della Volontà di Dio e la sua volontà è di annunciare Gesù Cristo. Perciò possiamo continuare lieti ad annunciare la Gesù altrove. Siamo felici di avervi annunciato la Parola ma non possiamo accoglierla al vostro posto e tanto meno farla crescere: questo è compito vostro e della grazia di Dio” (cfr. 1Cor 3,7).

Seminare la Parola è fonte di grande gioia perché è un atto di amore verso Dio e verso il prossimo, che non dipende dalla smaniosa ricerca di frutti immediati.

Maria, Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci ad annunciare la Parola senza perderci d’animo se viene rifiutata e aiutaci ad accogliere e vivere la Parola che viene annunciata a noi! Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Ef 4,1-7.11-13; Sal 18; Mt 9,9-13  

Nel Vangelo della Festa dell’apostolo ed evangelista San Matteo Gesù si presenta come il medico venuto per guarire i peccatori con la medicina della misericordia.

Ricorriamo al medico quando ci rendiamo conto di essere colpiti da un male fisico o psichico, con la speranza di trovare un rimedio. Gesù è l’unico che può guarire l’uomo e nella sua parte più vera e intima che è l’anima, “il cuore” – inteso in senso biblico – dalla peggiore malattia, che sempre ci insidia, che è il peccato. Noi possiamo anche essere in perfetta salute dal punto di vista fisico e psichico ma avere un cuore malato e pertanto il nostro benessere è inevitabilmente compromesso dalla malattia spirituale.

Secondo il grande monaco del IV secolo Evagrio Pontico le malattie spirituali sono causate dai cosiddetti pensieri o spiriti malvagi, che nella tradizione occidentale sono divenuti i sette vizi capitali. Secondo l’elenco originario di Evagrio Pontico le principali malattie dell’anima sono otto: la gola, l’avarizia, la lussuria, la collera, la tristezza, il male di vivere o accidia, la vanagloria e l’orgoglio.

Viviamo in una società ossessionata dal benessere psicofisico e che accorda ai mezzi offerti dalla medicina un’importanza talora esagerata. Tuttavia, bisogna anche evitare il rischio opposto di credere che, siccome siamo persone preoccupate prima di tutto della salute dell’anima, possiamo trascurare la salute fisica e non ricorrere alle medicine provenienti dalla scienza.

Talvolta, si sente addirittura qualche cristiano che sostiene che se uno crede in Gesù non ha bisogno di curarsi perché il Signore è il nostro unico medico e ci preserva dai virus e dai mali corporali! È chiaro che questo modo di pensare – oltre che stolto – non è da cristiani perché è un tentare lo Spirito Santo e la Provvidenza! Infatti, il cristiano – come ha insegnato Benedetto XVI nell’enciclica Fides et Ratio – s’innalza verso la verità sempre attraverso LE DUE ALI DELLA FEDE E DELLA RAGIONE, mai con una sola ala! Non bisogna essere perciò né “razionalisti” né “fideisti”: la ragione scientifica deve essere illuminata dalla fede, ma la fede rispetta la ragione scientifica e le accorda una giusta importanza. La salvezza viene dalla fede, ma non rinunciando all’uso retto della ragione! Il cristiano si sottomette a Dio non solo attraverso la fede nella sua Parola ma anche seguendo la retta ragione e le istanze della scienza umana, laddove è seria, onesta ed eticamente accettabile. Il motivo è semplice: come insegna l’enciclica citata, sia la fede che la ragione vengono da Dio! Il Creatore pertanto  parla alla creatura sia attraverso la Parola rivelata sia attraverso la retta ragione!

Può essere illuminante, al riguardo, considerare il rapporto con i medici da parte della Santa polacca Faustina Kowalska, che – come racconta nel suo diario – soffriva di molti problemi di salute, e spesso le medicine non le recavano alcun giovamento. C’è da presumere che molti dei suoi disturbi non fossero pertanto di origine naturale, ma preternaturale, cioè causate dall’azione del demonio. Ciononostante, Santa Faustina, in obbedienza ai suoi superiori, si sottoponeva sempre alle cure mediche, perché in questo modo sapeva di camminare nella Divina volontà.

Un episodio appare particolarmente significativo. Santa Faustina si rende conto che la medicina che le è stata prescritta non la sta aiutando a guarire e siccome è molto costosa decide di nascosto di prenderne solo una piccola dose, non rispettando quindi le prescrizioni del medico. Nel suo diario annota: «Mi era venuta l’idea di non prendere la medicina a cucchiai interi, ma poco alla volta, poiché era cara. In quello stesso istante udii una voce: “Figlia Mia, questo modo di agire non Mi piace. Prendi con gratitudine tutto quello che ti do tramite i superiori e in questo modo. Mi piacerai di più» (10 novembre 1937).

Si noti che Gesù non le dice di prendere il farmaco perché con esso sarebbe guarita (il farmaco potrebbe non aver apportato alcun giovamento) ma soltanto perché era stato prescritto dai superiori e tutto ciò che noi prendiamo perché è prescritto o consigliato dai nostri superiori – possiamo esserne certi – è gradito a Dio! Inoltre, colpisce il fatto che Gesù consideri anche il medico tra i “superiori” della Santa. Questo è dovuto al fatto che, come si diceva, il Signore ci guida anche attraverso la retta scienza umana.

Gesù è l’unico vero Medico delle anime e dei corpi, ma ci guarisce ordinariamente servendosi di mediazioni umane e sacramentali. Per quanto riguarda la guarigione dell’anima il primo mezzo sono certamente i sacramenti, specialmente Santissima Eucarestia e la Confessione, oltre che l’accompagnamento spirituale dei sacerdoti. Per quanto riguarda la guarigione del corpo e della mente si serve degli uomini di scienza, perché quando usano la retta ragione operano per conto della Provvidenza divina, anche se non ne sono consapevoli.

Nella prima lettura viene scelto un brano della lettera di San Paolo che parla dell’unità della comunità cristiana, per il fatto che Matteo è l’evangelista che parla maggiormente della Chiesa. Riprendiamo qualche passaggio: «Fratelli, …abbiate a cuore di conservare l’unità dello spirito… Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. … in modo da edificare il corpo di Cristo [che è la Chiesa], finché arriviamo tutti all’unità della fede».

Matteo aveva certamente sofferto, quando era pubblicano, il giudizio degli altri israeliti che lo consideravano un traditore e lo emarginavano dalla comunità dei credenti. Dopo essere stato chiamato da Gesù, si prodiga per edificare l’unità del nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.

Va detto, peraltro, che la concordia e la comunione sono requisiti necessari per la salute della nostra anima e sono utili anche per la salute della mente e del corpo!

O Maria, Regina degli Apostoli, fa che anche noi – come San Matteo – ci lasciamo guarire della Misericordia di Dio e cerchiamo di favorire l’unità della Chiesa attorno ai suoi pastori. Amen.

don Francesco Pedrazzi

 

Sap 2,12.17-20; Sal 53; Gc 3,16 – 4,3; Mc 9,30-37

 

«Fino ad ora vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci…» (1Cor 3,2). Sono parole che Paolo rivolge ai Corinti. Dice loro che non sono in grado di ricevere cibo solido, perché sono «esseri carnali», sono ancora «neonati in Cristo», mentre dovrebbero divenire «esseri spirituali» (cf. 1Cor 3,1.3).

Questa metafora ci aiuta ad accostare il vangelo odierno. Possiamo dire che Gesù a un certo punto con i suoi discepoli passa dal latte al cibo solido, per renderli esseri spirituali. Lo spartiacque è la professione di fede di Pietro, al capitolo ottavo. Apparentemente sembra un punto di arrivo, perché il discepolo aveva riconosciuto in Gesù il “Cristo”. Ma in realtà, è proprio allora che Gesù chiede ai discepoli un nuovo inizio, un “upgrade”: il passaggio a un livello superiore, il passaggio dalla carne allo Spirito!

Lo fa con il primo annuncio della sua passione, morte e risurrezione. Pietro e i discepoli non ci capiscono niente. Nel Vangelo di oggi ci riprova per la seconda volta. Dice loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Stavolta, memori della ramanzina a Pietro, i discepoli tacciono. Annota l’evangelista: «Essi non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo». Non chiedono nulla a Gesù, ma discutono animatamente tra di loroDinanzi alla prospettiva della croce ci sono due strade possibili: affidarsi al Signore nella pace o cadere nel malcontento che porta a isolarci da Dio e dai fratelli oppure a sterili lamenti e discussioni… I discepoli, purtroppo, scelgono la seconda strada e dimostrano così di essere ancora “esseri carnali”!

Quando sono a casa a Cafarnao – probabilmente nella casa di Pietro e Andrea -, Gesù chiede loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi ancora tacciono. Marco scrive: «Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande…».

Si rendono conto che avevano parlato di un argomento che non piace al Maestro. Chissà, poi, perché proprio in quel momento, dopo che Gesù aveva annunciato che sarebbe stato consegnato nelle mani degli uomini, loro pensano ai primi posti… Probabilmente si rendono conto che di lì a poco Gesù si sarebbe manifestato. Avrebbe fatto conoscere a tutti il suo «segreto», che essi conoscevano. E non si sbagliavano! Di lì a poco Gesù si sarebbe manifestato come il Messia. Ma la sua manifestazione sarebbe stata ben diversa da quella che si aspettavano!

Dinanzi alla durezza di cuore dei suoi discepoli Gesù si arma di pazienza e spiega loro che non c’è nulla di male a volere essere i primi, i più grandi; ma è sbagliata la strada per diventarlo. Ecco la strada giusta: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».  Davanti a volti ancora più sconcertati, Gesù prova a spiegarsi con “gesto scenico”: «Preso un bambino, lo mette in mezzo a loro e, abbracciandolo, dice loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

Accogliere un bambino vuol dire accogliere l’ultimo. Dare importanza a colui che non ne ha. Nella società antica i bimbi erano le persone più povere di diritti. Chi vuole essere importante è ossequioso verso i potenti e ignora i più piccoli. Gesù mostra ai discepoli la strada per essere davvero grandi: servire e accogliere gli ultimi. Farsi più piccoli del più piccolo, che è il bambino.

San Francesco d’Assisi aveva recepito bene questo insegnamento quando volle chiamare i suoi frati “minori”, i “più piccoli”. Perché era un “essere profondamente spirituale”!

Ma non è una strada solo per i frati. È la strada che ogni battezzato che vuole davvero seguire Gesù deve percorrere. È il passaggio dal latte al cibo solido, dalla sapienza umana alla sapienza della croce. Come scrive san Paolo, questa strada è follia per gli esseri carnali, cioè per l’uomo che non ha rinunciato a se stesso per consegnarsi totalmente a Cristo e al suo Spirito (cf. 1Cor 2,14).

E noi? Siamo capaci di cibo solido o siamo ancora rimasti al latte degli infanti? Come reagiamo dinanzi alle “croci”? Sappiamo credere che in esse si può manifestare la gloria di Dio in noi? Ad esempio: una persona ammalata accanto a noi è solo un peso da portare o un’opportunità per servire e quindi per essere grandi dinanzi a Dio? Una comunità cristiana che vive momenti di difficoltà è un motivo per lamentarmi, criticare e discutere oppure è una bellissima occasione per mettermi in gioco, per rendermi disponibile  a servire, in modo da essere grande agli occhi di Dio?

«E ma poi se ti impegni chissà gli altri cosa diranno! Che sei un bigotto, un baciapile, un esagerato…». È vero! Perché la derisione fa parte del destino dei giusti – come si legge nella prima lettura – perché la vita di chi fa il bene è un rimprovero per i pigri e gli indolenti.

Scegliamo se vogliamo essere esseri carnali o spirituali, se preferiamo essere serviti o servire, tenerla per paura o rischiare di perderla per amore. Non dimentichiamo ciò che scrive san Giacomo nella seconda lettura: l’essere carnale, che si lascia dominare dalle passioni, è destinato  a essere litigioso, violento, perennemente inquieto e insoddisfatto.

L’uomo spirituale invece possiede «la sapienza che viene dall’alto» è «pura, pacifica, dolce, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti…».

Maria, Sede della Sapienza, prega per noi perché scegliamo di vivere in modo risoluto secondo la sapienza della croce di Cristo. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Tm 6,13-16; Sal 99; Lc 8,4-15

 

 

Siamo all’esortazione finale della Prima lettera a Timoteo. Paolo chiede al suo discepolo di custodire il “deposito” che gli è stato affidato (cf. v. 20), che chiama anche «comandamento»: «Ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento» (v. 14), perché esso dà una forma precisa e definitiva alla vita dei credenti in Cristo. Si noti la forza del verbo impiegato dall’Apostolo: «Ti ordino»; si tratta quindi di un grave dovere, non solo di un comportamento lodevole. Naturalmente questo comando è rivolto prima di tutto ai pastori della Chiesa, ma al contempo ad ogni battezzato che ha ricevuto “il sigillo della testimonianza” nello Spirito Santo attraverso il sacramento della Confermazione.

Questo deposito, in altre parole, è l’insieme della dottrina che Dio ha rivelato in Cristo e che permette di camminare nella “retta fede”, evitando indebite “deviazioni”, come si legge in un versetto successivo, non proclamato nella liturgia odierna: «Evita le chiacchiere vuote e perverse e le obiezioni della falsa scienza. Taluni, per averla seguita, hanno deviato dalla fede» (vv. 20-21). La falsa scienza è quell’insieme di conoscenze che vengono dal mondo o da rivelazioni demoniache e che pretendono di interpretare la Parola di Dio in modo difforme rispetto all’autorità apostolica.

Nella parabola del seminatore, riportata nel vangelo di oggi, il «terreno buono» è rappresentato, secondo Gesù, da «coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza».

Solo l’evangelista Luca riporta questa sottolineatura: parla di un cuore “integro e buono” e di un modo di custodire la Parola “con perseveranza”.

Integrità è sinonimo di “purezza”: un cuore integro è “in-diviso”, tutto d’un pezzo: non ama un po’ Dio e un po’ il mondo, ma ama solo Dio e in Dio ama il mondo e ogni creatura.

Colpisce l’aggettivo “buono” riferito al cuore che ascolta con frutto la Parola. Non è una novità nel vangelo di Luca, che in un’altra pericope è l’unico evangelista che parla del «buon tesoro del cuore» in rapporto alla figura dell’«uomo buono» e alla metafora dell’albero che produce buoni frutti. Si legge, infatti: «Ogni albero si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». (Lc 6,44-45)

Per custodire la purezza della dottrina non basta quindi un amore solido per la verità. Occorre avere un “cuore buono”, un cuore “mite e umile” come quello di Gesù. E possiamo dire che abbiamo un cuore buono se anche le nostre parole sono buone, perché la bocca esprime «ciò che dal cuore sovrabbonda».

Un cristiano che pretende di essere paladino della verità ma ha sulla bocca parole cattive verso il prossimo non è in grado di produrre frutti buoni; potrà al limite produrre frutti appariscenti ma insipidi. Un po’ come la cosiddetta “fragolina matta”, una pianta che produce frutti di colore rosso vivo, in tutto simili alle fragole, ma che al palato risultano del tutto insapori.

O Maria, Mater purissima, insegnaci a custodire con cuore integro e buono la Parola di Dio per portare veri frutti di carità e di giustizia. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Tm 6,2c-12; Sal 48; Lc 8,1-3

Paolo nelle sue lettere cerca di distogliere i credenti da tutto ciò che è secondariovano, effimero perché si concentrino su ciò che è eterno, sull’unica cosa necessariaamare Gesù Cristo.

Nella lettura di oggi invita Timoteo a camminare nella «vera religiosità», stando in ascolto della parola del Signore, e lasciando perdere – usando le sue stesse parole – chi è «maniaco di questioni oziose e discussioni inutili». Poi esorta il suo figlio spirituale con le parole: «Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato…».

C’è solo una battaglia veramente “buona”, quella della fede, cioè quella finalizzata alla vita eterna che è amare Gesù Cristo con tutto il cuore. Le altre battaglie, quelle che non hanno nessun rapporto con questo fine, sono causa di dissipazione spirituale e possono renderci preda dello spirito del male. Il leone riesce a sbranare più facilmente una preda quando essa cammina su un terreno fangoso, così il demonio può attaccarci senza difficoltà se i nostri piedi affondano nel fango delle bramosie e delle preoccupazioni mondane.

Ne sanno qualcosa le donne che sono al seguito di Gesù, che hanno scelto di seguire Gesù per gratitudine perché Egli le ha liberate dal maligno o da altri mali.  Si legge, infatti, nel vangelo odierno: «C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni».

Queste donne sono state preda della forza e della scaltrezza di satana, ma Gesù ha mostrato loro la sua misericordia e le ha liberate perché “più forte” del maligno (cf. Lc 11,12). Quindi, le aveva accolte volentieri al suo seguito.

La buona battaglia della fede è continuata per queste donne sino alla morte, come continua per ognuno di noi, ma con Gesù accanto siamo certi della vittoria finale!

O Maria, Vergine potente contro il male, fa’ che orientiamo tutte le nostre energie nella lotta contro il peccato e nell’impegno per amare Gesù, tuo Figlio e nostro unico Signore. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Eb 4,12-16; Sal 18; Mc 2,13-17

 

È suggestivo il possibile collegamento tra il vangelo di oggi e le figure dei santi Cornelio e Cipriano. Simone, il fariseo intransigente che giudica Gesù perché permette a una donna peccatrice di baciargli i piedi, può essere accostato al presbitero Novaziano (220-258 d. C.), che si opponeva alla pratica – da lui giudicata lassista – di riammettere nella Chiesa i battezzati colpevoli di apostasia. Contro Novaziano si schierano i santi Cipriano, Vescovo di Cartagine, e Cornelio, Vescovo di Roma, e quindi papa.

Novaziano era per una “Chiesa dei puri” ed era pronto a rompere la comunione ecclesiale pur di non rinunciare alle proprie convinzioni. Cosa che purtroppo avvenne. Ma la storia ha dato ragione ai due santi, che hanno proposto un allentamento della prassi penitenziale – fino ad allora molto rigida – in nome del supremo principio evangelico della carità e della ricerca della comunione, che deve stare “al di sopra di tutto”, come scrive san Paolo (cf. Col 3,14).

Novaziano, benché i suoi seguaci lo ritenessero un santo sacerdote, anche per la sua pietà e religiosità, venne scomunicato e diede origine a una setta scismatica.

Dobbiamo tutti vigilare sulla tentazione di idealizzare una “Chiesa dei puri”, che si ritrova in molte altre eresie. Una tentazione che colpisce le persone più ferventi e religiose, come lo erano i farisei.

Gesù – che ha condannato il fariseo che guardava con disprezzo e orgoglio il pubblicano nel tempio (cf. Lc 18,9-14) -, condanna altresì i gruppi che si ritengono “la vera Chiesa” e guardando gli altri con disprezzo e presunzione considerandoli la “falsa Chiesa”, senza rendersi conto che in questo modo lacerano il Corpo ecclesiale.

Solo il Signore può separare la falsa Chiesa da quella vera! Solo il Signore mostrerà alla fine dei tempi chi appartiene alla vera Chiesa e chi a quella falsa. Ma fino a quel giorno Gesù vuole che si accetti che nella Chiesa cresca il grano accanto alla zizzaniache non ci siano gruppi che si ritengono migliori degli altri! Gesù dice ai suoi discepoli: «Lasciate che la zizzania e il buon grano crescano insieme fino alla mietitura…»  (cf. Mt 13,30). Anche perché chi si ritiene giusto, o nel giusto, non è detto che lo sia davvero!!

Il fariseo Simone, infatti, si reputava un giusto e certamente era considerato tale da altri, ma Gesù gli fa capire che la sua giustizia non è superiore a quella della donna che lui giudica. Altrove dice addirittura ai capi del popolo: «Le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio!». Perché? Perché chi è preoccupato di giudicare i peccati dei fratelli e si sente più santo degli altri si preclude l’amore: «Ama poco»! Mentre chi, come la donna protagonista del vangelo odierno, piange i propri peccati ai piedi di Gesù può essere perdonato e trovare pace perché «ha molto amato».

«Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano», scrive Paolo a Timoteo. Ognuno vigili su se stesso, perché non si spenga la fiamma dell’amore e della misericordia, in nome di un ideale di santità senza amore, di una perfezione luciferina e orgogliosa, di una presunzione di appartenere alla “Chiesa dei puri”, dove si vorrebbe strappare la zizzania prima del tempolacerando così l’unità della corpo ecclesiale.

Mi chiedo: a chi assomiglio di più? Al fariseo giudicante o a Gesù che perdona la donna che piange per i propri peccati? Assomiglio di più all’intransigente Novaziano o ai clementi Cornelio e Cipriano?

Ricordiamo l’ammonimento della Lettera di San Giacomo: «Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia, mentre la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2,13).

O Maria, Madre della misericordia, donaci un cuore buono, umile, clemente; fa’ che non ci preoccupiamo di giudicare la condotta degli altri, ma di vigilare ogni giorno sulla nostra condotta, per salvare noi stessi e quanti ci ascoltano. Amen!»

don Francesco Pedrazzi

Eb 5,7-9; Sal 30; Gv 19,25-27

 

Gesù dice al discepolo: «Ecco tua madre!».

Dona la madre al discepolo, ad ognuno di noi… mentre è inchiodato sulla croce, poco prima di morire.  

Alle parole «Ecco tua madre!» san Giovanni ha rivolto lo sguardo a Maria.

Che cosa ha visto?

Ha visto una donna in lacrime. Una mamma in lacrime! Gesù quindi ci dona sua Madre nel momento in cui è in lacrime. Questo ci dovrebbe far riflettere…

Dicendo «Ecco tua madre!» Gesù non solo ci dona sua Madre e ci chiede di amarla con amore di figli. Ci invita anche a imitare quel pianto d’amore.

Si legge in un detto dei Padri del deserto«Abba Isacco riferisce: “Mi trovavo seduto un giorno vicino ad abba Poemen, quando lo vidi entrare in estasi. Poiché ero molto in confidenza con lui, gli feci una metanìa e gli domandai: Dimmi, dov’eri? Ed egli messo alle strette mi rispose: il mio pensiero era là dove santa Maria, la Madre di Dio, stava in pianto presso la croce del Salvatore (Gv. 19,25); e io vorrei sempre piangere così».

«Io vorrei sempre piangere così!…». Lo diciamo anche nello STABAT MATER: «Mater, fons amóris… Fac, ut tecum lúgeam». «Oh, Madre, fonte dell’amore…  fa’ che possa piangere con te!».

Le lacrime del Cuore Immacolato di Maria per il Figlio, vittima innocente della malvagità umana, sono le perle più preziose del paradiso!

A volte pensiamo che piangere sia una brutta cosa, ma in realtà la cosa peggiore è quando non sappiamo gemere e piangere per amore dei fratelli. Potessimo imitare davvero Maria addolorata ai piedi della croce di Gesù! Allora sperimenteremmo la consolazione promessa agli afflitti!

Nessuno come Maria ha incarnato le parole di Gesù: «Beati quelli che piangono, perché saranno consolati», perché nessuno ha versato lacrime d’amore come quelle di Maria.

Maria ai piedi della croce piange per Gesù, ma in realtà – misticamente – piange per ognuno di noi, che siamo membra del Corpo del suo Figlio. Piange perché questo Corpo, che è la Chiesa, è coronato dalle spine dell’orgoglio, trafitto dai chiodi della maldicenza, piagato dai flagelli dell’impurità…

Maria ai piedi della croce piange per ognuno di noi, per i propri figli… perché «se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,31).

LA SALETTE la Vergine appare a due fanciulli seduta su una roccia, in lacrime e con la testa fra le mani e continua a piangere tutto il tempo in cui consegna loro il messaggio. Piange perché gli uomini si sono dimenticati di Dio e dei suoi comandamenti. 

Preghiamo con le parole dello Stabat Mater: «Iuxta Crucem tecum stare, | et me tibi sociáre | in planctu desídero». «Restarti sempre vicino | piangendo sotto la croce: | questo desidero, [o Madre mia]». Amen.

don Francesco Pedrazzi

Nm 21,4b-9 opp. Fil 2,6-11; Sal 77; Gv 3,13-17

 

La prima lettura oggi ci parla di un «serpente di bronzo» che può guarire dai morsi dei «serpenti brucianti». Potrebbe sembrare una pratica magica, idolatrica, se non fosse ordinata dal Signore tramite Mosè.

C’è un verbo su cui è importante fissare l’attenzione: “guardare”. Infatti, il Signore dice: «Chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Non basta fabbricare il serpente di bronzo; è necessario “guardarlo”.

Tutto questo preannuncia il mistero della croce di Cristo. Lo dice chiaramente Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,14-16).

Il serpente di bronzo ci ricorda che Gesù ha preso su di sé la maledizione che meritiamo a causa dei nostri peccati (cf. Gal 3,13), per mostrarci quanto siamo amati da Dio e guarirci dal morso di satana, il serpente antico, che è il morso del peccato, ovvero del dubbio e della diffidenza sulla bontà di Dio.

Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso e lo guardiamo con il cuore, i dubbi sull’amore di Dio si sciolgono come neve al sole! E con essi le nostre ansie e paure, i nostri scrupoli e le nostre arrabbiature… Veniamo guariti dal veleno del turbamento e ci apriamo al dono della pace vera.

Quando “volgiamo lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (cf. Zc 12,10; Gv 19,37), il suo Amore trafigge il nostro cuore, come la lancia del soldato… L’immagine perenne e drammatica, sublime e magnifica della Santa Croce non cessa di parlare al nostro cuore e di dirci: «Vedi quanto ti ho amato? Vedi quanto sei prezioso ai miei occhi? Vedi, figlio mio, che non ti ho amato per scherzo!». Queste ultime parole Gesù le disse alla beata Angela da Foligno, che annota: «Questa parola mi colpì come una ferita di dolore e subito gli occhi della mia anima si aprirono e compresi come erano vere quelle parole e vidi quanto aveva fatto il Figlio di Dio per manifestarmi il suo amore. Dall’altra parte vedevo che in me c’era tutto il contrario, poiché non lo amavo che per scherzo e con poca verità…».

Guardando Gesù crocifisso gli posso chiedere: «Gesù mio, ma io ti amo davvero o solo a parole? Fa’ che ti ami come tu mi ami da quella croce! Senza risparmiarmi, senza condizioni… di un amore totale, folle, appassionato, fatto non di parole ma di opere e di sangue. Amen».

don Francesco Pedrazzi

1Tm 2,1-8; Sal 27; Lc 7,1-10

 

Chi ha familiarità con le lettere paoline rileva un’insistenza particolare dell’Apostolo sul tema della ricerca della concordia tra gli uomini e della comunione fraterna. Nella Lettera ai Romani, che è il suo capolavoro teologico e catechetico, scrive: «Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti!» (12,18). Lui che era stato, prima di incontrare Cristo, uno che seminava ovunque sospetti, divisioni, dissensi, contestazioni, quasi volesse riparare ai peccati della vita passata, si sente chiamato prima di tutto a essere strumento di riconciliazione e di pace. Naturalmente, lo fa perché Cristo stesso vive in lui e il comandamento nuovo di Cristo è: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 13,34).

Nel testo odierno della lettera a Timoteo Paolo chiede che si facciano preghiere per coloro che stanno al potere, perché si possa «condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio».

Vale la pena ricordare che ai tempi di Paolo al potere c’era un certo Claudio Cesare NERONE, non certo un politico esemplare… Anzi, si trattava di un personaggio dispotico e squilibrato, responsabile della prima persecuzione della Chiesa di Cristo.

Eppure, Paolo non scrive ai cristiani per attaccare l’imperatore, per istillare sentimenti di avversione nei suoi confronti o per invitare alla disobbedienza civile. Egli sapeva bene – anche alla luce dell’insegnamento di Gesù – che ogni potere viene da Dio (cf. Gv 19,11) anche il potere di un folle come Nerone, e che quindi ogni autorità merita rispetto. Paolo è molto chiaro – e con lui altri testi del Nuovo Testamento: stando sottomessi all’autorità civile si è sottomessi al Signore, purché ovviamente non si tratti di leggi apertamente contrarie ai comandamenti di Dio

Per questo scrive a Tito: «Ricorda loro di essere sottomessi alle autorità che governano e di obbedire» (Tt 3,1); similmente ai Romani scrive: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti, non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna» (Rm 13,1-2).

C’è da chiedersi: questo importante insegnamento apostolico è oggi ancora vissuto dai cristiani e ci si preoccupa di diffonderlo e di metterlo in pratica, tenendo conto peraltro che non si può certo dire che la situazione politica di oggi sia peggiore di quella che vigeva ai tempi di Nerone?

Vale la pena ricordare che anche San Pietro, nella sua Prima lettera scrive, in perfetta sintonia con San Paolo: «Vivete sottomessi ad ogni umana autorità per amore del Signore!» (1Pt 2,13). 

Una chiara conferma del fatto che si tratta di un insegnamento che fa parte della morale cattolica, la troviamo nel catechismo. Infatti, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma a chiare lettere: «Il QUARTO COMANDAMENTO di Dio ci prescrive di onorare tutti coloro che, per il nostro bene, hanno ricevuto da Dio un’autorità nella società» (n. 2234).

Naturalmente questo non significa che non si possano constestare con forza le autorità governative quando promulgano LEGGI INIQUE e contrarie alla legge di Dio; ma, al di là di questa eccezione, bisogna essere sottomessi e rispettarle, in osservanza al quarto comandamento.

Pensiamo, d’altra parte, a come si comportò la SACRA FAMIGLIA dinanzi al CENSIMENTO decretato da Cesare Augusto! Si consideri che il censimento non era una pratica gradita a Dio (cf. 2Sam 24,2-10) e tuttavia non era nemmeno vietata dalla Torah. Pertanto, la Vergine Maria e San Giuseppe obbediscono al decreto dell’Imperatore, sapendo che in questo modo avrebbero obbedito a Dio, che si serve delle autorità politiche – anche delle peggiori – per portare avanti i suoi piani provvidenziali. E così è stato: se Maria e Giuseppe fossero stati degli insubordinati, Gesù non sarebbe nato a Betlemme.

Paolo scrive, nella lettura odierna: «Voglio che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese».

Mi chiedo: come sono le mie mani e il mio cuore mentre innalzo preghiere a Dio? Sono senza collera e contese? Oppure, mentre prego ho nel cuore collera e spirito di contesa verso le autorità civili o addirittura verso i pastori della Chiesa? Seguo la via indicata da Pietro e Paolo (e da Gesù!), per alzare al cielo un cuore puro, oppure preferisco andare dietro a correnti “neosesassantottine” che fanno passare la contestazione dell’autorità come se fosse un valore?

Diffidiamo in particolare da chi al di fuori dei confini della Chiesa – o meglio della propria “chiesuola” – vede solo il demonio e l’opera dell’anticristo! Non è certo la posizione di Gesù, che – oggi – di fronte al CENTURIONE ROMANO, ovverossia a un non circonciso – a uno che i farisei consideravano uno “sporco idolatra” – rivolge un complimento strepitoso: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».

Maria Santissima e San Giuseppe, insegnateci a essere come voi sottomessi alle autorità costituite, pur senza mai allontanarci dai comandamenti di Dio, per non cadere nei lacci di satana e perché si compia il disegno provvidenziale del Padre anche nelle nostre vite. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

 

Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Un filosofo tedesco del ‘900, Friedrich Nietzsche, accusava il cristianesimo di essere il principale nemico della gioia di vivere. È un’accusa assurda se pensiamo che la parola “vangelo” significa “buona notizia”, notizia che procura gioia! Gesù stesso nel vangelo dice che è venuto affinché abbiamo in noi la sua gioia e perché questa gioia sia piena! (cf. Gv 15,11). Evidentemente, se Nietzsche diceva questo è perché aveva davanti agli occhi dei cristiani tristi. Infatti, in una sua opera scrive che i cristiani sconfessano con i loro volti tristi ciò che professano con le parole (cf. Umano, troppo umano, II, Milano, 1976, p. 39).

Certo, le parole di Gesù nel vangelo di oggi non sembrano proprio all’insegna della gioia: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…»Ma è poi davvero così? In realtà queste parole non legitimano una visione triste e dolorista della vita, per questo è importante coglierne l’autentico significato.

Se noi crediamo che Dio è infinitamente buono e Gesù è il Figlio di Dio, dobbiamo credere altresì che ogni parola uscita dalla bocca di Gesù ha lo scopo di condurci al nostro vero bene, e quindi alla gioia. Il problema è come noi interpretiamo le parole di Gesù. Infatti, Pietro viene duramente rimproverato da Gesù perché quando annuncia la sua dolorosa passione, morte e risurrezione, interpreta queste parole in modo completamente sbagliato. Gesù gli dice: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».  

Potremmo chiederci: è così grave pensare secondo gli uomini da meritare di essere chiamato “Satana”, cioè il nome di un demonio, che in ebraico significa “avversario” e “accusatore”? È chiaro che qui Gesù si riferisce non al pensiero umano in generale ma a un diffuso modo di pensare degli uomini sulla sofferenza contrario al pensiero di Dio.  Questo modo di pensare in realtà corrisponde all’umanità ferita dal peccato e su cui satana, “l’accusatore”, esercita un “potere” sino alla fine del mondo. Il demonio ci vuole fare credere che la sofferenza sia soltanto una “dis-grazia”, un qualcosa che non ha nessuna utilità nella vita e che è incompatibile con la gioia e della pace.

Certo, la sofferenza in sé stessa è un male e non è voluta mai direttamente da Dio.  Nondimeno, nella sua sapienza infinita, Dio ha inviato suo Figlio Gesù non per eliminare la sofferenza, ma per fare una cosa migliore (perché tutto ciò che fa Dio è sempre la cosa migliore!): per “trasformarla”, rendendola l’opportunità più grande per amare e in questo modo la rende “beata”, la rende la scala della vera gioia e del paradiso!

Ecco allora il senso delle parole di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, cioè la smetta di vedere le cose seguendo solo la mentalità umana! Impari a guardare in modo diverso la sofferenza e la croce a partire dal mio vangelo, dalle beatitudini! Non la consideri una disgrazia da subire passivamente! Ma la “prenda”, l’abbracci, e – con amore e con gioia – mi segua!».

È guardando alla passione e morte di Gesù che impariamo a “prendere” la nostra croce, e a trasformare ogni sofferenza in amore, attraverso un’“alchimia divina”, come la chiamava la Serva di Dio Chiara Lubich.

Prendere la propria croce è dire un grande sì alla vita così come il Padre ce la dona, giorno dopo giorno, senza la pretesa di metterci noi davanti a Dio, ma vivendo da discepoli, cioè accettando che sia Dio a guidarci, anche se non sappiamo dove ci conduce e a volte nemmeno comprendiamo il senso dell’itinerario che ci fa percorrere!

Qualcuno ha paragonato la vita del credente a un viaggio in tandem, cioè in una bicicletta a due posti. Dapprima ci accorgiamo che Dio è dietro di noi e ci aiuta a pedalare. Poi, man mano maturiamo nel cammino di fede, Dio ci suggerisce di scambiarci i posti. Da quel momento la vita non è più la stessa. Dio ci fa andare su per le montagne, attraverso luoghi rocciosi a gran velocità e nelle discese a rotta di collo… Ogni tanto ci viene da chiedere: «Ma dove mi stai portando? Dove stiamo andando?». E lui risponde sorridendo: «Fidati, guido io! Preoccupati solo di pedalare!». Il bello è quando cominciamo a fidarci davvero! Allora la fatica diventa più leggera, sparisce la paura e l’ansia e si comincia a cantare di gioia per la bellezza del viaggio, come faceva la Beata Bianchi Benedetta Porro negli ultimi anni della sua breve vita: sordo-muta, inferma e cieca, ma sempre pronta a lodare Dio e a incoraggiare i fratelli!

Mi chiedo: sto lasciando che il Signore guidi la mia vita o come Pietro sono io che pretendo di digli dove mi deve portare?

Maria, Madre nostra, per il tuo santissimo Nome, insegnaci a camminare dietro a Gesù tuo Figlio lasciandogli il timone della nostra vita. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Tm 1,15-17; Sal 112; Lc 6,43-49

 

Nel breve brano odierno della Prima Lettera a Timoteo, Paolo parla della «magnanimità» che Gesù gli ha dimostrato. Cos’è la “magnanimità”? (termine che ricorre ben nove volte nelle lettere di Paolo)

La parola deriva dal latino ed è composta di “magnus” “grande” e “anĭmus” “animo”. Una persona magnanima è caratterizzata da “nobiltà d’animo” e da un “grande cuore”. È una persona che non tiene conto del male ricevuto e non tratta l’altro secondo i meriti, ma sulla base di principi di generosità, bontà, pazienza e gratuità. Dio è infinitamente magnanimo verso di noi perché – come dice il Salmo 103 – «non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe».

È quindi una parola strettamente correlata al tema della misericordia di Dio, di cui Paolo ha fatto una fortissima esperienza. Egli esprime, infatti, la viva consapevolezza di un perdono immeritato unito alla chiara coscienza delle proprie colpe. Nel testo odierno arriva ad affermare: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io». Quanta umiltà in queste parole!

Un sigillo della vera santità è la sincera consapevolezza di essere i peggiori peccatori e attribuire ogni merito soltanto a Dio. Viceversa, la principale contraffazione della santità è il ritenersi migliore degli altri!

Paolo si dice persuaso che Dio gli ha usato misericordia e gli ha dimostrato la sua magnanimità perché egli potesse fare altrettanto con i fratelli, cioè trattarli non secondo i loro meriti, ma amandoli in modo gratuito, paziente e incondizionato.

Bisogna però guardarsi da una concezione errata della misericordia di Dio, oggi purtroppo diffusa, che è una sua caricatura e che si potrebbe chiamare “misericordismo”. Essa consiste nel credere che, siccome Dio è sempre disposto a perdonarci, possiamo tranquillamente peccare con leggerezza. Questo modo di pensare è gravissimo! Corrisponde, secondo il Catechismo di San Pio X, a uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo: la “presunzione di salvarsi senza merito”!

I peccati contro lo Spirito Santo non possono essere perdonati non per un limite della misericordia di Dio, ma per un ostacolo posto dall’uomo che impedisce alla misericordia di operare. Come un uccellino nel nido non può essere nutrito se non apre il becco quando arriva la madre con l’imbeccata, così la misericordia di Dio non può operare in un cuore chiuso dalla presunzione di salvarsi senza merito!   

Paolo scrive: «Non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato!» (Gal 6,7; traduz. CEI ’74).

D’altra parte, il vangelo di oggi è molto chiaro, con la metafora della casa costruita sulla roccia e sulla sabbia! Solo chi ascolta le parole di Gesù e si sforza di metterle in pratica potrà resistere alle tempeste della vita e perseverare nella fede. Mentre «grande» sarà la «distruzione» di chi ascolta le parole di Gesù ma non si impegna – con l’aiuto della sua grazia – a viverle!

Maria, Madre della misericordia, ottienici un cuore umile, sincero e confidente nella Bontà di Dio. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Tm 1,1-2.12-14; Sal 15; Lc 6,39-42

 

Inizia oggi la proclamazione della Prima Lettera di san Paolo a Timoteo, una delle cosiddette “lettere pastorali”. Lo scopo, infatti, è di comunicare a Timoteo, e indirettamente ad altri pastori della Chiesa, indicazioni disciplinari, organizzative e dottrinali.

È evidente l’intento “apologetico” delle tre lettere pastorali di Paolo. In particolare, nella prima Lettera a Timoteo l’Apostolo ha a cuore che il suo “vero figlio nella fede” custodisca il deposito della fede autenticaevitando le «chiacchiere vuote e perverse» e le «obiezioni» che derivavano dalla «falsa scienza», cioè da ragionamenti umani che qualcuno cercava di fare passare come dottrina cristiana (cf. 1Tim 2,16).

Come tutti gli scritti paolini, siamo di fronte a un testo di grande attualità, che offre criteri utili anche a noi oggi per orientarci nella “jungla di idee” che circolano all’interno della Chiesa e che creano divisione, confusione e turbamento.

Oggi viene riportato il saluto iniziale, in cui Paolo ringrazia il Signore Gesù, che lo ha «reso forte» e lo ha messo al suo servizio, lui che prima era «un persecutore e un violento». San Paolo, infatti, in tutte le sue lettere invita a rivestirsi di mitezza, bontà e misericordia, ben cosciente che Cristo lo ha reso forte in queste virtù, mentre prima di conoscere Cristo sembrava forte ma in realtà era debole, con il suo stile “talebano” e bellicoso. Egli difende sì la sana dottrina, ma – come scrive nella lettera che inizia oggi – dando a tutti un esempio di magnanimità e bontà, perché a tale scopo Cristo gli ha mostrato «la sua magnanimità» (1,16).

Quando agiva da violento e da fustigatore della Chiesa era “cieco”. La luce di Cristo sulla via di Damasco gli ha mostrato la sua cecità e gli ha fatto capire che per poter aiutare i fratelli a seguire il Signore deve evitare di giudicarli. Scrive, infatti, all’inizio della Lettera ai Romani: «Mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose» (2,1). Ognuno, piuttosto, deve esaminare attentamente la propria condotta, per non essere giudicato da Dio (cf. 1Cor 11,31).

Paolo non fa altro che riportare l’insegnamento di Gesù che in modo categorico proibisce di giudicare (cf. Mt 7,1; Lc 6,37).  Nel vangelo di oggi ci ammonisce con queste parole: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Un proverbio dice che «ogni lumaca vede solo le corna della vicina e non le proprie», così l’uomo tendenzialmente vede i difetti degli altri e non i propri; a meno che non si metta con umiltà davanti alla Parola di Dio e chieda allo Spirito Santo la luce per vedere i propri peccati.

Invece di preoccuparci di fare i processi agli altri, preoccupiamoci piuttosto ogni giorno di togliere le travi dai nostri occhi. Questa è la via della santità! Allora, saremo capaci, con discrezione e amore, di aiutare il fratello a togliere la pagliuzza dal proprio occhio.

Impariamo a pregare come faceva san Francesco di Sales alla fine delle sue giornate, prima di fare l’esame di coscienza: «Mio Dio, riconosco e confesso dinanzi a Te che oggi sono certamente caduto in qualche colpa e, poiché sono cieco, ti domando la grazia e la luce dello Spirito Santo, perché possa ben conoscere i miei peccati». Amen.

don Francesco Pedrazzi

Col 3,12-17; Sal 150; Lc 6,27-38

 

Siamo nel cuore della lettera indirizzata da san Paolo ai cristiani di Colosse. Nel capitolo precedente l’Apostolo li aveva rassicurati con un riferimento implicito ad alcuni membri settari della comunità che inducevano scrupoli e sensi di colpa, perché sostenevano che era necessario astenersi da alcune pratiche e osservarne altre, seguendo tradizioni non provenienti dagli Apostoli. Egli fa capire che si tratta di ragionamenti e timori che non hanno nulla a che fare con la vera fede.

All’inizio del capitolo terzo ricorda che i risorti in Cristo, grazie al Battesimo, sono chiamati a “cercare le cose di lassù” e a “gettare via la rabbia e ogni animosità e cattiveria” (cfr. Col 3,1.8).

Nel testo di oggi, viene tracciato “l’identikit interiore” del discepolo di Gesù: cioè come deve essere il suo cuore e quali sentimenti lo devono contraddistinguere.

Scrive: «Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.  Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto».

Che testo meraviglioso! Queste parole sono come uno specchio per le nostre anime, in cui ognuno può esaminare se stesso.

Mi chiedo: sono abitato da sentimenti di tenerezza, bontà, umiltà, dolcezza? La pace di Cristo regna nel mio cuore? Oppure mi lascio turbare e perdo la pace andando dietro alle favole e a cose che non contano agli occhi di Dio?

Si noti che il testo inizia con le parole: «Scelti da Dio, santi e amati… rivestitevi». È sottintesa una congiunzione causale: «“Poiché…”, “dal momento che…” siete scelti da Dio, santi e amati… rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà… eccetera». Questi sentimenti non ce li diamo perciò da soli. Dipendono dall’intensità della nostra relazione con Dio in Gesù, in cui scopriamo di essere stati scelti da Lui, amati e chiamati alla santità! Se invece di essere teneri, umili e buoni siamo giudicanti, boriosi e acidi c’è da chiederci se stiamo facendo esperienza dell’amore di Dio e della sua misericordia!

C’è una grande sintonia tra questo testo paolino e le parole di Gesù nel vangelo odierno: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso – dice il Signore. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati…».

Guai a chi condanna gli altri e – come i fondamentalisti di Colossi -, induce scrupoli di coscienza su questioni rispetto alle quali la Chiesa lascia piena libertà! Preoccupiamoci, piuttosto, di ciò che davvero conta davanti a Dio.

Ecco cosa conta davanti a Dio secondo Paolo: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo». Siamo chiamati alla pace rimanendo uniti “in un solo corpo”. Questo corpo, come Paolo precisa in diversi passi della lettera, è la Chiesa.

L’amore per la Chiesa è il terreno su cui cresce la fede genuina dei santi!

Uno di loro, un “santo del Concilio Vaticano II”, San Josemarìa Escrivà de Balaguer, scriveva: «“La fede” è l’umiltà della ragione che rinuncia al proprio criterio e si prostra davanti ai giudizi e all’autorità della Chiesa». «Hai un gran desiderio di amare la Chiesa? tanto più grande, quanto più si agitano coloro che tentano di imbruttirla? — Mi sembra molto logico: perché la Chiesa è tua Madre!» (Cfr. Solco, nn. 259. 354).

O Maria, Madre della Chiesa e Madre di Misericordia, insegnaci ad amare la Chiesa e a essere misericordiosi come il Figlio tuo Gesù. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Rm 8,28-30; Sal 12; Mt 1,1-16.18-23

 

Il vangelo della bellissima festa odierna della Natività di Maria è quello della genealogia di Gesù Cristo secondo Matteo. Questo lungo elenco di nomi, che inizia da Abramo e si conclude con la nascita di Gesù, proclama che Dio ha scelto di entrare nella storia umana per essere il “Dio con noi”. Noi comprendiamo chi è Dio riflettendo su questa storia, che viene chiamata “storia della salvezza”, perché guidata da Dio verso un fine preciso, come una freccia scagliata verso un bersaglio.

Questo fine è Gesù, Figlio di Dio, “nato da Maria Vergine”. Tuttavia, ci ricorda Matteo, egli è anche figlio di Davide e figlio di Abramo, perché Giuseppe, della casa di Davide, pur non essendo il suo vero padre, gli dà il nome. Questo basta perché la promessa fatta ad Abramo e a Davide si possa compiere in Gesù, nonostante le tante infedeltà di Israele.  È la promessa di un discendente che avrebbe governato per sempre sulla casa di Israele. Un potere eterno, che non può essere quindi un potere umano.

Come si realizza questa promessa? Attraverso una “nuova creazione”! Dio, con il concepimento della Vergine Maria, dà inizio a una nuova creazione, che, come era avvenuto nella prima creazione, ha come protagonisti un uomo e una donna: Gesù e Maria. Con una differenza, però, non da poco: l’uomo è anche il Figlio di Dio e la donna è una vergine ed è sua Madre.

Subito dopo la genealogia, infatti, Matteo annuncia un epilogo inaudito: il Cristo non è figlio secondo la carne di Giuseppe, ma è concepito da una vergine e dallo Spirito Santo. La sua persona compie la vertiginosa profezia isaiana dell’Emmanuele: egli è il “Dio con noi”!

Ecco la grande novità, rispetto alla prima creazione! È ben espressa da san Paolo: «Il primo uomo – [Adamo] – è stato tratto dalla terra ed è fatto di terra; il secondo uomo – [Gesù] – viene dal Cielo» (1Cor 15,47) e da una vergine.

Maria è la nuova Eva, perché ha sempre obbedito alla Parola di Dio e in questo modo ottenne il frutto della nostra salvezza. Scrive infatti san Girolamo: «Un uomo solo è stato atterrato per opera di una donna, ora invece per opera di una donna tutto il mondo è stato salvato. Se ti viene in mente Eva, pensa a Maria; quella ci scacciò dal paradiso, questa ci portò al cielo».

Come per il peccato di Adamo ed Eva il male è entrato nel mondo e ha contaminato la prima creazione, così per l’obbedienza di Gesù e Maria la creazione è stata restaurata.

Scrive sant’Anselmo, dottore della Chiesa: «Dio aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, ma dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria. Dio, dunque, è il padre delle cose create, Maria la madre delle cose ricreate. Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la madre della sua riparazione…».

Potremmo dire che il concepimento e la nascita di Maria segnano quindi l’inizio della nuova creazione, come l’aurora segna l’inizio di un nuovo giorno. Certo, non è da confondere la luce dell’aurora con il sole. Tuttavia l’aurora e il sole sono profondamente uniti e non c’è aurora senza sole. Il Montfort arriva ad affermare che Maria è “così intimamente unita a Gesù, che si potrebbe più facilmente separare la luce dal sole o il calore dal fuoco”, che separare Maria da Gesù. Ella è «tutta relativa» a Dio e a Gesù, e sorge più bella dell’aurora perché è la “donna vestita di sole” (Ap 12,1), il sole della grazia di Dio.

Essere cristiani vuol dire lasciare che lo Spirito Santo renda anche noi nuove creature e lo Spirito opera nel modo più grande dove c’è fede in Gesù e amore tenero e filiale per Maria, cioè laddove c’è una profonda comunione con il nuovo Adamo e la nuova Eva. Scrive San Luigi Maria Grignion nel suo Trattato della vera devozione a Maria (nn. 217-218) che laddove lo Spirito Santo trova Maria, la sua cara Sposa, nelle anime, «discenderà con abbondanza e le ricolmerà dei suoi doni». «Se Maria, albero di vita, è ben coltivata» nelle nostre anime, da questo albero nascerà il frutto benedetto del suo seno: Gesù Cristo. È in Cristo e per mezzo di Maria che i santi «vengono formati e modellati» (cfr. nn. 217-218).

Prega per noi, Vergine Santissima, perché amiamo Dio con tutto il cuore in modo che anche la nostra vita possa essere una “storia di salvezza”: si compiano in noi le promesse di Cristo e “tutto” possa “concorrere al nostro vero bene”. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Col 1,24 – 2,3; Sal 61; Lc 6,6-11 

Il testo della lettera ai Colossesi si conclude oggi con le parole: «Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, [Dio] ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo».

Cosa sono i “Principati e le Potenze”?

È un’espressione che ricorre ben nove volte nelle lettere di Paolo, di cui tre volte nella Lettera ai Colossesi. Nella Lettera agli Efesini scopriamo che questi Principati e Potenze sono «gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12), laddove con l’espressione “regioni celesti” non dobbiamo intendere ovviamente il paradiso, ma il mondo immateriale abitate dagli angeli (NB. altro discorso andrebbe fatto per quanto riguarda il significato letterale del testo, che è riconducibile a una visione arcaica del cosmo – di cui certamente anche Paolo era debitore – , in cui si riteneva che vi fossero regioni del cielo, in corrispondenza degli astri, abitate dagli angeli o che gli stessi astri fossero una manifestazione di queste potenze angeliche e che fossero da esse animati. I Colossesi credevano che questi elementi celesti potessero condizionare la loro vita e il loro destino, allontanandosi perciò dalla fede nell’unica azione provvidenziale divina in Cristo. Sono i prodromi della superstizione ancora diffusa oggi attorno all'”oroscopo” e ad altre pratiche divinatorie di matrice astrologica).

I Principati e le Potenze sono anche i nomi di due dei nove “cori angelici” che formano la corte celeste, il che non deve sorprendere se si considera che si tratta pur sempre di creature angeliche: queste ultime al servizio di Dio, chiamate comunemente “angeli”, le altre, invece, ribelli a Dio e nemiche dell’uomo, chiamate comunemente “demòni”).

Il testo della Lettera ai Colossesi proclama che Dio per mezzo di Cristo “ha privato di forza” gli spiriti del male, e li ha vinti: infatti, come – secondo il costume diffuso nell’antichità – i prigionieri di guerra venivano esposti al pubblico ludibrio, così Dio ha vinto e imprigionato gli spiriti maligni e «ne ha fatto pubblico spettacolo».

Questo non vuol dire che Dio non permetta loro di disturbarci e causarci sofferenza, in vista di un nostro bene spirituale. Paolo stesso parla, nella seconda Lettera ai Corinzi, di un «inviato di satana» che lo percuote “affinché non monti in superbia” e dal quale il Signore non l’ha voluto liberare (cfr. 2Cor 12,7-9). Ma questo non gli impedisce di rimanere costantemente nella letizia, perché – come scrive nella Lettera ai Romani – è «persuaso che… né principati, … né potenze… né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (cf. Rm 8,38-39). Dice questo perché gli spiriti maligni possono avere potere sul corpo e sulla psiche ma non sull’anima, hanno potere sulla carne ma non sullo spirito! Non possono perciò costringerci a peccare, se noi non lo vogliamo. Questa è una verità di fede fondamentale, perché deriva dalla convinzione che Cristo, con la sua Pasqua, è il vincitore sul demonio, sul peccato e sulla morte.

È la ragione che spiega perché nel vangelo di oggi si dice che «da Gesù usciva una forza che guariva tutti». Non si tratta tanto e soltanto della guarigione da mali di carattere fisico, ma dal peggiore dei mali, quello spirituale, indotto dal diavolo, che cerca continuamente di insinuare dubbi sulla bontà di Dio e dei fratelli, rendendoci persone diffidenti e sospettose verso tutto e verso tutti, e perciò agitate e inquiete, allo scopo di farci cadere nella sfiducia, nel lamento e nel giudizio e farci apparire ogni problema come una montagna invalicabile.

Se ci venisse detto che c’è una sorgente zampillante da cui sgorga un’acqua che guarisce tutti – e sappiamo che questa sorgente è prima di tutto la Santissima Eucaristia! – non andremmo tutti a bere ogni giorno da questa sorgente? Se uno dovesse morire perché non ha attinto a questa sorgente dovrà biasimare solo se stesso perché non ha voluto lasciarsi guarire e liberare da Gesù!

O Maria, Vergine potente contro il male, prega per noi perché Gesù ci possa guarire e liberare dai danni causati dall’azione dei Principati e delle Potenze infernali. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Col 1,24 – 2,3; Sal.61; Lc 6, 6-11

«Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa». Queste parole di san Paolo illuminano l’odierna liturgia della Parola della luce pasquale di Cristo. Sono parole, infatti, che si possono comprendere solo a partire dal mistero della morte e risurrezione di Gesù.

Affermare “sono lieto, felice nelle sofferenze” può apparire una follia per il mondo, ma non per chi crede che Gesù ha reso la sofferenza il luogo in cui ci è dato, per la potenza dello Spirito Santo, di esprimere l’amore più grande per Dio e per i fratelli. Perciò, quando uniamo la nostra sofferenza – qualunque essa sia – a quella di Cristo sul Calvario, presentiamo a Dio un’offerta di valore immenso.

 

Qualcuno ha detto che nel Regno di Dio sono tre le monete che hanno valore: la moneta di bronzo è la carità, la moneta d’argento è la preghiera, mentre la moneta d’oro è la sofferenza offerta per amore.

La sofferenza di Paolo ha valore perché offerta “a favore”, cioè “per amore” del corpo di Cristo che è la Chiesa. Perché? Perché è una partecipazione alla passione di Gesù che – come si legge nella lettera agli Efesini – «ha amato la Chiesa fino a dare se stesso per lei [sulla croce]» (Ef 5,25).

Anche noi, specialmente nella santa Messa, siamo chiamati a offrire noi stessi, le nostre gioie e le nostre sofferenze, tutta la nostra vita, “per Cristo, con Cristo e in Cristo” al Padre, cioè ad accettare nella pace la vita che Egli ci dona, a favore del Corpo di Cristo che è la Chiesa.

Il vangelo ci presenta gli scribi e i farisei che osservano Gesù “per trovare di che accusarlo”. Il loro atteggiamento ricorda quello dei cristiani che credono di salvare la Chiesa ponendosi come arbitri degli altri, quasi provando soddisfazione nel sottolineare i comportamenti sbagliati dei fratelli.

 

Non è certo il modo di agire dei santi, che invece di pronunciare condanne in pubblico si facevano carico dei peccati altrui, offrendo preghiere e sacrifici per la loro conversione e purificazione.

O Maria, Madre nostra, aiutaci a prendere parte alla passione del tuo Figlio a favore del suo Corpo che è la Chiesa. Amen.

don Francesco Pedrazzi

 

Is 35,4-7a; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

 

C’è un passo nel libro del profeta Zaccaria che ci può aiutare ad accostare la Parola di Dio di questa domenica. Il Signore si rivolge al profeta e, riferendosi al popolo di Israele, dice: «Hanno indurito gli orecchi per non sentire. Hanno indurito il cuore come un diamante, per non ascoltare la parola del Signore…» (cf. Zc 7,11-12)

Si parla di orecchi e di cuore induriti. Gli orecchi servono per ascoltare, ma stranamente – secondo il testo sacro – anche il cuore è coinvolto nell’ascoltoAnzi, il vero ascolto non avviene solo con le orecchie, ma anche con il cuore.

Il Signore dice al profeta Ezechiele«Le parole che ti dico ascoltale con gli orecchi e accoglile nel cuore» (Ez 3,10) e nella parabola del seminatore, Gesù parla di coloro che ascoltano la Parola «con cuore integro e buono», e per questo la custodiscono e portano frutto (cf. Lc 8,15).

Il protagonista del vangelo di oggi è un sordomuto. Un uomo che non può ascoltare e perciò nemmeno parlare. Gesù lo guarisce, con un gesto strano, peraltro conservato nel rito del Battesimo, dicendo la parola aramaica “Effatà!”, che significa “Apriti!”. È chiaro che qui non abbiamo a che fare solo con una guarigione fisica. Questo vangelo ci parla della forma peggiore di sordità, che è quella del cuore!

C’è anche un proverbio che dice: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!». E a volte, di certe persone, ci viene da dire: «Non gli si può proprio parlare!». Non si può parlare a una persona che ha il cuore chiuso, che non vuole ascoltare. Gli orecchi rimangono fisicamente aperti, ma se il cuore è chiuso le nostre parole è come se non gli arrivassero!

Ma non applichiamo questo vangelo agli altri. Perché tutti noi abbiamo una misura di sordità da cui essere guariti. Una sordità nei confronti di Dio e dei fratelli.

Questa sordità in genere ha una sola radice: il fatto che siamo pieni di noi stessi. Come l’acqua non può scorrere laddove il letto di un torrente è ingombrato dalle pietre, così la parola non può entrare in cuore ingombrato dall’egocentrismoAscoltare con il cuore richiede uno svuotamento del nostro Ego per fare spazio all’altro. È dimenticarsi un po’ di se stessi per accogliere l’altro in noi.

Il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer diceva: «L’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così come l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo». Bellissimo e verissimo! Ma se siamo pieni di noi stessi, se siamo sempre intenti a parlare solo di noi, a mostrare quanto siamo belli e buoni oppure se siamo intenti a lamentarci perché nessuno ci ama e ci guarda… non siamo in grado di ascoltare! Rimaniamo spiritualmente dei sordomuti.

Come apre le nostre orecchie Gesù? Come apre le orecchie del sordomuto? Ascoltiamo: «Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua». Limitiamoci a due sottolineature.

La prima: Gesù ci guarisce se gli permettiamo di condurci in disparte, lontano dalla folla. Si può guarire dalla sordità, da un cuore intasato dal nostro Ego, solo nel silenzio, nel raccoglimento, quando ci disconnettiamo dai rumori del mondo (a cominciare da quelli dei mezzi di comunicazione!), e ci mettiamo soli davanti a Dio, con il desiderio di fargli spazio nel cuore, sapendoci amati da Lui.

Una seconda nota. Le dita di Dio rimandano alle sue opere meravigliose. Le dita nelle orecchie indicano la disponibilità a fare memoria delle opere che Dio ha compiuto e compie nella nostra vita. Come la Vergine Maria che custodiva tutto ciò che le accadeva e lo meditava nel suo cuore. Meditare vuol dire illuminare il proprio vissuto attraverso l’ascolto della Parola di Dio. Perciò è indispensabile che ci nutriamo ogni giorno della Parola di Dio!

«Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta!», si legge nella prima lettura. La parola “vendetta” va intesa nel senso di “riscatto”, “liberazione”. Il Signore ci riscatta e ci libera dalle mani del nemico, che è più forte di noi. Il demonio fa di tutto per isolarci, per distruggere i buoni rapporti con chi abbiamo intorno, per chiudere il nostro cuore all’ascolto. Ma Gesù è più forte di satana ed è venuto per guarirci e liberarci e questo ci infonde tanto coraggio!

Il frutto principale della guarigione è la vera carità, di cui parla la seconda lettura. La vera carità non cerca il proprio interesse e non fa favoritismi personali, ma prova gioia nell’aiutare chi è povero e solo.

Maria, Vergine dell’ascolto, prega per noi perché sappiamo aprire i nostri orecchi alla Parola di Dio e maturare frutti di vera carità. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Col 1,15-20; Sal 99; Lc 5,33-39

 

Nella prima lettura di oggi troviamo il celebre inno cristologico della Lettera ai Colossesi. È uno dei testi più alti del Nuovo Testamento. Nel primo versetto si proclama la divinità di GesùEgli «è immagine del Dio invisibile». Si tratta di un’affermazione vertiginosa per un ebreo che professava la fede in un unico Dio! Sono i primi germi del dogma trinitario.

Paolo riporta questo inno perché preoccupato della tendenza da parte di alcuni cristiani a venerare presunti esseri angelicislegandoli dal mistero di Cristo, come se fossero degli dèi, mentre si tratta solo di “creature, poiché tutto è stato creato da Dio per mezzo di Cristo. Pertanto, solo a Lui va l’adorazione, la lode e la gloria.

Questo insegnamento è sempre attuale, perché ci mette in guarda da un modo sbagliato di venerare gli angeli e i santi. La vera devozione agli angeli e ai santi deve avere sempre come scopo la fede in Gesù. Purtroppo, oggi si sta diffondendo negli ambienti cristiani, anche a causa dell’influenza del movimento new age, la tendenza a venerare gli angeli come fossero degli dèi, dove è assente ogni riferimento a Cristo. Senza rendersene conto alcuni pensano di venerare angeli celesti, mentre in realtà venerano “angeli caduti”, ovverosia demòni! Analogamente, è falsa e sterile la devozione dei santi che non conduce a Cristo, alla Chiesa e ai sacramenti. In alcuni casi si tratta addirittura di una devozione pericolosa e demoniaca, come nelle pratiche della cosiddetta “santerìa”, una vera e propria idolatria camuffata dietro al nome dei santi cristiani!

L’errore fondamentale consiste nello sganciare queste devozioni dalla Chiesa e dall’obbedienza ai suoi pastori. Per questo Paolo, nella lettera ai Colossesi, presenta Gesù come «il capo del corpo, della Chiesa» e definisce la Chiesa «la pienezza» di Cristo! (cf. 1,23). È un’affermazione molto solenne! Dire che la Chiesa è la pienezza di Cristo equivale ad affermare che siamo pienamente in Cristo quando siamo in piena comunione la sua Chiesa.

Amiamo Cristo quando lo imitiamo nel suo amore per la Chiesa, perché – come si legge nel capitolo 5° – Cristo «ha amato la Chiesa» sino a dare se stesso per lei (cf. 5,25).

In questo capitolo la Chiesa è presentata come la “sposa” di Cristo, mentre in un’altra lettera (2Cor 11,2) afferma che noi battezzati siamo tutti promessi «a un unico sposo» che è Cristo e abbiamo bisogno di purificarci in vista dell’unione nuziale con Lui (cf. 5,26-27).  

Nel vangelo di oggi Gesù si presenta implicitamente come “lo sposo”, per il quale i suoi discepoli digiunano dopo la sua morte e risurrezione. La preghiera e il digiuno sono infatti i mezzi più formidabili per purificarci dalle brutture del peccato e per rivestirci con la bellezza della grazia.

La luce del sole ci illumina di notte indirettamente se ci mettiamo sotto la luce della luna. Similmente, la luce di Cristo in questa vita ci può illuminare se ci lasciamo illuminare dalla luce della Chiesa, che è un riflesso della luce di Gesù. È una metafora già cara ai Padri della Chiesa e indicata con l’espressione “Mysterium lunae” (“Mistero della luna”). È stata poi ripresa dal Concilio Vaticano II (cf. Lumen gentium 1), poiché lo Spirito Santo ha voluto affermare con forza il legame inscindibile tra il mistero di Cristo e il mistero della Chiesa, in un tempo come il nostro in cui questo legame è profondamente in crisi.

O Maria, Rosa Mistica e Madre della Chiesa, fa’ che lo Spirito Santo accenda nei nostri cuori il desiderio di donare la nostra vita per amore della Chiesa e di lasciarci guidare dalla sua luce. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Col 1,9-14; Sal 97; Lc 5,1-11

 

La lettera ai Colossesi è tutta centrata sul “mistero di Cristo”, cioè sul piano di salvezza di Dio «nascosto per secoli» e che ora si è manifestato nella vita, morte e risurrezione di Gesù. Questo mistero ci ha aperto le porte del Cielo e quindi della “santità”. Come si legge nella prima lettura di oggi, il Padre ci «ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce», poiché «ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore». La santità è quindi davvero possibile per ogni battezzato, perché è l’opera di Dio in noi: consiste nel rinunciare a crederci forti senza Dio e puntare tutto sulla “potenza” della gloria di Dio.

Un gesuita indiano ha scritto: «La musica ha bisogno della cavità del flauto, le lettere della pagina bianca, la luce del vuoto della finestra, e la santità dell’assenza di sé» (Anthony De Mello). Quando riconosciamo la nostra impotenza davanti a Dio e perciò ci appoggiamo sulla sua forza, Egli può santificare il suo nome in noi. Come Simon Pietro, nel vangelo di oggi, che aveva faticato invano tutta la notte, ma getta le reti confidando sulla Parola di Gesù. Dopo la pesca miracolosa, gli dice: «Allontànati da me, perché sono un peccatore». Proprio allora, dinanzi a un sincero atto di umiltà, Gesù gli può dire: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Il terreno fondamentale della santità è sempre l’umiltà, l’assenza di sé, cioè dellEgo vanitoso e orgoglioso.

Paolo chiama “santi” tutti i battezzati, perché – come diceva Madre Teresa di Calcutta – «la santità non è un lusso per qualcuno, ma una necessità per tutti». Gesù chiede ad ogni battezzato di essere santo e quindi di essere un “pescatore di uomini”. Non per imporci un dovere, ma perché ci vuole felici.

Leon Bloy diceva: «Al mondo c’è una sola tristezza: quella di non essere santi.  E quindi una sola felicità: quella di essere santi». Similmente Fulton Sheen affermava: «La ragione per cui non siamo felici come i santi, è che non abbiamo alcuna voglia di esser santi». Mi chiedo: ho voglia di essere santo?  Il che equivale a chiedermi: ho voglia di essere felice?

Se la risposta è affermativa, non c’è più tempo per indugiare! Pieghiamo le ginocchia e gettiamo le reti per la pesca, non contando sulle nostre forze, ma sulla grazia di Dio, per l’intercessione della nostra Madre celeste. Amen!

don Francesco Pedrazzi

 

Col 1,1-8; Sal 51; Lc 4,38-44

 

Inizia oggi, con il saluto iniziale, la proclamazione liturgica della Lettera di San Paolo ai Colossesi. È uno scritto che ha principalmente un intento dottrinale. Paolo, infatti, scrive ai cristiani di Colossi perché gli viene riferito che un gruppo di fedeli sta creando turbamento nella comunità per il fatto che considera come importanti alcune norme, benché non siano prescritte dagli apostoli. Questi fedeli si ritengono pertanto migliori degli altri, si mostrano critici e “condannano” chi non osserva le loro pratiche devozionali, legate a questioni di purità rituale e all’osservanza di “feste” e noviluni” (cf. 2,16). Inoltre, “gonfi di orgoglio”, pretendono che tutti osservino alcune norme di mortificazione e di astinenza dai cibi, andando dietro a presunte visioni mistiche e al culto di presunti “angeli” (2,18).

Paolo conferma la fede dei cristiani “sani” e turbati da questi gruppi settari, ricordando che la santità a cui bisogna aspirare non dipende tanto da pratiche esteriori con «la loro affettata religiosità, umiltà e austerità» (cf. 2,23; traduz. CEI ’74), ma dall’acquisire le vere virtù, rimanendo uniti a Cristo attraverso la Chiesa, di cui Gesù è il “capo” (1,18). Perciò, li esorta scrivendo«Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine…» (3,12); «il vostro parlare sia sempre gentile» (4,6) verso «quelli di fuori», cioè verso i pagani.

Quanto sono attuali queste parole! …in un tempo come il nostro in cui alcuni cristiani pensano di rendere gloria a Dio seminando discordia, parole acide, rabbia, accuse, sdegno e condanne, proprio come questi eretici della comunità di Colosse, che si ritenevano nondimeno più santi degli altri! La prova che non sono nel cammino della vera santità è il fatto che non obbediscono alla verità insegnata dagli Apostoli, ma a una “loro verità”, perché “gonfi di orgoglio” si pongono, come satana, sopra la Chiesa stessa; invece di condannare i veri peccati mettono in piedi guerre assurde contro comportamenti che la Chiesa ritiene leciti e non peccaminosi. Ma dai “frutti” dovrebbero capire che sono nell’errore, perché non fanno che seminare divisione e discordia attorno a loro.

Paolo indica nella lettera anche la strada della vera santitànon aggredire la Chiesa ma soffrire per essa. Scrive: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa» (1,24; traduz. CEI ’74).

Gesù nel vangelo di oggi, dice: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». È anche il nostro compito! Annunciare la “buona notizia” del regno! È una “buona notizia” perché libera, guarisce e procura gioia.

Per essere cristiani credibili dobbiamo essere fermi, fedeli, non scendere a compromessi con il peccato e la menzogna, ma al contempo miti, gentili, gioiosi e affabili. «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze…» (Ef 4,32), scrive lo stesso Paolo nella “lettera gemella” agli Efesini. Come si legge nel testo di oggi, dovremmo cercare di mostrare amore «verso tutti i santi», cioè verso tutti i battezzati.

Un cristiano arrabbiato e cupo che intende attirare le persone a Cristo è come un musicista che si illude di attirare il pubblico suonando un pianoforte scordato. Viceversa, un cristiano mite e gioioso, potrà attirare gli altri a Cristo, perché – come scriveva San Francesco di Sales – «si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto»!

O Maria, Madre della Chiesa, non permettere che ci lasciamo incattivire dal male che c’è nel mondo e nella Chiesa! Insegnaci ad amare la nostra madre Chiesa, la Sposa di Cristo, nonostante le contraddizioni che vediamo in essa, perché una madre non si critica, ma si ama, sempre! Fa’ che continuiamo a testimoniare la buona notizia del regno, senza perdere mai la pace del cuore. Amen!

don Francesco Pedrazzi

 

1Ts 5,1-6.9-11; Sal 26; Lc 4,31-37

 

Nella prima lettura di oggi ritorna l’invito di Paolo alla perseveranza e alla vigilanza, nell’attesa del «giorno del Signore». Si serve, a tal scopo, della metafora del contrasto tra le tenebre e la luce, tra coloro che appartengono alle tenebre e coloro che sono figli della luce, tra coloro che dormono, vivendo nel vizio e nell’intemperanza, e coloro che sono svegli e sobri. È significativo al riguardo l’ultimo versetto: «[Gesù] è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui».

Vivere sempre con Gesù, sia che dormiamo sia che vegliamo, sia quando ci sentiamo deboli sia quando ci sentiamo forti, sia quando siamo nel pianto sia quando siamo nella gioia, sia quando siamo nella prova sia quando non lo siamo. Ecco ciò che conta: tenere vivo in ogni momento il senso della presenza viva di Gesùpensando che è morto per noi per vivere in ogni momento con noi e affinché viviamo per Lui: cioè grazie a Lui e per rendere gloria al Padre nostro che è nei cieli.

Nel vangelo di oggi lo spirito impuro chiama Gesù «il santo di Dio», colui che è venuto per la rovina del regno di satana. Questo regno è all’opera sino alla fine del mondo, ma se rimaniamo saldamente uniti a Gesù non abbiamo nulla da temere. Gli spiriti impuri possono gettarci a terra ma non impedirci di rialzarci, possono ferirci ma non toglierci la vita, possono cercare di incutere paura ma non ci possono togliere la certezza nel cuore che «siamo più che vincitori grazie a Colui che ci ha amati» (Rm 8,37). La tentazione può scuoterci come un albero viene scosso da un forte vento, ma non abbiamo nulla da temere se le nostre “radici” affondano nel terreno della fiducia in Colui che «comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri». Le tenebre a volte sembrano prevalere, ma la «la Luce splende nelle tenebre» e vince sulle tenebre (cf. Gv 1,5) e noi siamo figli della luce!

Teniamo fisso lo sguardo su Gesù, dicendo: «Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza! Tu mi liberi dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Sotto le tue ali io trovo rifugio!» Amen (cf. Sal 91,2-4).

don Francesco Pedrazzi

1Ts 4,13-18; Sal 95; Lc 4,16-30

 

C’è un dubbio che assilla i cristiani di Tessalonica: che cosa ne sarà di coloro che sono morti prima del ritorno di Cristo? Per noi la risposta è scontata, ma allora non lo era. A causa di un’errata interpretazione di alcune parole di Gesù, in molti ritenevano che non sarebbe passata una generazione prima del suo ritorno e che quindi tutti i cristiani sarebbero stati rapiti con Gesù al momento della sua venuta, partecipando in questo modo alla sua vittoria sulla morte e alla sua risurrezione.Paolo precisa la retta fede nella risurrezione dei morti in Cristo. Introduce il suo insegnamento con queste parole: «Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza».

Interessante questo legame tra la fede nella risurrezione, la tristezza e la speranza. I cristiani non possono essere “tristi” «come gli altri che non hanno speranza». La tristezza è giustificabile per chi non crede nel Cristo morto e risorto, ma non per un cristiano! Infatti, nell’ultima parte della lettera Paolo scrive: «Siate sempre lieti!».

Si stratta di una letizia che non poggia su ciò che si vive nel presente, ma sull’attesa certa di ciò che riserva il futuro. Una letizia che non dipende dal “sentire”, ma dal “sapere” in forza della fede e della speranza, come dice un celebre canto liturgico: «“So” che la tua mano forte non mi lascerà»… nemmeno al momento della morte! Lo “so”, non per un mio merito, ma grazie alla virtù teologale della “speranza”, che mi è stata donata con il Battesimo.

La speranza è una sorgente inesauribile di letizia, perché permette di credere senza esitare a una bene immenso che non c’è ancora nel presente, ma che mi verrà dato in avvenire. È la gioia dell’attesa, come quella di un bambino la sera prima di ricevere i regali di Natale: è pieno di gioia non per ciò che ha ma per ciò che gli verrà dato.

L’attesa gioiosa che nasce dalla speranza è paziente, quieta e perseverante. Se chiede, non si perde d’animo laddove non ottiene subito, ma continua a chiedere con fiducia e sa attendere i tempi di Dio.

San Giacomo richiama l’esempio dell’attesa paziente e costante dell’agricoltore: «Siate costanti, fratelli… Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi… Non lamentatevi…» (cf. Gc 5,7s).

All’opposto dell’attesa paziente troviamo quindi quella lamentosa e inquieta, dovuta alla pretesa arrogante che Dio faccia ciò che noi vogliamo, secondo i nostri tempi e le nostre richieste.

Come quella dei nazaretani, di cui parla il Vangelo di oggi, che passano dall’ammirazione per Gesù alla rabbia e alla violenza, perché non asseconda i loro desideri. Il problema di fondo è l’atteggiamento possessivo. Vedono Gesù come una loro “proprietà”, perché è cresciuto nella loro città!

Molte liti e conflitti sul piano affettivo sono dovute alla smania di possesso verso il prossimo, che genera inevitabilmente rivalità, gelosie, frustrazioni, fisime e altri deplorevoli stati d’animo. Così anche nei confronti di Dio. Se, invece di confidare in Lui – sapendo che siamo completamente suoi e che “male” che ci vada andiamo in Paradiso -, lo trattiamo come il “genio della lampada” che ci deve assecondare “a bacchetta”, saremo assaliti da sentimenti di rabbia, delusione e turbamento, che rappresentano il terreno ideale in cui “sguazza il demonio”.

Il Salmo 26 esprime in modo magnifico la certa e paziente speranza nelle promesse di Dio, che allontana ogni paura e timore, sapendo che tutto ciò che conta è poter “abitare nella casa del Signore”. Preghiamolo con il desiderio che queste parole si imprimano nel nostro cuore:

«Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura? Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi». Amen.

don Francesco Pedrazzi

Dt 4,1-2.6-8; Sal 14; Gc 1,17-18.21b.22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

Nel cristianesimo, come in tutte le religioni, ci sono tradizioni, norme morali e rituali e contenuti dottrinali. Per questo, apparentemente il cristianesimo è una religione come tutte le altre. C’è chi ritiene che per essere buoni cristiani basti osservare determinate norme morali, partecipare ad alcuni riti e credere ad alcune dottrine. Ma è davvero così? Davvero essere cristiani vuol dire semplicemente osservare delle norme e credere a una dottrina?

È chiaro che questi elementi sono presenti nella fede cristiana, eppure la Parola di oggi mette in discussione questa visione del cristianesimo, che è purtroppo molto diffusa.

San Francesco di Sales scriveva: «Alcuni fanno consistere la loro perfezione nell’austerità della vita, altri nell’orazione, altri nella frequenza ai sacramenti, altri nelle elemosine; ma s’ingannano: la perfezione sta nell’amar Dio di tutto cuore» (citato da S. Alfonso Maria de’ Liguori, in Pratica di amar Gesù Cristo, 1).

Ecco ciò che fa la differenza tra la fede cristiana e tutte le altre religioni. La fede cristiana può essere ridotta a un solo comandamento: «Amare Dio con tutto il cuore», cioè amarlo con tutta la propria persona. Questo è il primo e più grande dei comandamenti, come dice lo stesso Gesù. Il comandamento: «Ama il prossimo tuo come te stesso» è un corollario del primo. È, per così dire, il banco di prova del primo comandamento perché, come scrive San Giovanni «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Lo stesso san Giovanni ricorda che noi possiamo amare Dio perché ci amati per primo in Gesù Cristo. Il comandamento dell’amore di Dio in realtà non è un vero comandamento, ma un atto di ringraziamento gioioso a Dio poiché ci ha donato tutto in Gesù Cristo suo Figlio unigenito. Ecco perché Gesù dice, quando parla del suo comandamento, il comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».

E sappiamo bene “come” Gesù ci ha amati! È contemplando incessantemente il Sacrificio d’amore di Cristo, il suo Corpo e il suo Sangue donati per noi sulla croce, che siamo infiammati dal fuoco del suo Amore (lo Spirito Santo) siamo in grado di amare Dio e di amare il prossimo. Di conseguenza, siamo capaci anche di osservare i comandamenti. Perché, come lo stesso San Giovanni precisa, chi dice di conoscere Gesù e non osserva i comandamenti, è «un bugiardo e in lui non c’è la verità».

Se abbiamo chiaro che amare Gesù Cristo è tutto per il cristiano allora anche le norme rituali e morali trovano senso. Nei riti ci è donato uno spazio in cui incontrare e amare Gesù. Ad esempio, la santa Messa è il momento più alto della contemplazione del Sacrificio d’amore di Cristo, che si rende presente nel mistero celebrato. Nelle norme morali riconosciamo il modo concreto con cui consegniamo a Dio la nostra volontà dimostrandogli che lo amiamo non solo a parole ma nei fatti.

Rimane, tuttavia, un interrogativo importantissimo: che cosa vuol dire amare Gesù Cristo e amare Dio con tutto cuore?

Non è facile rispondere in poche parole, ma certamente la Sacra scrittura ci insegna che noi mostriamo di amare Dio prima di tutto se ci mettiamo dinanzi a lui in un atteggiamento di ASCOLTO. Nelle letture di oggi troviamo questo verbo in forma di esortazione: «Ascolta, Israele!», dice il Signore tramite Mosè. «Ascoltatemi tutti e comprendete bene!», dice Gesù. E san Giacomo scrive: «Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

Ascoltare Dio vuol dire accoglierlo nel nostro cuore e nella nostra vita. Dio non può fare nulla nella nostra vita se non lo ascoltiamo! San Paolo scrive che la fede nasce dall’ascolto (cf. Rm 10,17), quindi senza ascolto non c’è fede e pertanto neanche vera carità. Noi crediamo in un Dio che ha parlato all’uomo e che continua a parlarci, grazie alla Sacra scrittura e alla Tradizione vivente della Chiesa. Amare Dio è quindi prima di tutto ascoltarlo, accogliendo con grande docilità la Parola di Dio, fissata nella Bibbia e interpretata autorevolmente dal Magistero della Chiesa.

Amiamo Dio quando imitiamo Maria che nel silenzio accoglie e medita la parola di Dio, in modo che questa parola ci trasformi interiormente e sia formato in noi Gesù Cristo. L’ascolto, quando è sincero e profondo, si traduce in vita, in obbedienza. Infatti, la parola “obbedire” – dal latino ob-audire – significa proprio “ascoltare in profondità”, ascoltare mettendo in pratica ciò che si ascolta, come scrive San Giacomo nella seconda lettura: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi».

Gesù ci ricorda oggi che non siamo contaminati da ciò che viene dall’esterno. I veri veleni di cui ci dobbiamo preoccupare non sono fuori di noi ma dentro il nostro cuore! Non vengono dagli uomini ma dal tentatore! Sono i propositi di male che avvelenano il cuore! E chi lo può guarire? È proprio l’ascolto della parola di Dio che può purificare il nostro cuore in modo che da esso possano scaturire soltanto propositi di bene. Infatti, Gesù, dice suoi discepoli: «Voi siete puri, a causa della parola che vi ho annunciato («Gv 15,3). La parola di Dio è come un fuoco ardente che purifica le nostre labbra e il nostro cuore (cf Is 6,4-6).

Come si diceva, il banco di prova dell’amore verso Dio e della vera obbedienza ai suoi comandamenti sono le opere di carità. Infatti, San Giacomo, subito dopo aver invitato a un ascolto obbediente della parola afferma: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze». Nel Salmo odierno si proclama che abiterà nella tenda del Signore colui che «non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino».

Purtroppo, ai tempi di Gesù, come ai nostri tempi, c’è chi ritiene che per essere buoni cristiani sia sufficiente un’osservanza esteriore dei riti e delle norme e una volta fatto questo ci si possa permettere di denigrare e ferire fratelli, di lanciare insulti a chi non la pensa come noi, di giudicare in modo arrogante il prossimo, proprio come facevano gli scribi e i farisei. Guardiamoci dal fare anche noi come gli scribi e i farisei: dal trasgredire il comandamento di Dio e della sua Chiesa per trovare una falsa sicurezza nelle tradizioni umane, non prescritte da Dio.

In conclusione: se il cristianesimo consiste essenzialmente nell’amare Dio, se possiamo amare Dio soltanto ascoltandolo in profondità, oggi più che mai è importante che nelle nostre giornate ci siano degli spazi di vero e profondo silenzio. Non saranno le nostre parole, il nostro clamore, il nostro sdegno a risolvere i problemi della Chiesa e del mondo. Sarà Dio stesso, se lo amiamo veramente, creando nelle nostre giornate spazi di silenzio per poterlo incontrare ed ascoltare.

Il silenzio fa fiorire l’anima, come una margherita che si apre alla luce del sole, mentre il rumore, le chiacchiere, i vaniloqui la chiudono all’amore di Dio.  

Il filosofo danese Sören Kierkegaard ha scritto che se fosse un medico e gli venisse chiesto un consiglio su come guarire il mondo attuale, risponderebbe: «Create il silenzio! Conducete gli uomini al silenzio!». Santa Teresa di Calcutta, volendo riassumere il percorso che porta alla vera carità che può salvare noi stessi e le persone che abbiamo accanto, disse: «Il frutto del silenzio è la preghiera. Il frutto della preghiera è la fede. Il frutto della fede è l’amore. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace».

Maria Santissima, Vergine dell’ascolto e del silenzio, insegnaci ad accogliere in noi la parola di Dio perché essa purifichi nostri cuori e impedisca ai pensieri e ai sentimenti malvagi di contaminarli. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

1Ts 4,9-11; Sal 97; Mt 25,14-30

 

«Vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più» – scrive san Paolo ai Tessalonicesi. Ecco il principio che dovrebbe guidare continuamente il cammino di ogni battezzato: progredire sempre di più. C’è una legge fondamentale della vita spirituale: chi si ferma va indietro!  Chi non desidera progredire regredisce, perché credere in Gesù è corrispondere al suo amore per noi, e l’amore di Gesù è infinito, perciò un cristiano sente di non amare mai abbastanza il Signore.

È proprio per questa ragione che Gesù racconta la parabola dei servi e dei talenti. Il servo malvagio e pigro pensa di cavarsela nascondendo sotto terra il suo talento. Rappresenta tutti coloro che puntano a una vita cristiana minimalista, cioè a fare il minimo indispensabile per evitare il castigo di Dio. Pensano che per essere buoni cristiani basti sforzarsi di osservare i comandamenti, in modo da evitare l’inferno. Ma non hanno capito nulla del vangelo di Gesù, che parla di misericordia e di amore totale per Dio e per i fratelli. I comandamenti sono solo il primo passo, indispensabile ma non sufficiente, per corrispondere all’amore di Dio per noi (cf. Mc 10,17-22). Solo chi ama adempie veramente la legge! E amiamo Dio quando vinciamo la paura di perdere la nostra vita per i fratelli. Per questo affidiamo i nostri talenti ai “banchieri”, cioè ci sottoponiamo, entro un cammino di docile obbedienza, a guide spirituali che sanno trattare con le cose di Dio, come i banchieri di questo mondo sanno trattare con le ricchezze materiali.

La Parola di oggi ci insegna che non c’è cosa peggiore nella vita cristiana di vivere nella mediocrità quando avvertiamo chiaramente che lo Spirito Santo ci sta chiedendo di giocare tutta la nostra vita per Cristo.

Come ha fatto sant’Agostino, che – come racconta nelle sue Confessioni – a un certo punto della sua vita avverte l’appello a donarsi totalmente a Gesù, ma gli dispiaceva passare «per le sue strettoie», perciò tergiversa per un certo tempo… (cf. VIII, 1,1). Come una farfalla appena uscita dalla crisalide, che non si decide a spiccare il volo…

Scrive: «A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità delle vanità, antiche amiche mie, che mi tiravano di sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?” […] L’abitudine, tenace, mi diceva: “Pensi di poterne fare a meno?”. Ma la sua voce era ormai debolissima. Dalla parte ove avevo rivolto il viso, pur temendo a passarvi, mi si svelava la casta maestà della continenza, limpida, sorridente senza lascivia […] “Chiudi le orecchie al richiamo della tua carne immonda sulla terra per mortificarla. Le voluttà che ti descrive sono difformi dalla legge del Signore Dio tuo”» (VIII, 11,26-27). Finalmente, aiutato da un passo della Scrittura, si decide a iniziare una nuova vita, e di abbandonare le “crapule e i bagordi” (cf. VIII, 12,29; cf. 1Pt 4,3), mantenendo vivo ogni giorno il desiderio di progredire nel cammino della santità.

Preghiamo con le sue parole: «Da’, o Signore, ciò che comandi e comanda ciò che vuoi!». Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Ts 4,1-8; Sal 96; Mt 25,1-13

 

«Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione». Con queste parole Paolo si rivolge ai cristiani della comunità di Tessalonica, che fino a poco tempo prima vivevano secondo i costumi pagani, soggiogati dalle passioni impure. Il testo è inequivocabile per quanto riguarda la natura del peccato condannato da Paolo. Il termine greco, tradotto in italiano con “impurità” è “pornèia”, che si riferisce a tutti i peccati relativi alla sfera sessuale: adulterio, fornicazione, incesto, ecc.

L’Apostolo sembra volere chiarire una volta per tutte che non si può essere cristiani e al tempo stesso camminare nell’impurità. Scrive, infatti: «Questa è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio».

Si noti la solennità dell’affermazione: «Questa è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità…». L’impurità è quindi contraria alla volontà di Dio!

C’è chi accusa la Chiesa di dare un peso eccessivo ai peccati contro il sesto comandamento, poiché in questo modo farebbe passare l’idea di un cristianesimo sessuofobo e proibizionista. Anche ammesso che questo a volte accada o sia accaduto, nondimeno il testo di Paolo mostra che già la fede apostolica considerava la purezza come una virtù irrinunciabile del cristiano. Non si tratta quindi di una dottrina ecclesiale ma rivelata da Dio stesso! Inoltre, non è affatto un discorso sessuofobo e moralista, perché l’obiettivo è la salvaguardia della vera libertà e il frutto della “santificazione”, che – come scrive lo stesso Paolo nella lettera ai Galati -, è l’amore, la pace e la gioia! (cf Gal 5,22). L’impurità è incompatibile con la “santificazione”, e quindi con la vera gioia. Essa è considerata sin dalle origini del cristianesimo un peccato grave per una ragione che si può già intuire nella lettura odierna, ma che risulta più chiara in un testo della  prima lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive: «State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?» (1Cor 6,18-19).

D’altra parte, nella prima lettura di oggi, l’Apostolo non condanna solo l’impurità, ma ancor più chi la giustifica e su questo tema inganna i fratelli. Scrive, infatti: «Che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito.  Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito».

Si tratta di parole molto severe! C’è un castigo divino per chi offende o inganna il fratello in questo campo, esempio affermando che l’impurità non è un peccato oppure che non è possibile che un cristiano si mantenga puro in questo mondo.

Così facendo, disprezza Dio stesso, la sua legge e il dono dello Spirito Santo. Perché lo Spirito Santo? Perché per Paolo è chiaro che è possibile camminare nella purezza non contando sulle proprie forze, cioè vivendo secondo la carne, ma contando sulla forza dello Spirito Santo, ovvero attraverso una preghiera incessante e fiduciosa. Scrive, infatti, nella lettera ai Galati: «Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne» (Gal 4,16).

Le vergini stolte di cui parla Gesù nel vangelo di oggi rappresentano precisamente coloro che – per richiamare ancora un passaggio della Lettera ai Galati – hanno cominciato nel segno dello Spirito e finiscono nel segno della carne (cf. Gal 3,3). Camminare nel segno dello Spirito vuol dire coltivare ogni giorno la relazione viva con Gesù attraverso la preghiera e la vigilanza, una relazione che si concretizza poi nel servizio dei fratelli.

Come Gesù stesso ci ha detto, «non tutti capiscono questa parola» (Mt 19,11), ma per un cristiano che ha conosciuto l’Amore di Cristo lo sforzo di camminare nella via della purezza – che il  “sentiero dei gigli” – diventa decisivo se non vuole rischiare che la sua vita si concluda come quella delle vergini stolte. In ultima analisi, il discorso della purezza è un discorso sull’amore. I “puri di cuore” sono coloro che amano Dio in ogni cosa e sopra ogni cosa; che lo amano con cuore indiviso e quindi non amano le creature in modo disordinato. Chi ha conosciuto la bellezza e la gratuita dell’Amore di Dio e sceglie di lasciarsi schiavizzare dalle passioni carnali (che sono un surrogato tossico dell’amore vero!) merita il durissimo ammonimento di San Pietro: «La condizione ultima di coloro che, dopo essere sfuggiti alle corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo, rimangono di nuovo in esse invischiati e vinti, è divenuta peggiore della prima. Meglio sarebbe stato per essi non aver mai conosciuto la via della giustizia… Si è verificato per loro il proverbio: “Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango”» (1Pt 2,20-22).

«Come riuscire a fare tutto questo? Chi ci darà la forza necessaria? Gesù che tutti i giorni riceviamo nel nostro cuore. Il rosario alla Madonna, arma potente per vincere il nemico ed acquistare virtù… Catena dolce che ci unisce a Dio» (M. Piacentino, Madre Maria Paola Muzzeddu. Un candido giglio nell’abbraccio di Mater Purissima, Gorle 2019, p. 138). Sono parole della Venerabile Madre Paola Muzzeddu, a cui la Madonna chiede di essere venerata con il titolo di “Mater Purissima”; nel solco della testimonianza di tutti i santi, ella ci ricorda i due mezzi più potenti per custodire la virtù della purezza: la Comunione eucaristica quotidiana e il Santo Rosario. Amen. 

Mater purissima, ora pro nobis!

don Francesco Pedrazzi

1Ts 3,7-13; Sal 89; Mt 24,42-51

 

 

«Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore!». Con queste parole Paolo esprime i suoi sentimenti di sollievo e di gioia nel ricevere buone notizie dalla comunità di Tessalonica, che aveva dovuto lasciare in fretta a causa delle persecuzioni. Temeva, infatti, che la prova potesse spegnere la fede dei neofiti. Invia perciò Timoteo per raccogliere informazioni ed egli riferisce che la comunità che aveva fondato stava perseverando nella fede. Lo Spirito Santo riempie il cuore di Paolo di gioia perché il suo unico desiderio è che i credenti rimangano fedeli a Cristo. Infatti, scrive che “si sente rivivere”, purché essi “rimangano saldi nel Signore”.

La lettera ha lo scopo quindi di esortare alla vigilanza, oltre che d’infondere consolazione e incoraggiamento. L’Apostolo scrive, infatti, che ringrazia Dio per «tutta la gioia» che prova a causa loro e manifesta il suo progetto di “rivedere il loro volto” per “completare ciò che manca alla loro fede”.

Egli esorta i tessalonicesi a rimanere “saldi e irreprensibili nella santità”, “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”. Ricorda loro, quindi, che il Signore verrà, ma nel frattempo bisogna perseverare in una degna condotta di vita, evitando di cadere nei peccati che li avevano resi schiavi prima del battesimo.

Non vuole che capiti ciò di cui parla Gesù nel vangelo di oggi, riguardo al “servo malvagio” che dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e comincia a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi…

Tutto questo ci ricorda che ciò che conta maggiormente nel cammino di fede non è vivere occasionali esperienze spirituali che “scaldano il cuore”, ma tenere viva ogni giorno la fiamma dell’amore di Dio.

Quando si accende un fuoco, è necessario alimentarlo regolarmente con la legna, per evitare che si spenga. La legna che mantiene vivo il fuoco dell’Amore di Dio è la preghiera, che consiste essenzialmente in ripetuti atti di desiderio e di amore verso Dio. Se il fuoco non è alimentato, non solo rischia di spegnersi per mancanza di legna, ma altresì a causa del vento. Così la fiamma della fede e della carità si spegne al sopraggiungere del vento delle tentazioni e delle contrarietà della vita. Viceversa, se un fuoco è robusto e ben alimentato, non solo non si spegne al sopraggiungere del vento, ma cresce, fino a diventare un grande incendio.

Teniamo vivo, perciò, il fuoco del desiderio di Dio mediante una preghiera costante e regolare.

Preghiamo con le parole di san Colombano, nella lettura dell’Ufficio odierno: «Desidero che le ferite del tuo amore siano impresse in me, o Signore. Beata l’anima trafitta dalla carità! Essa cercherà la sorgente e ne berrà. E bevendone, ne avrà sempre sete». Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Ts 2,9-13; Sal 138; Mt 23,27-32

 

Nella prima lettura si legge che Paolo rende continuamente grazie a Dio perché i Tessalonicesi hanno accolto la parola che egli ha annunciato «non come parola di uomini ma, qual è veramente, come Parola di Dio» che opera in coloro che credono.

Sappiamo che la Parola di Dio è Cristo stesso, che opera nei cuori per mezzo dello Spirito Santo e li trasforma. Si legge, infatti, nel vangelo: «[I discepoli] partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro…» (Mc 16,20).

Questo vuol dire che la Parola di Dio continua a raggiungerci attraverso l’annuncio del Vangelo, non solo da parte dei pastori, ma da parte di ogni fedele. Ogni battezzato che annuncia con fede il Vangelo, animato dall’amore di Dio, è strumento della Parola di Dio che opera un cambiamento in colui che la accoglie.

Tuttavia, la Parola può essere davvero efficace nella misura in cui scaturisce da un cuore puro, ricolmo dello Spirito di santità.

La Venerabile Madre Paola Muzzeddu, fondatrice della Compagnia delle Figlie di Mater Purissima, un giorno si rivolse al Signore Gesù chiedendogli grazie e miracoli per confermare l’opera che Dio stava compiendo attraverso di lei. Gesù le disse: «Sta’ tranquilla… vedi, quando tu parli ti ascoltano, ti credono e si convertono… e questi non ti sembrano miracoli, quando le anime si convertono?» (M. Piacentino, Madre Maria Paola Muzzeddu. Un candido giglio nell’abbraccio di Mater Purissima, Gorle 2019, p. 83).

Quando il cuore è puro, anche poche parole possono ottenere la conversione. Apparentemente sono solo “parole umane”, ma in realtà in esse opera la Parola di Dio, che è come una spada a doppio taglio che penetra in profondità nell’intimo della persona.

La purezza del cuore, virtù che la Venerabile Madre Paola ha incarnato in modo eroico, consiste nell’Amare Dio sopra ogni cosa e creatura e nell’amare ogni cosa e creatura in Dio e per Dio. Questo porta a servire i fratelli con una carità eroica, desiderando prima di tutto che la loro vita sia gradita al Signore, come scrive lo stesso san Paolo: «Sapete che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio…».

Tutt’altra intenzione c’è nel cuore impuro dei farisei, che – infatti – sono paragonati da Gesù ai «sepolcri imbiancati», perché «all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume». Essi sono animati dall’amor proprio e dall’egoismo e non dall’amore di Dio. Di conseguenza, le loro parole non possono ottenere alcun frutto di conversione.

Come l’acqua del mare quando è pura e pulita brilla di bellissimi riflessi sotto la luce del sole, così il nostro cuore quando è puro risplende della luce di Dio.  

Che la Santa Vergine Maria, Mater purissima, ci ottenga il dono della purificazione del cuore per essere strumenti docili della Parola di Dio. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Ts 1,1-5,8b-10; Sal 149; Mt 23,13-22

 

 

Gesù dice a Natanaele, cioè a colui che diverrà l’apostolo Bartolomeo«Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste! … In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Santa Caterina da Siena, nel suo Dialogo della Divina Provvidenza ci aiuta ad approfondire queste parole di Gesù nella “dottrina del ponte”. Gesù è presentato come un “ponte” posto tra il cielo e la terra, per riparare la via interrotta dal peccato. È per questo che dopo il diluvio l’arcobaleno (“l’arco di Dio sulle nubi”), viene indicato come il “segno dell’alleanza tra Dio e la terra” (cfr. Gn 9,13). La divinità di Gesù, unita alla sua vera umanità, forma un ponte tra cielo e terra, attraverso cui Dio riconcilia a sè l’umanità perduta.

Questo ponte è formato da tre grandi “scaloni”, in corrispondenza dei piedi, del costato e della bocca di Gesù: «Al primo scalone, sollevandosi dalla terra sui piedi dell’affetto, l’anima si spoglia del vizio; sul secondo si veste d’amore e di virtù; sul terzo finalmente gusta la pace». … «Nessuno può avere in sé la vita della grazia se non li sale tutti e tre…» (cfr. Dialogo della Divina Provvidenza. EDS, Bologna 1989, pp. 75209).

Natanaele incontra per la prima volta Gesù, ed egli gli mostra già il percorso da seguire e la meta. In quel momento il discepolo non può capire, ma Gesù gli sta mostrando che la via da seguire per arrivare alla salvezza è il divenire una cosa sola con la sua persona umano-divina innalzata sulla croce. La capirà più tardi, quando – dopo la Risurrezione di Cristo – potrà esclamare, come san Paolo, «sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me!». (Gal 2,19-20). Da “Israelita in cui non c’è falsità», che medita la Scrittura sotto un albero di fico, Natanaele diviene qualcuno di ben più grande: un martire di Cristo, cioè un testimone del Sangue dell’Agnelloversato per la nostra salvezza!

La prima lettura riporta la visione maestosa della città santa, Gerusalemme, cioè della Chiesa gloriosa di Cristo che poggia «su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli». Noi, infatti, crediamo in una Chiesa “apostolica”, non solo perché la nostra fede è quella degli Apostoli, ma perché essi ci mostrano in modo esemplare che cosa vuol dire seguire Gesù: vuol dire bere il calice che lui ha bevuto e ricevere il battesimo che lui ha ricevuto, cioè il battesimo di sangueper richiamare le parole che Cristo ha detto ai fratelli Giacomo e Giovanni.

Il nostro battesimo non è un battesimo solo di acqua, ma di sangue e Spirito. Il che vuol dire che per salire sul ponte dell’umanità crocifissa di Gesù siamo tutti chiamati ad abbracciare la croce e a consegnarci totalmente nelle mani paterne di Dio in modo da lasciarci infiammare dall’amore dello Spirito Santo.

Nella dottrina del ponte si legge che l’anima, quando arriva al costato di Cristo, riceve il battesimo del sangue redentore di Cristo, che la rende capace di vivere nell’amore, in forza del sacramento dell’Eucaristia (Ivi, p. 191).

Chiediamo a Maria, Regina degli Apostoli, di aiutarci a rimanere sempre sul ponte dell’umanità crocifissa di Cristo, per poter un giorno entrare nel Cielo che egli ha aperto con la sua morte e risurrezione. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1Ts 1,1-5,8b-10; Sal 149; Mt 23,13-22

 

Inizia oggi la lettura della Prima lettera di San Paolo apostolo ai Tessalonicesi, che accompagnerà la liturgia eucaristica per oltre una settimana. In questo testo, che è lo scritto più antico del Nuovo Testamento, si può cogliere il grande entusiasmo per la diffusione del Vangelo della giovanissima comunità cristiana, nata in un contesto pagano. I primi cristiani attendevano un ritorno imminente del Signore Gesù. Poiché quest’attesa si prolungava, Paolo ricorda che nessuno conosce il giorno della Parusìa, che potrebbe essere vicino o molto lontano; ciò che conta è che i cristiani rimangano nella pace, cercando di essere costantemente vigili e sobri, come se ogni giorno fosse l’ultimo, ed evitando di tornare a comportarsi come un tempo, quando vivevano nelle tenebre.

La lettera inizia, secondo il tipico stile Paolino, con un ringraziamento a Dio: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro».

Troviamo qui elencate le tre virtù teologali, ovverossia le virtù infuse dello Spirito Santo attraverso il battesimo: la fede, la speranza della carità. Ognuna di queste virtù è qualificata attraverso tre sostantivi: rispettivamente l’“operosità”, la “fatica” e la “fermezza”.

Paolo ringrazia Dio prima di tutto per «l’operosità» della fede dei Tessalonicesi. Un’operosità che si traduce nel cambiamento esteriore della vita, cioè – come si legge poco dopo – nella rinuncia agli idoli, a uno stile di vita mondano, basato sulla ricerca egoistica della ricchezza e del piacere fine a se stesso, per servire il Dio vero. Se la fede non è operosa, come scrive anche San Giacomo, è morta. Se, invece, è operosa è destinata a diffondersi, come scrive Paolo, a tal punto che tutti parlano della conversione dei Tessalonicesi! In secondo luogo, Paolo parla della fatica della carità. È interessante l’accostamento di queste due parole. Nella Prima lettera ai Corinzi l’Apostolo scrive che la carità è prima di tutto “paziente” o, secondo un’altra traduzione, “magnanima”cioè capace di soffrire e di sopportare tutto per il bene dell’altro. Non dobbiamo spaventarci se la carità comporta fatica, perché senza fatica non c’è vera carità!  Infine, Paolo parla della fermezza della speranza. La speranza cristiana non è qualcosa di aleatorio, come quando si spera nel bel tempo. Ma è una profonda e radicata certezza interiore, dono dello Spirito Santo che abita in noi, paragonata, nella stessa lettera, a un “elmo” (5,8) che tiene lontana la tristezza e il pessimismo (cf, 4,13), poiché nel cuore c’è la convinzione che Cristo alla fine trionferà su ogni male, anche sul peggiore che è la morte.

Tutt’altra atmosfera si respira nel Vangelo, dove ci troviamo nel capitolo 23º di Matteo, che raccoglie le invettive di Gesù contro l’ipocrisia degli scribi e dei farisei. Apparentemente anch’essi sono al servizio del regno, perché osservano in modo scrupoloso tutte le tradizioni religiosi e legali, ma in realtà – dice Gesù – essi chiudono il regno davanti alla gente, senza potervi entrare e senza lasciar entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. Perché? Perché sono concentrati soltanto su questioni esteriori rituali, su problemi di purità e di impurità, su un’osservanza formale della legge, e perdono di vista il precetto più importante: quello dell’amore verso Dio e della misericordia verso prossimo. Così facendo non possono riconoscere Gesù e allontanano anche i migliori dal regno dei cieli. Li inducono a una religiosità malata, fatta di scrupoli e manie, allontanandoli da una religiosità semplice e sana, basata su piccoli sacrifici quotidiani di amore e sulla sottomissione gioiosa della propria volontà a quella di Dio.

A differenza dei veri servitori di Dio, come San Paolo, gli scrivi e i farisei non operano per la gloria di Dio e non ringraziano Dio con gioia per la sua grandezza, ma semmai, come il fariseo della parabola, ringraziano Dio per averli resi migliori degli altri, perché fedeli anche nei dettagli alle tradizioni dei loro padri. Ma sono ciechi e guide di ciechi perché privi di amore e colmi di avidità, di giudizi e di superbia! Come scrive san Paolo, sono come “cembali squillanti”, perché amano proferire tante belle parole per attirare la compiacenza degli uomini, ma dentro sono vuoti e privi di amore!

Il Signore ci preservi dalla falsa religiosità esteriore, lamentosa e senza amore e ci conceda una fede umile e operosa, una carità paziente e una speranza certa. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Gs 24,1-2a.15-17.18; Salve 33; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

 

Nella prima lettura e nel vangelo troviamo due domande che mettono gli interlocutori davanti a una scelta.

Nella prima lettura troviamo Giosuè che, dopo l’entrata nella terra promessa, raduna tutte le tribù d’Israele a Sichem e chiede a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: volete servire gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate?».

Nel Vangelo troviamo Gesù, che alla fine del discorso sul Pane di vita nella sinagoga di Cafarnao, chiede ai suoi discepoli: «Volete andarvene anche voi?».

Interessante: sia Giosuè che Gesù non impongono ma chiedono. Giosuè non dà un comando. Non dice: «Voi dovete servire il Signore!», ma li invita a scegliere chi vogliono servire! Similmente Gesù, quando si rende conto che molti discepoli lo abbandonano a causa del discorso aveva pronunciato, non dice suoi discepoli: «Non andatevene voi, credete alla mia parola!». Ma li lascia liberi di non credere e di andarsene!

Credere in Dio ha sempre a che fare con una libera scelta. Tutta la Scrittura, e soprattutto il Vangelo, testimonia un Dio che ha una considerazione altissima della libertà umana. Alla faccia dei “talebani” di ogni tempo e latitudine, che imponendo la loro religiosità con la forza e la violenza non sono certo al servizio di Dio ma solo della loro smania di potere!

Certo, bisogna intendersi su che cosa voglia dire rispettare la libertà dell’altro. Non è dire semplicemente: «Fa’ ciò che vuoi!». Dio non fa questo con noi. Dio ci mostra chiaramente la via della verità e della vita e poi ci chiede: «Vuoi seguire questa via oppure vuoi seguirne un’altra? Sei libero di scegliere, anche se sarai poi responsabile delle conseguenze della tua scelta». Nel libro del Deuteronomio il Signore dice al popolo attraverso Mosè: «Io pongo oggi davanti a te, [Israele], la vita e il bene, la morte e il male… la benedizione e la maledizione… scegli…» (Dt 30,15). Dovremmo tener presente questo quando ci rapportiamo con i nostri figli o con altre persone a cui vorremmo comunicare la nostra fede. Da una parte abbiamo il dovere e la responsabilità di annunciare loro la bellezza, la verità è la bontà di Dio. Dall’altra dobbiamo essere pronti ad accettare serenamente un rifiuto del nostro annuncio.

Perché molti discepoli abbandonano Gesù? Perché ritengono che la sua parola «è dura», cioè difficile da accogliere e da comprendere. Il passaggio più duro è probabilmente quello in cui afferma: «…la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Infatti, alcuni gli ascoltatori, si chiedono sbigottiti: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Siamo davanti a una delle verità più importanti e più alte della fede cristiana, quella che – con un termine mutuato dalla filosofia metafisica – viene espressa con la parola “transustanziazione”, a indicare la trasformazione totale della sostanza del pane e del vino nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo.
La parola “carne” indica qui la persona stessa di Gesù nella sua concreta umanità. Al tempo stesso, questa parola, soprattutto in San Paolo, viene impiegata per indicare l’uomo che conta solo sulle proprie forze e non sull’aiuto di Dio. Gesù, infatti, poco dopo dice: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita». Cosa vuol dire?

Vuol dire che l’uomo che pretende di capire da se stesso le cose di Dio, contando soltanto sulle capacità del proprio intelletto, è destinato a fallire. San Paolo scrive: «L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché esse si possono comprendere per mezzo dello Spirito» (cf. 1Cor 2,11-14).

Ecco, fratelli e sorelle, non è possibile comprendere il mistero dell’Eucaristia se non opera in noi lo Spirito di Dio. Ed lo Spirito opera in noi se abbiamo un’intensa vita di preghiera! Attenzione: il fatto che prendiamo parte alla Santa Messa non vuol dire che crediamo davvero fino in fondo alla presenza reale di Gesù nella Santissima Eucaristia. Eppure, si tratta di una verità in base alla quale cade o sta in piedi la nostra fede cristiana!

Si noti che qui siamo nel cuore del Vangelo di Giovanni. Il messaggio fondamentale del quarto evangelista e che il Verbo di Dio, uguale al Padre, si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Questa tenda è precisamente la Santissima Eucarestia, che è la carne che Gesù ci dona in cibo affinché noi possiamo rimanere in lui, come tralci uniti alla vite. Ma come ha insegnato chiaramente il Concilio di Trento, affinché noi comunichiamo effettivamente alla “res” del sacramento – cioè alla persona di Gesù Cristo – è necessario che crediamo fermamente alla sua presenza reale. Altrimenti la comunione eucaristica si riduce a un rito vuoto che non ha nessuna incidenza nella nostra vita!

E da che cosa si capisce se crediamo davvero la presenza reale di Gesù nella Santissima Eucarestia? Dallo spirito di adorazione che coltiviamo dinanzi a questo sacramento. Ha scritto al riguardo Benedetto XVI: «Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo». E ha citato, al riguardo, il celebre detto di Sant’Agostino: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo» (cf. Sacramentum caritatis, n. 66).

Colpisce il fatto che tutti i santi hanno mostrato un grandissimo spirito di adorazione dinanzi al sacramento della Santissima Eucarestia. Non si stancavano di rimanere in ginocchio davanti all’Ostia Santa e insegnavano agli altri piegare le ginocchia passando davanti al tabernacolo…

Ebbene, c’è da chiedersi: stiamo custodendo oggi questa tradizione che a che fare con il cuore stesso della fede cristiana cattolica? Stiamo insegnando ancora le nuove generazioni a credere alla presenza reale di Gesù nell’Eucarestia? E noi? Ci crediamo? C’è da chiedercelo, alla luce della testimonianza che diamo gli uni agli altri quando ci accostiamo la Santa Comunione. Che volto ha, che occhi ha, che atteggiamento ha una persona che si accosta a un grande sovrano? Stupore, trepidazione, umiltà e gioia! Che atteggiamento abbiamo noi quando ci accostiamo al Signore del Cielo?! Magari non facciamo nemmeno una piccola riverenza, un piccolo inchino, quando prima di ricevere l’Ostia Santa e la consumiamo come si mangia un pezzo di pane qualunque…. Dov’è la nostra fede? Come possiamo pensare di comunicarla gli altri se non facciamo di tutto per vivere questa verità che ci è stata insegnata sin da bambini?

Proprio perché si tratta di una verità di fede esigente e dura da credere per chi si ferma a un livello di comprensione carnale, non c’è da meravigliarsi se oggi c’è anche chi dice che non è poi un aspetto tanto importante nella santa Messa… che ci sono altri più importanti, come ad esempio la sua dimensione conviviale. Certo, questo è un aspetto importantissimo. Ma chi costruisce la comunione tra di noi? I nostri bei discorsi, i nostri progetti pastorali, i nostri moralismi? …o non piuttosto la nostra fede nella presenza reale di Gesù? Solo Gesù è la sorgente vera della comunione! Ma non un Gesù astratto e concettuale, come va di moda nell’odierna mentalità gnostica; un Gesù che “vediamo” sensibilmente in quel pane e in quel vino consacrati, che solo apparentemente rimangono pane e vino dopo la preghiera eucaristica.

Sì, bisogna ammetterlo, questo discorso è duro! Chiediamo perciò alla nostra Madre celeste, che oggi la Chiesa ricorda col titolo di “Regina”, di accrescere la nostra fede in Gesù che anche oggi ci dona la sua carne come cibo, perché da questo dipende il nostro cammino di santità e l’avvenire delle nostre comunità cristiane. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Rut 2,1-3.8-11; 4,13-17; Sal 127; Mt 23,1-12

 
 

La liturgia di oggi riporta un altro brano tratto dal Libro di Rut, la donna moabita che, dopo la morte del marito, era rimasta con la suocera Noemi. Mentre spigola in campagna incontra “causalmente” Boozun parente altolocato del marito di Noemi. Booz le propone di spigolare dietro le sue serve.

Rut si prostra con la faccia a terra e dice a Booz: «Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?». Booz le risponde: «Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi». Subito dopo questo dialogo, la liturgia ci fa leggere la parte conclusiva del libro e si legge: «Booz prese in moglie Rut. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: ella partorì un figlio». Il figlio venne chiamato Obed e fu il padre di Iesse, padre del re Davide.

Il Vangelo di oggi si conclude con le parole: «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Davvero questa parola si è compiuta già mille anni prima di Cristo nella persona di Rut, la moabita! Ella non si riteneva nemmeno degna di spigolare tra le serve di Booz, e per questo egli, rapito dalla sua umiltà e dalla carità verso la suocera Noemi, la chiede in sposa. Così è entrata nella genealogia da cui è nato il Salvatore.

Rut, come altre donne bibliche, prefigura il mistero della Santa Vergine Maria, che – in ragione della sua umiltà – da serva del Signore è stata innalzata alla dignità di Madre di Dio.

Nell’opera Le glorie di Maria sant’Alfonso parla dell’umiltà eccelsa di Maria, richiamando le testimonianze di santi e autori cristiani. San Bernardo ha scritto: «L’ultima è diventata la prima perché, pur essendo la prima di tutti, si comportava come se fosse l’ultima». «Non già che la santa Vergine si stimasse peccatrice», precisa sant’Alfonso – «perché l’umiltà è verità, …, e Maria sapeva di non aver mai offeso Dio … ma la divina Madre, grazie alla luce più grande che aveva … conosceva meglio anche la sua piccolezza! …». Per questo San Bernardo scrive che la Vergine è vicina specialmente a quelli che vede conformi a sé nell’umiltà. Martino d’Alberro per amore della Vergine era solito scopare il convento e raccoglierne le immondizie. Una volta gli apparve la divina Madre e ringraziandolo gli disse: «Quanto mi è cara quest’azione fatta per amor mio!».

I funghi più colorati e vistosi sono spesso tossici e velenosi. Mentre i tartufi, che sono i funghi più ricercati e preziosi, vivono sottoterra e vengono trovati grazie al fiuto dei segugi. Così le anime belle, poiché sono umili, non fanno nulla per mettersi in mostra e vivono nel nascondimento, ma emanano attorno a loro – senza che se ne rendano conto – il profumo delizioso della santità!

Preghiamo con le parole di Sant’Alfonso: «O mia Regina non potrò mai essere tuo vero figlio se non sono umile! …poni tu rimedio alla mia situazione: per i meriti della tua umiltà ottienimi di essere umile, divenendo così figlio tuo». Amen.

don Francesco Pedrazzi

Rut 1,1.3-6.14b-16.22; Sal 145; Mt 22,34-40

 
 

La protagonista della prima lettura di oggi, che riguarda il “tempo dei giudici”, è Rut, una donna straniera, cioè non appartenente al popolo di Israele, sposa di un uomo israelita, la cui famiglia si era trasferita da Betlemme nel territorio di Moab – corrispondente all’attuale Giordania -, a causa di una carestia.

In seguito, muoiono il marito di Rut, il fratello del marito e il padre dei due uomini. La suocera israelita, Noemi, rimane sola con le due nuore moabite: Orpa e Rut. Decide di tornare a Betlemme dal momento che le giunge la notizia che la carestia è finita. Invita le due nuore a rimanere nel loro paese, perché il suo grembo è ormai sterile. Le tre donne scoppiano in pianto. Orpa decide di accomiatarsi dalla suocera con un bacio, mentre Rut preferisce rimanere con lei e le dice: «…dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio».

Questa scelta di Rut porterà a qualcosa di inaspettato e meraviglioso. L’Altissimo, che come dice san Pietro, «non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10,35-36), benedice Rut per il suo atto di grande generosità e coraggio ed ella – come si racconterà nel brano di domani – diviene la nonna del re Davide. Quindi – pur essendo di origine pagana – entra a far parte della genealogia del Messia. La troviamo, infatti, in questa genealogia all’inizio del vangelo di Matteo.

Gesù nel vangelo proclama che il primo comandamento è amare Dio con tutta la propria persona e amare il prossimo come se stessi. Il racconto odierno del libro di Rut ci aiuta a capire che la benedizione di Dio dipende dalla pratica del comandamento dell’amore prima che dall’appartenenza a un popolo. Pertanto, un battezzato, benché appartenga alla Chiesa, se non osserva il comandamento dell’amore è certamente in una condizione peggiore di un non battezzato che lo mette in pratica.

Il battezzato che non ama è come un bellissimo prato, posto in una posizione climatica ideale e su un terreno molto fertile, ma che non produce alcun fiore. Mentre il non battezzato che ama è come un raro e grazioso fiore di montagna, che cresce tra i sassi ed è motivo di stupore e ammirazione per quanti lo vedono.

Preghiamo con le parole di San Bernardo«O Spirito d’amore, suscita in me il desiderio di camminare con Dio: solo tu lo puoi suscitare. O Spirito di santità, tu scruti le profondità dell’anima nella quale abiti, e non sopporti in lei neppure le minime imperfezioni: bruciale in me, tutte, con il fuoco del tuo amore. O Spirito dolce e soave, orienta sempre più la mia volontà verso la tua, perché la possa conoscere chiaramente, amare ardentemente e compiere efficacemente. Amen».

don Francesco Pedrazzi

Gdc 11,29-39a; Sal 39; Mt 22,1-14

 
Continuando la lettura del libro dei Giudici, ci viene oggi proposta la vicenda del giudice Iefte e di sua figlia. Si tratta di una delle pagine più drammatiche di tutta la Bibbia. Inoltre, siamo davanti a una pagina difficile, che potrebbe essere interpretata in modo del tutto distorto.

Israele era oppresso dagli Ammoniti da ben diciott’anni. Iefte, prima di sfidarli in battaglia, fa un voto al Signore: «Se tu consegni nelle mie mani gli Ammoniti, chiunque uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io lo offrirò in olocausto».

Infligge agli Ammoniti una grande sconfitta, ma quando torna a casa vede sua figlia venirgli incontro. Era l’unica figlia. Appena la vede, si straccia le vesti e dice: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! …  Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi».

Colpisce la nobiltà d’animo della figlia in risposta al padre: «Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici. Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne». Alla fine, si legge nel testo che Iefte «compie sulla figlia il voto che aveva fatto», alludendo in modo velato al terribile atto di olocausto promesso al Signore.

La tradizione ecclesiale ha generalmente visto nel comportamento di Iefte un caso esemplare di voto iniquo, certamente non gradito al Signore. Al riguardo San Girolamo, citato da San Tommaso d’Aquino, afferma che Jefte «nel fare il voto fu stolto» perché mancò di discernimentoe «nell’osservarlo fu empio» (Somma Teologica, II-II, 88, 2, ad 2). Mancò di discernimento sia perché Mosè aveva insegnato che i sacrifici umani sono in abominio al Signore, sia perché non aveva considerato l’eventualità che sua figlia gli venisse incontro. 

Ma al di là di tutte le possibili considerazioni sull’immoralità del voto di Iefte, ciò che conta maggiormente è il fatto che questo brano, come evidenzia lo stesso San Tommaso, prefigura il sacrificio di Cristo e tutti coloro che in Cristo sacrificano la propria vita al Padre per la salvezza delle anime.

Infatti, come si legge nella Lettera di Ebrei, l’offerta d’amore del Corpo di Cristo sulla croce è l’unico sacrificio gradito a Dio. La vittoria di Iefte sugli Ammoniti. dopo aver compiuto il voto al Signore che lo conduce a sacrificare la figlia unigenita, rimanda alla vittoria del Padre su satana grazie al Sacrificio del suo Figlio Unigenito. Noi possiamo prendere parte a questa vittoria nella misura in cui ci consegniamo totalmente nelle mani del Padre, e gli sacrifichiamo con gioia e gratitudine la nostra volontà, i nostri ragionamenti e i nostri affetti, anche attraverso il cammino della verginità o della purezza, qualunque sia il nostro stato di vita. In altre parole: poniamo lo sforzo di compiere con prontezza la sua Divina Volontà prima di tutte le altre cose, per quanto esse ci possano apparire sul momento belle e importanti.

Non facciamo come gli invitati a nozze, di cui parla il Vangelo di oggi, che antepongono il loro lavoro e i loro affari all’invito del re alla festa di nozze di suo figlio. A nulla servirebbe la nostra fatica, i nostri sacrifici, la nostra religiosità se manca il sì alla volontà del Padre. L’adesione a questa volontà, conosciuta attraverso la coscienza e le richieste dei superiori, è come una formidabile armatura che ci rende invulnerabili contro satana!  

Sarebbe bello che anche noi pregassimo come il salmista nel Salmo odierno: «Sacrificio e offerta non gradisci [ o Signore], gli orecchi mi hai aperto… Allora ho detto: “Ecco, io vengo … per fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Gdc 9,6-15; Sal 20; Mt 20,1-16

 

 

Il testo di oggi inizia con il racconto dei signori di Sichem che si radunano per proclamare re Abimèlec. Iotam, informato della cosa, va a porsi sulla sommità del monte Garizìm e da lì inizia a raccontare la fiaba degli alberi. Gli alberi propongono all’ulivo, al fico e alla vite di divenire re, ma questi, uno dopo l’altro, rifiutano. L’ulivo risponde: «Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dèi e uomini, e andrò ad agitarmi sopra gli alberi? [No grazie!]». Similmente, il fico non intende rinunciare alla sua dolcezza e al suo frutto squisito e la vite non vuole rinunciare al mosto che allieta gli uomini. Allora gli alberi propongono al rovo di regnare su di loro e questi risponde: «Se davvero mi ungete re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano».

Qual è il significato di questa misteriosa narrazione, che è anche la prima parabola della Bibbia?

Iotam vuol mettere in guardia il popolo riunito a Sichem per eleggere Abimèlech. Essi hanno deciso di eleggere lui perché tutti i fratelli sono morti, proprio come gli alberi che alla fine si accontentano del rovo perché gli altri hanno rifiutato. Ma il rovo è una pianta infida e prepotente, che non ha altro da fare che vivere da parassita addosso ad altre piante producendo spine. Infatti, dice Abimèlech, fuor di metafora: «Poiché mi eleggete re sappiate che dovrete piegarvi dinanzi a me, altrimenti sarete divorati dal fuoco dalla mia ira!»

È quello che accade dopo la sua elezione. Abimèlech solo regna tre anni in modo dispotico, dopodiché viene ucciso.

L’apologo è una messa in guardia da un potere inteso come dominio e non come servizio e da un’autorità ottenuta tramite l’inganno, la prepotenza e la violenzaChi tenta di primeggiare sugli altri ricorrendo a mezzi disonesti non porterà nessun frutto né per sé né per gli altri. Ognuno dovrebbe preoccuparsi di produrre i frutti per i quali è stato creato, avendo a cuore solo la gloria a Dio, senza ambire a onori e ai primi posti. Il vero e più grande potere della vita è servire con gioia e gratuitamente i fratelli!

Mancano di spirito di gratuità anche gli “operai della prima ora”, di cui parla un’altra parabola, quella raccontata da Gesù nel vangelo di oggi, poiché recriminano contro il padrone in riferimento agli “operai dell’ultima ora”, dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Come Abimèlech, essi sono guidati dall’interesse personale, non dall’amore, dalla ricerca di una ricompensa, non dal desiderio gioioso di servire il padrone.

Aiutaci, Signore, a ricordare che siamo servi inutili, cioè che non cercano un utile, una ricompensa, perché la nostra ricompensa più grande è servire te, che sei nostro Re e nostro Padre. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Gdc 6,11-24a; Sal 84; Mt 19,23-30

 

 

 La prima lettura di oggi riporta l’inizio della storia del giudice Gedeone. L’angelo del Signore gli appare e gli chiede di salvare Israele dalla mano di Madian.  Dapprima Gedeone si sfoga dicendo: «Dove sono tutti i suoi prodigi che i nostri padri ci hanno narrato? …ora il Signore ci ha abbandonato e ci ha consegnato nelle mani di Madian!».

Allora il Signore gli dice: «Va’ con questa tua forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io?». Dinanzi a questa richiesta, Gedeone obietta: «Perdona, mio Signore: come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre».

Ed ecco la risposa del Signore: «Io sarò con te e tu sconfiggerai i Madianiti come se fossero un uomo solo».

Da questo dialogo emerge una grande verità che trova piena attuazione nel Vangelo, soprattutto nella figura di Maria. L’Onnipotente può compiere grandi cose laddove trova cuori veramente umili e consapevoli della propria piccolezza. Viceversa, se noi presumiamo di essere grandi la grazia di Dio non può operare in noi.

Essere umili vuol dire vedere noi stessi per quello che siamo realmente. Davanti a Dio siamo tutti piccoli ed effimeri e la vita di ogni uomo – come scrive Isaia – è come l’erba, come un fiore di campo. In poco tempo l’erba inaridisce e i fiori cadono… ma la Parola del Signore rimane in eterno» (cf. Is 40,6-7; 1Pt 22,24).

Anche San Paolo mostra di essere consapevole della propria povertà e fragilità quando scrive che l’amore di Cristo è come un «tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). E aggiunge: «Mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» ((2Cor 12,10).

La prova per capire se siamo davvero umili e crediamo nel mistero della croce di Cristo è il modo in cui reagiamo alle contrarietà della vita. Se esse ci conducono non a perdere fiducia in Dio, ma a confidare maggiormente in Lui, perché sappiamo che la potenza di Dio si manifesta nella nostra debolezza. Una debolezza accompagnata nondimeno da una forza interiore e da un vivo desiderio di salvezza, come quello che abitava il cuore di Gedeone.

Tutto questo Gesù lo racchiude nella beatitudine: «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli» e nell’ammonimento che ascoltiamo nel vangelo odierno: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

La persona umile e povera in spirito rinuncia a mettere davanti le proprie idee e la propria volontà e accetta anche di essere rimproverata duramente, per imparare a divenire più docile e obbediente.

San Josemaria Escrivà di Balaguer diceva che si sentiva “l’asinello di Gesù”. Un buon asinello è docile in tutto agli ordini del suo padrone ed contento di poter faticare per lui.

Possiamo pregare anche noi con le parole del santo spagnolo: «Sono il tuo asinello… E del
tuo asinello, Bambino Gesù, fa’ quello che vuoi: come i bambini discoli della terra, tirami le
orecchie, frusta forte questo asinaccio, fallo correre quanto ti piace… Voglio essere il tuo asinello, paziente, lavoratore, fedele… Fa’ che il tuo asinello, Signore, domini la sua povera sensualità di asino, che non risponda recalcitrando allo sprone, che porti con piacere il carico,  che il suo pensiero e il suo raglio e il suo lavoro siano impregnati del tuo Amore, tutto per  Amore!  Mi piace l’asinello perché è un animale paziente e laborioso, robusto e austero, perché è umile. Ma soprattutto, perché lavora: perché sa perseverare giorno dopo giorno facendo ruotare la noria, per tirare su l’acqua che farà fiorire l’orto. Tutto gli va bene, perfino le botte. Lavora
senza fermarsi un momento, e si accontenta di una manciata di paglia o di erba!»

don Francesco Pedrazzi

Gdc 6,11-24a; Sal 84; Mt 19,23-30

 

Inizia oggi la lettura del Libro dei Giudici. Prima di entrare nei racconti relativi ai singoli giudici, troviamo un’introduzione che anticipa ciò che si ripeterà come un ritornello in tutto il libro. Gli Israeliti fanno ciò che è male agli occhi del Signore e di conseguenza cadono in mano ai loro avversari. Mosso a compassione per la loro triste condizione, Dio suscita un giudice e li salva dalla mano dei nemici. Ma quando il giudice muore, gli israeliti tornano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro. È la triste condizione di chi non si è deciso ancora in modo risoluto per il Signore.

Apparentemente non è la condizione del cosiddetto “giovane ricco”, il protagonista del vangelo di oggi, perché dice di aver sempre osservato i comandamenti di Dio.

Eppure, anche il suo cuore, come quello degli israeliti, è malato di idolatria: l’idolatria delle ricchezze e dei beni materiali. E l’idolatria causa una profonda insoddisfazione. Il giovane capisce che i beni terreni non gli bastano, ma commette l’errore di pensare la “vita eterna” come un “bene” tra gli altri, da aggiungere agli altri beni.

Non aveva compreso che – come gli fa notare Gesù – che “Uno solo è buono: Dio” e quindi, come direbbe san Francesco d’Assisi, Dio soltanto è «il bene, ogni bene e il sommo bene». La vita eterna consiste perciò nella disponibilità del cuore a lasciare ogni bene per Gesù, nella capacità di rimanere nella pace anche quando la vita conduce a rinunciare a tutto per avere il Tutto.

Gesù vede il cuore del giovane e gli propone l’antidoto per avere la vita eterna, cioè per essere felice: «“Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!”. Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze».

L’evangelista Marco annota che «si fece scuro in volto». Léon Bloy scriveva: «Non c’è che una sola tristezza, quella di non essere santi»

È la tristezza di chi volta le spalle alla Luce e necessariamente rimane con il volto scuro.

Aiutaci, Signore, a capire che senza di Te non avremo mai vera gioia e con Te non conosceremo mai la vera tristezza, perché tu sei l’unico Bene davvero necessario, l’unico che rimane in eterno. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Ap 11,19a; 12,1–6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20–27; Lc 1,39-56

 

Nella prima lettura troviamo l’immagine di un terribile combattimento “in cielo”: «Scoppiò una guerra nel cielo», si legge in un versetto omesso nel testo liturgico.

La guerra in cielo è «tra Michele e i suoi angeli» e un enorme «drago» rosso. Il drago, «colui che è chiamato diavolo e il Satana», viene sconfitto e precipitato sulla terra. A quel punto risuona un cantico di lode in cui si proclama che satana, «l’accusatore» dei fratelli, è stato vinto «grazie al sangue dell’Agnello»… Quando il drago si vede precipitato sulla terra, inizia a «perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio». Ma la donna trova rifugio «nel deserto» e qui viene nutrita. Allora il drago va a «fare guerra contro il resto della discendenza [della donna]…».

È una visione al contempo grandiosa e terribile, che dice la realtà più vera e profonda della storia umana dopo la venuta di Cristo. Una realtà che non possono cogliere gli storici, ma solo gli occhi illuminati dalla luce del Verbo. Una realtà che, peraltro, spiega, i milioni di morti dovuti alle persecuzioni cristiane e l’ostilità verso la Chiesa, che è andata crescendo specialmente a partire dal secolo dei Lumi.

Due i protagonisti di questa lotta: la donna vestita di sole e un enorme drago rosso. Il drago è satana e vorrebbe distruggere la donna, ma senza successo. Allora continua la sua guerra contro la sua discendenza.

La donna vestita di sole, come ha precisato in un’omelia Benedetto XVI, rappresenta al contempo Maria e la Chiesa. Maria, ha detto Benedetto, è «vestita di sole, cioè [è vestita] di Dio, totalmente; … vive in Dio, totalmente, circondata e penetrata dalla luce di Dio. Circondata dalle dodici stelle, cioè dalle dodici tribù d’Israele, da tutto il Popolo di Dio, da tutta la comunione dei santi, e ai piedi la luna, immagine della morte e della mortalità. Maria ha lasciato dietro di sé la morte…».

Maria ha messo la morte e il peccato sotto i piedi, in virtù della risurrezione di Cristo. È il mistero dell’Assunzione di Maria Santissima che oggi celebriamo: ella non ha conosciuto la corruzione del sepolcro! È la Nuova Eva sottratta alle conseguenze del peccato originale. Il drago infernale, perciò, non può nulla contro di lei.

La donna rappresenta Maria, in quanto vittoriosa sul male e sulla morte, in Cristo, e al contempo la Chiesa pellegrinante, discendenza della donna, che sta ancora combattendo contro il drago infernale. La Chiesa soffre per il travaglio del parto, perché il suo compito è lo stesso di Maria: donare al mondo la Luce vera, Gesù Cristo, ma è un compito che il demonio cerca in tutti i modi di ostacolare. La Chiesa trova un rifugio sicuro “nel deserto”, dove viene nutrita della Santa Eucaristia. Il legame profondo tra Maria e la Chiesa, nell’immagine dell’Apocalisse, è rappresentato dalla corona di dodici stelle, che rappresentano il popolo di Dio: Israele, con le sue dodici tribù, e la Chiesa, fondata sulle dodici colonne degli Apostoli.

La visione dell’Apocalisse proclama il legame profondissimo tra la Santa Vergine e la Chiesa nella lotta contro lo spirito del male. Insegna il Concilio Vaticano II: «La Madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa, sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione…» (cfr. 2 Pt 3,10)» (Lumen gentium n. 68).

La grandezza di Maria, come emerge dal cantico del Magnificat, va ricercata nella sua “umiltà”, nel fatto che nel suo Cuore immacolato non c’è mai stato una sola traccia di orgoglio. Per questo Dio l’ha resa vittoriosa sul male: il suo Cuore Immacolato è una “fortezza inespugnabile” ed è il vero “deserto” in cui la Chiesa trova rifugio sicuro dalla furia dell’Accusatore.

Il vangelo della Visitazione, oggi proclamato, attesta altresì che siamo vittoriosi con Maria quando la imitiamo donando la nostra vita nel nel sollecito servizio dei fratelli che sono nel bisogno. La disponibilità a servire con gioia è il segno concreto di un cuore vittorioso su satana.

Oggi la guerra tra il drago è la donna sembra avere raggiunto un’intensità senza precedenti. Ne era convinto san Giovanni Paolo II, quando – pochi mesi prima della sua elezione al Soglio pontificio – affermava: «Noi siamo oggi di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai avuto. Penso che la comunità cristiana non l’abbia ancora compreso del tutto. Noi siamo oggi di fronte alla lotta finale tra la Chiesa e l’anti-chiesa, tra il Vangelo e l’anti-vangelo».

Con queste ultime espressioni sono da intendere il tentativo del drago di ingannare gli uomini con una dottrina che si richiama solo apparentemente al vangelo ma che in realtà è una negazione del vangelo. Come evitare di essere ingannati in questi tempi di grande confusione?

Scriveva san Massimiliano Maria Kolbe, il santo che abbiamo festeggiato ieri, un grande innamorato di Maria Santissima: «L’obbedienza, ed essa sola, è quella che ci manifesta con certezza la divina volontà. È vero che il superiore può errare, ma chi obbedisce non sbaglia». Obbedire vuol dire anteporre la volontà di Dio alla nostra e – come annotava lo stesso san Massimiliano Maria – «Dio manifesta ordinariamente la sua volontà mediante i suoi rappresentanti sulla terra».

In questo consiste la vera e perfetta imitazione di Maria, come precisa ancora il Montfort: nell’imitare «le virtù della Vergine Santa», in particolare la sua «umiltà profonda» e la sua «obbedienza cieca» (Cfr. Trattato della vera devozione a Maria, n. 108). L’obbedienza cieca è quella di un bambino che si fida dei genitori anche quando vogliono condurlo in un posto che non conosce, perché sa di essere amato e che quindi con loro è al sicuro da ogni male. È credere con tutto il cuore che il timone della storia – nostra, della Chiesa e del mondo – è in mano a Dio. Il frutto dell’obbedienza è la pace, mentre il frutto della disobbedienza è il clamore, la mormorazione, la critica e l’inquietudine.

In questa guerra contro le forze del male anche noi siamo al sicuro se rimaniamo uniti alla Chiesa de ai suoi pastori, ci nutriamo frequentemente del pane del Cielo e ci mettiamo ogni giorno sotto la protezione di Maria, come si legge in un’antica preghiera: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta. Amen!».

don Francesco Pedrazzi

Gs 24,1-13; Sal 135; Mt 19,3-12

 

«Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra». Sono parole del Salmo 15, proclamato nella liturgia eucaristica odierna. Evocano un’immagine particolarmente suggestiva: quella del cammino sul sentiero più importante, il “sentiero della vita”. Un cammino non da soli ma insieme al Signore!

Questa costante infonde “gioia piena” nel cuore. Inoltre, in questo viaggio ci sentiamo tranquilli e sereni, perché il Signore ci indica la direzione da seguire e “camminiamo alla sua destra”, cioè sotto la sua protezione.

Nella lettura del libro di Giosuè gli Israeliti promettono, a parole, di ripudiare gli dèi stranieri e di servire solo il Signore e di non rinnegarlo. Parole che tuttavia verranno spesso disattese

Nella breve pericope evangelica Gesù proclama: «Lasciate che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».

Gli Israeliti voltano le spalle a Dio perché evidentemente non credono fino in fondo che il Signore cammina con loro e indica il sentiero della vita beata. Ritengono che ci siano sentieri migliori, ma così facendo – come dirà il profeta Geremia –abbandonano la sorgente di acqua viva, e si scavano cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua. È l’orgoglio che li illude di essere autosufficienti e perciò di non aver bisogno di essere guidati dal Signore.

Viceversa, i bambini vengono indicati come il modello di coloro a cui appartiene il Regno dei cieli perché accettano volentieri di lasciarsi prendere per mano e guidare dai loro genitori. Quando sono in viaggio non hanno la pretesa di indicare il cammino da seguire, ma si lasciando condurre docilmente, anche se non conoscono la destinazione, e custodiscono la pace nel cuore perché si sentono protetti dai loro genitori.

Alla vigilia della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, guardiamo alla luminosa testimonianza di san Massimiliano Maria Kolbe, che ha saputo fidarsi di Dio anche quando ha dovuto attraversare la più oscura delle valli: quella del campo di concentramento di Auschwitz, dove ha conseguito la palma del martirio. Condannato al bunker della fame, alcuni testimoni hanno raccontato che dopo due settimane senz’acqua né cibo, egli era ancora in vita, insieme ad altre tre prigionieri, e continuavano a pregare e cantare inni a Maria!

Davvero ha vissuto sino alla fine quelle parole che amava ripetere ai suoi amici: «Rimettiti in tutto alla Divina Provvidenza attraverso l’Immacolata e non preoccuparti di nulla!».

Che Maria Santissima ci doni un po’ di questa forza interiore, perché camminiamo senza preoccupazioni sul sentiero della vita, con l’unico desiderio di lasciarci prendere per mano dalla Divina Volontà. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Gs 24,1-13; Sal 135; Mt 19,3-12

La prima lettura riporta un avvenimento di grande importanza nella storia di Israele: l’assemblea di Sichem. Qui il Signore, attraverso Giosuè, ripercorre la storia del suo popolo, dalla chiamata di Abramo alla presa di possesso della Terra promessa e conclude dicendo: «Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato».

Egli ricorda perciò che è sempre in mezzo ai figli di Israele e che pertanto è necessario che essi eliminino «gli dèi degli stranieri» ancora presenti in mezzo a loro, e rivolgano il loro cuore solo al Signore, Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Il popolo risponde: «Noi serviremo [solo] il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!».

Ma le cose non andarono così! Purtroppo, di lì a poco, con l’epoca della monarchia, Israele avrebbe tradito il Signore per servire gli idoli. Come scrive il profeta Oseacome una sposa che tradisce il suo sposo con la prostituzione, così Israele ha tradito il Signore servendo altri dèi.

Gesù ha elevato a dignità di sacramento il matrimonio proprio perché esso simboleggia il rapporto di fedeltà tra il Signore e la sua Chiesa. Nel vangelo odierno spiega che il matrimonio è nato come un vincolo esclusivo di fedeltà e solo per “la durezza del cuore” di Israele Mosè aveva concesso la possibilità del ripudio della sposa. «Ma io vi dico – afferma solennemente Gesù – chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».

Questa è la legge che non passa!  Che nessuno può cambiare!

Gesù dice ai suoi discepoli che «non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso». Quanto suonano attuali oggi queste parole!

In una lettera di Suor Lucia di Fatima al Cardinale Carlo Caffarra si legge: «Lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio». Non devono stupire queste parole, poiché il nemico ha a cuore prima di tutto di portare all’idolatria e all’infedeltà a Dio e l’adulterio coniugale è un indice di questa infedeltà.

Come certi forti e vivaci colori del tramonto sono un segnale dell’inquinamento dell’aria, così la crisi del matrimonio e della famiglia nel nostro tempo è una cifra allarmante dell’idolatria che sta inquinando la fede del popolo di Dio.

Che Maria Santissima, Regina della famiglia, aiuti i discepoli di Gesù a testimoniare la bellezza e la grandezza del sacramento del matrimonio, per proclamare con la vita la fedeltà all’unico Signore Gesù Cristo. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Gs 3,7-10.11.13-17; Sal 113A; Mt 18,21 – 19,1

La prima lettura racconta il prodigioso attraversamento del fiume Giordano da parte degli Israeliti, guidati da Giosuè, nell’omonimo libro biblico.

Nel testo si legge: «I sacerdoti che portavano l’arca dell’alleanza del Signore stettero fermi all’asciutto in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele attraversava all’asciutto…».

Questa scena, con il popolo di Dio che fa il suo ingresso nella “terra promessa”, prefigura  il mistero della Chiesa, il nuovo Israele.

Giosuè rappresenta Cristo, i sacerdoti gli Apostoli e i loro successori, cioè i vescovi, mentre l’arca dell’alleanza prefigura la Santa Vergine, “Arca della Nuova Alleanza”; infatti, come l’arca antica portava e custodiva le tavole del decalogo, segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, così la Santa Vergine è colei che porta il Verbo della Vita e lo dona al mondo. Per questo, la retta fede in Gesù Cristo presuppone l’accoglienza delle verità di fede relative a Maria: Madre di Dio e sempre Vergine, Immacolata e Assunta in Cielo.

L’attraversamento del Giordano prefigura l’attraversata della vita terrena per entrare nell’eredità eterna del paradiso.

Come i sacerdoti portavano sulle spalle l’arca dell’alleanza, così noi cerchiamo di portare sempre nel cuore la nostra Madre celeste, la nuova arca di Dio, perché ci mantenga sulla via del Signore e ci mostri il cammino che conduce alla salvezza.

Come ci ricorda il vangelo odierno, la prima condizione per poter entrare nella “terra promessa”, ed evitare il “carcere” del purgatorio, è la disponibilità a perdonare tutti coloro che ci hanno fatto del male in questa vita.

Come un falco non si può innalzare in cielo se ha una zampa legata con un filo a terra, così non possiamo entrare in paradiso se serbiamo rancori e risentimenti nel nostro cuore!

Chiediamo alla Madonna di aiutarci a “perdonare di cuore” tutti i fratelli che chi ci hanno ferito, perché il Padre possa perdonare i nostri debiti. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Dt 34,1-12; Sal 65; Mt 18,15-20

 

Nella prima lettura troviamo il racconto della morte di Mosè sul monte Nebo. Siamo all’ultimo capitolo del libro del Deuteronomio e quindi anche del Pentateuco. Il suo successore è Giosuè«Gli Israeliti gli obbedirono» in tutto, perché «Mosè aveva imposto le mani su di lui».

Dopo Giosuè, Dio susciterà i “Giudici d’Israele”, con il compito di guidare il popolo con saggezza e di difenderlo dai nemici. È interessante il fatto che sin da allora Dio abbia voluto mediare la sua autorità attraverso uomini che egli stesso ha scelto e costituito. Il Signore è presente in tutto il suo popolo, ma opera in modo singolare in una persona che diviene anche il rappresentante della comunità dei credenti.

Tutto questo anticipa e prefigura il modo con cui Gesù governa la Chiesa, il popolo della Nuova Allenza. Ha consegnato le chiavi “per legare e sciogliere” sulla terra e in cielo a un uomo: Pietro. Al contempo, nel vangelo di oggi, si rivolge ai suoi discepoli, dicendo: «Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo».

Sant’Ambrogio commenta questo testo precisando: «Questo diritto di legare e di sciogliere è concesso solo ai sacerdoti» (De poenitentia 1,2).

In senso proprio, quindi, questo testo si riferisce al “potere” sacramentale dei Vescovi e dei loro collaboratori, i presbiteri. Il riferimento è specialmente al sacramento della Confessione e alla facoltà di rimettere i peccati. Il testo di oggi ci aiuta a capire che un sacerdote non può “sciogliere dai peccati”, cioè concedere il perdono di Cristo, a una persona che commette una colpa e non la riconosce nemmeno dinanzi alla comunità, ovvero dinanzi al pastore che rappresenta la comunità, rifiutando di ravvedersi a seguito della correzione fraterna. Questo fratello, dice il Vangelo, dovrà essere considerato «come il pagano e il pubblicano». Il che vuol dire, stando all’insegnamento di Gesù, che va comunque amato per quello che è, come si amano i nemici, anche se non è in piena comunione con la Chiesa.

Tutto questo ci ricorda che la nostra comunione con Gesù e con gli altri fedeli dipende in modo decisivo dalla comunione con i pastori che esercitano l’autorità nella Chiesa in nome di Cristo.

Come in un’orchestra è indispensabile che tutti gli strumentisti vadano a tempo, seguendo alla perfezione i movimenti del direttore, così lo Spirito Santo può produrre una “sinfonia” nella comunità cristiana a condizione che tutti siano docili alle indicazioni del pastore che il Signore ha scelto come suo rappresentante. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

2Cor 9,6-10; Sal 111; Gv 12,24-26

San Lorenzo è uno dei martiri più venerati dalla Chiesa antica. L’Ufficio delle letture di oggi riporta un discorso di sant’Agostino che ne esalta la grandezza, ricordando che egli ha davvero imitato Cristo perché lo ha imitato nella sua dolorosa passione. Il Vescovo di Ippona cita, al riguardo, un versetto della prima lettera di san Pietro: Cristo «patì per noi, lasciandoci un esempio, affinché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21) e sostiene che ogni battezzato, secondo la propria condizione di vita, dimostra di amare veramente Cristo se è disposto a seguire le sue orme sulla via della croce. In questo modo potrà raccogliere i frutti della passione, morte e risurrezione di Cristo!

L’imitazione della passione consiste soprattutto nella disponibilità a farsi servi di tutti, anche quando questo comporta grandi sofferenze, poiché Cristo «spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo» (cf. Fil 2, 7-8).

Ecco il modo con cui mostriamo di amare veramente Cristo! Se egli ha dato tutto per noi, come potremmo non dargli in contraccambio tutta la nostra vita? Non lo facciamo per timore, per calcolo o per senso del dovere, ma perché spinti dal fuoco del suo Amore!

Nondimeno, la Parola di oggi ci ricorda che c’è anche “una convenienza” nel “perdere la vita” per amore di Gesù. Il vangelo, infatti, proclama che: «Chi ama la propria vita, la perde, mentre chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna». Inoltre, la prima lettura ci ammonisce, ricordando che «chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà».

Perciò anche noi, rinfrancati dall’esempio eroico dei martiri, non risparmiamoci nel servire Gesù nei fratelli che ci mette accanto e non seminiamo scarsamente! Non temiamo se il corpo mortale si va disfacendo e si consuma a causa delle fatiche quotidiane, perché siamo certi che il seme caduto in terra che muore porterà molto frutto! Se invece ci risparmiamo, giochiamo al ribasso e viviamo solo per noi stessi, rimarremo certamente soli e il terreno della nostra vita alla fine risulterà riarso e desolato come un’arida steppa! Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Os 2,16b.17b.21-22; Sal 44; Mt 25,1-13

 

«L’essenziale consiste in una cosa sola: che ogni giorno si trovi anzitutto un angolo tranquillo in cui avere un contatto con Dio, come se non ci fosse nient’altro al mondo». Sono parole della mistica tedesca che oggi la Chiesa festeggia: Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, compatrona di Europa.

Si noti quel “ogni giorno”. La misura dell’amore vero è la perseveranza nel quotidiano! Ciò che è mancato alle vergini stolte – nel vangelo odierno – che non presero l’olio in piccoli vasi per rifornire le lampade. C’è un piccolo vaso che ogni giorno attende di essere riempito di amore per Dio e per i fratelli. È il vaso della nostra preghiera, che – come scrive Edith Stein – è «contatto con Dio» in una disposizione di totale raccoglimento, «come se non ci fosse nient’altro al mondo».

Ogni anima, in qualche misura, sente nel cuore un desiderio di deserto. È lo Spirito del Padre, che – come si legge nella prima lettura – desidera condurci nel deserto e parlare al nostro cuore. Perché ci sono voci e suoni che possiamo sentire solo nel deserto o in un altro luogo isolatoquando tutto tace. Come Elia, che in cima all’Oreb riesce a udire anche il suono di una brezza leggera. E in quella brezza c’era la gloria di Dio.

Lasciamoci condurre nel deserto, perché senza deserto la preghiera arranca.

Edith Stein ha insegnato che solo nel deserto della preghiera possiamo scoprire e riscoprire in modo sempre nuovo la nostra vocazione. Ha scritto: «La vocazione non la si trova semplicemente dopo aver riflettuto ed esaminato le varie strade: è una risposta che si ottiene con la preghiera».

Nel deserto lo Sposo divino sussurra alle nostre anime parole che ci ricolmano di gioia: «Ti farò mia sposa per sempre… nell’amore e nella benevolenza…».

Ecco l’essenziale per chi ha conosciuto Cristo! Tutto il resto passa. È vanità. Come una piccola nube che appare all’orizzonte e subito dopo svanisce. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato», dice Gesù. È la rivoluzione copernicana del cristianesimo. Non è l’uomo che raggiunge Dio e conquista con un’ascesa prometeica la salvezza contando sulla buona volontà e sul talento, ma è Dio che si fa incontro all’uomo e lo attira a sé.

Tutto si gioca pertanto sulla disponibilità a lasciarsi attirare dal Padre. Non si tratta di adescamentoDio ci mostra il suo Amore e ci lascia liberi di permettere che esso eserciti su di noi un’attrazione.

Lasciarsi attrarre è scegliere liberamente di volgere costantemente il nostro sguardo verso l’Amore crocifisso, perché il profeta dice: «Guarderanno a Colui che hanno trafitto» (cf. Zc 12,10), mentre Gesù proclama: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

Il Padre ci attira a sé attraverso il suo Figlio crocifisso, quando crediamo che quell’uomo trafitto e innalzato da terra è Dio!

Dice sant’Agostino, in una sua omelia: «Ario ha creduto che il Figlio fosse una creatura: perciò il Padre non lo ha attirato […] Tu mostri alla pecora un ramo verde, e l’attrai. Mostri delle noci ad un bambino e questo viene attratto: egli corre dove si sente attratto; è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione; è il suo cuore che rimane avvinto» (Omelie 26,5).

Nel vangelo di domenica scorsa Gesù aveva detto di essere il “Pane della vita” il “Pane disceso dal cielo”. I Giudei mormorano e non credono a questa parola, perché non vedono altro in lui che un uomo che presumono di conoscere bene; dicono: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre?»

Ecco ciò che impedisce di riconoscere la presenza di Dio: il rimanere chiusi nei propri angusti schemi mentali e il non smuoversi da essi. Questo preclude allo Spirito Santo la possibilità di operare in noi e di attirarci al Padre in Cristo. Perché quando con presunzione giudichiamo ogni cosa, come se avessimo già capito tutto su Dio, sulla Chiesa e sul mondo, questo giudizio svuota il cuore dell’amore.

Quando, invece di lasciarci guidare docilmente da Dio, attraverso la sua Chiesa, siamo noi a voler decidere che cosa la Chiesa dovrebbe fare, rattristiamo lo Spirito Santo di Dio, come si legge nella seconda lettura. Allora veniamo assaliti da «ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità».

Viceversa, se come bambini piccoli ci lasciamo attirare dall’Amore di Gesù e pieghiamo la nostra volontà alla sua, possiamo riconoscre Dio presente nel Pane di Vita e con la forza di questo santo Cibo possiamo camminare – come Elia – fino al monte di Dio.

Attiraci a Te, Signore! Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Dt 6,4-13; Sal 17; Mt 17,14-20

 

Mosè parla al popolo dicendo: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze».

Nel vangelo Gesù insegna che questo è il primo comandamento, il più grande. Generalmente tutta l’attenzione cade sul verbo “amare”: «Tu amerai il Signore, tuo Dio…». Ma nel primo comandamento c’è un altro verbo che lo precede, che non va dimenticato, il verbo “ascoltare”: «Ascolta, Israele!».

Se si dimentica il primo verbo, si cade in una visione volontaristica e dovremmo pensare che il primo comandamento consista nell’amare Dio su comando. Ma non è possibile amare su comando! San Giovanni scrive che amiamo Dio perché ci ha amati per primo (cfr. 1Gv 4,19).

Noi possiamo sperimentare l’amore di Dio prima di tutto ascoltandolo: ascoltare Dio è lasciarsi amare da Lui, è l’inizio dell’amore! Quindi nel primo comandamento ci viene detto: «Prima di tutto preoccupati di ascoltare Dio (“Ascolta!”, il verbo è al presente); così facendo “lo amerai”, “potrai amarlo” in avvenire!».

Se questo è vero, la nostra fatica di amare Dio non sarà dovuta, almeno in parte, al fatto che non ci mettiamo dinanzi a Lui in atteggiamento di ascolto?

Ascoltare Dio è aprire il cuore all’opera dello Spirito Santo, nel silenzio, contemplando i misteri del vangelo, in modo da sperimentare quanto siamo amati dal Signore!  Questo accresce la fiducia nella sua potenza. Perciò, tanto più sapremo ascoltare, tanto maggiormente crescerà la nostra fede, perché – come scrive san Paolo – «la fede deriva dall’ascolto» (Rm 10,17). Perciò, anche l’amore deriva dall’ascolto.

Certo, ascoltare non è facile! Perché l’ascolto possa divenire il terreno su cui può germogliare il seme della Parola e dell’Amore è necessario che il nostro cuore si lasci solcare dall’aratro della pazienza, della benevolenza e del rinnegamento di noi stessi. 

Nel vangelo di oggi, Gesù dice ai suoi discepoli che hanno poca fede e perciò non hanno ottenuto ciò che chiedevano nella preghiera. Se hanno poca fede è perché non sanno ancora ascoltare! Hanno sentito tante volte Gesù, ma non l’hanno ascoltato.

Per questo nell’episodio della Trasfigurazione, appena prima di quello odierno,  dal cielo risuona un’esortazione: «Ascoltatelo!».

E noi? Ci limitiamo a “sentire” la Parola con gli orecchi o la ascoltiamo con il cuore?  

In questo primo sabato del mese, chiediamo a Maria Santissima di insegnarci l’arte di ascoltare e meditare la Parola di Dio perché si accresca la nostra fiducia nel suo Amore. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Dn 7,9-10.13-14 opp. 2Pt 1,16-19; Sal 96; Mc 9,2-10

Il ricordo dei momenti più belli della nostra vita è un motore che ci dà la forza di andare avanti nei momenti di difficoltà. È per questa ragione che Gesù conduce i suoi tre apostoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte e si trasfigura davanti a loro.

La trasfigurazione è una preparazione al Getsemani e al Calvario, un’iniezione di coraggio che Gesù infonde nei suoi discepoli perché sa che ne avranno bisogno nel tempo della prova. Non è un caso che essa sia collocata subito dopo il primo annuncio della passione, morte e risurrezione di Gesù.

C’è un legame profondo tra il monte della trasfigurazione e quello della crocifissione. “Trasfigurazione” significa “trasformazione”, “cambiamento d’aspetto”. Sul Tabor Gesù cambia aspetto per manifestare la sua gloria di Figlio di Dio. Anche sul Calvario avviene una “trasfigurazione”, anche se ben diversa da quella descritta nel vangelo odierno; si tratta nondimeno di un cambiamento di aspetto radicale che provoca stupore, come profetizza Isaia: «In molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e la sua forma era divenuta diversa da quella dei figli dell’uomo» (Is 52,14).

Giovanni, il discepolo amato, l’unico presente sia sul Tabor che sul Calvario, testimonia un legame sconvolgente tra il Tabor e il Calvario. Generalmente diciamo che Gesù ha manifestato la sua divinità sul monte della trasfigurazione, e ciò è certamente vero. Tuttavia, secondo il quarto evangelista, è specialmente sul monte della crocifissione che la gloria di Gesù si manifesta in modo misterioso e insuperabile, perché è lì che abbiamo conosciuto che Dio è “folle d’amore” per ogni uomo!

Per poter credere che quell’uomo trafitto sulla croce, sfigurato all’inverosimile, è il Figlio di Dio, colui che è venuto per portare a compimento la Legge e i Profeti, rappresentati da Mosè ed Elia, il discepolo amato ha certamente mantenuto vivo il ricordo dell’esperienza gioiosa della Trasfigurazione, in cui le vesti di Gesù divennero splendenti, bianchissime, di un “bianco celeste”, che non esiste sulla Terra; forse si sarà ricordato anche la profezia di Daniele, proclamata nella prima lettura odierna, in cui si parla di un Misterioso vegliardo con la «veste candida come la neve», il cui «trono era come vampe di fuoco».

Nei momenti in cui Dio sembra lontano, possiamo trarre forza ripensando ai momenti in cui si è manifestato a noi, in cui ci ha fatto conoscere il suo amore e la sua tenerezza, tramite la consolazione della preghiera, il conforto della Parola o il sostegno dei fratelli che ci ha messo accanto.

Un alpinista inspiegabilmente sopravvissuto due notti a 8.000 metri, in una spedizione in cui persero la vita sette persone, dichiarò che ciò che lo tenne in vita fu il pensiero della moglie e dei figli. Come il pensiero delle persone che amiamo e che ci amano infonde forza per affrontare le più grandi difficoltà, così il ricordo vivo dell’Amore di Gesù permette allo Spirito Santo di sostenerci in ogni prova.  

Stando alla presenza del Signore si ravviva la memoria dei misteri di gioia e di luce con cui Dio si è fatto conoscere nella nostra vita, per attingere la forza necessaria per affrontare i misteri del dolore. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Nm 20,1-13; Sal 94; Mt 16,13-23

Il libro dei Numeri, nella prima lettura, ci presente l’ennesima contestazione di Israele contro Mosè e contro il Signore. Il problema, stavolta, è la mancanza d’acqua.

In risposta a questa contestazione, il Signore fa scaturire acqua dalla roccia. Questo luogo viene chiamato «le acque di Merìba», che significa appunto “contestazione”. Il Salmo di oggi, il 94, che si legge tutte le mattine nell’Invitatorio della Liturgia delle ore, si conclude con le parole: «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere». È interessante: non è il Signore che mette alla prova il suo popolo, ma il popolo che mette alla prova il Signore, cioè che mette in dubbio la sua presenza e lo chiama in causa perché si manifesti! Nel libro dell’Esodo si legge: «Mosè chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”» (Es 17,7).

Il cuore di Israele si indurisce poiché, nonostante tutte le opere che il Signore aveva compiuto, rimane nell’incredulità e non riconosce la sua presenza e santità. Anche nel vangelo si parla del “cuore indurito” dei discepoli che non avevano riconosciuto la gloria del Signore nel segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci (cf. Mc 6,52).

Qual è il rimedio al cuore indurito? Come testimoniano i profeti biblici, il rimedio al cuore indurito è la spada della Parola di Dio. Lo stesso Gesù, nel vangelo di oggi, poiché scorge in Pietro un principio di indurimento del cuore, sferra un forte fendente con la spada della Parola e gli dice: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Anche a me Gesù rivolge lo stesso rimprovero ogni volta che mi rifiuto di credere al vangelo della croce, quando – nonostante tutte le opere che mi ha mostrato – continuo a respingere la croce che mi chiede di portare dietro a Lui per la mia santificazione (ad esempio: mi chiede di servire con pazienza una persona, di rinunciare a una brutta abitudine che ostacola il mio cammino spirituale, di sottomettermi al consiglio di un mio superiore, ecc.). Invece di rallegrarmi, perché posso prendere parte alla sua Passione, mi chiudo nella desolazione e nel lamento…

Come un’opera d’arte viene modellata a colpi di scalpello, così anche noi permettiamo alla Parola di Dio di cesellare il nostro cuore quando cerchiamo di metterla in pratica anche se ci appare dura ed esigente. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Nm 11,4b-15; Sal 80; Mt 14,13-21

 

Continua la mormorazione degli Israeliti nel deserto. La prima lettura racconta della loro reazione a quanto riferiscono gli esploratori inviati da Mosè nella terra di Canaan, che parlano di città grandi e fortificate, abitate da uomini di alta statura, di fronte ai quali sembrava loro di essere piccoli «come locuste».

Allora tutta la comunità prorompe in alte grida e pianti. Il Signore dice, allora, a Mosè: «Fino a quando sopporterò questa comunità malvagia che mormora contro di me? …  Riferisci loro: “…. Nessun censito tra voi, … che avete mormorato contro di me, potrà entrare nella terra nella quale ho giurato a mano alzata di farvi abitare, a eccezione di Caleb e di Giosuè…”».

Sono parole terribili!

C’è un testo di san Paolo che paragona il peccato degli israeliti nel deserto a quello dei battezzati: come tutti gli israeliti sono stati «battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare» e «mangiarono lo stesso cibo spirituale» e nondimeno «la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto», così può avvenire per i battezzati.

Scrive l’Apostolo: «Ciò avvenne come esempio per noi… Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro e in un solo giorno ne caddero ventitremila. Non mettiamo alla prova il Signore, come lo misero alla prova alcuni di loro, e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatoreTutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempiQuindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio, infatti, è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (cf. 1Cor 10,1-13).

Chi confida nel Signore non ha paura delle tentazioni, anche se ha l’impressione di sentirsi come una piccola locusta dinanzi a un grosso serpente, perché sa che il Signore non permette che siamo tentati oltre le nostre forze!

Si noti che Paolo, come fa anche all’inizio della lettera ai Romani, mette in relazione la mormorazione con l’idolatria e con il peccato di impurità. Perché?

Perché la mormorazione è figlia della superbia. Chi mormora è superbo perché si mette su un piedistallo e giudica Dio e il prossimo. E quando il veleno della superbia è in noi, si allontana lo Spirito di Dio e il nostro cuore diviene impuro.

Prendiamo esempio dalla donna Cananea, protagonista del vangelo odierno, che ottiene la liberazione da un demonio che tormentava sua figlia perché si pone dinanzi al Signore con un atteggiamento di profonda umiltà, accettando di mettere l’orgoglio sotto i suoi piedi, quando Gesù ricorda che la sua condizione di pagana è paragonabile a quella di un cagnolino.

Facciamo nostra l’invocazione del Santo Curato d’Ars, che suggeriva di pregare ogni mattina con queste parole: «Mio Dio, oggi voglio lavorare per Te! Mi offro in sacrificio e accetto tutto quello che vorrai inviarmi, perché tutto è dono tuo. Ma, ti prego, mio Dio, aiutami, perché io non posso nulla senza di te!». Amen!

don Francesco Pedrazzi

Nm 12, 1-13; Sal.50; Mt 15,1-2.10-14

 

La prima lettura di oggi ci presenta una contestazione dell’autorità di Mosè da parte dei due fratelli Maria e Aronne.

Si legge: «[Maria e Aronne] dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?”. Il Signore udì. Ora Mosè era un uomo assai umile, più di qualunque altro sulla faccia della terra. Il Signore disse a un tratto a Mosè, ad Aronne e a Maria: “…Perché non avete temuto di parlare contro il mio servo, contro Mosè?”. L’ira del Signore si accese contro di loro ed egli se ne andò; la nube si ritirò di sopra alla tenda ed ecco: Maria era lebbrosa, bianca come la neve. Aronne si volse verso Maria ed ecco: era lebbrosa. Aronne disse a Mosè: “Ti prego, mio signore, non addossarci il peccato che abbiamo stoltamente commesso! Ella non sia come il bambino nato morto, la cui carne è già mezzo consumata quando esce dal seno della madre”. Mosè gridò al Signore dicendo: “Dio, ti prego, guariscila!”».

Questo episodio ci fa capire quanto sia in abominio a Dio la critica delle autorità che egli ha costituito. Va precisato che non ogni critica all’autorità è un peccato contro Dio. Se essa è espressa nella forma di un consiglio o di un’umile esortazione può essere anche un contributo prezioso nell’esercizio dell’autorità. Ad esempio, Ietro, suocero di Mosè, gli aveva mosso una critica costruttiva sul modo con cui esercitava l’autorità sul popolo e gli aveva suggerito di condividerla con altre persone che potessero aiutarlo. Mosè accettò il consiglio, che era perciò conforme al volere divino.

Ma la critica di Maria e Aronne è radicale: parte da un pretesto banale, il fatto che Mosè aveva sposato una donna etiope, per contestare il fatto stesso che Dio parlasse attraverso di lui!

La lebbra che colpisce Maria in questo caso simboleggia il carattere mortale e contagioso di questo peccato, perché la contestazione dell’autorità si diffonde all’interno della comunità, creando inevitabilmente diffidenza, conflitti e divisioni.

La pianta di rosa viene coltivata presso i vigneti perché presenta in maniera prematura, rispetto alla vite, molti dei sintomi capaci di danneggiare il raccolto, a causa dei parassiti. Similmente, quando in una comunità di credenti viene contestata in modo radicale l’autorità, è un segnale che il nemico vuole aggredire e distruggere l’intera comunità. Bisogna, perciò, opporsi fermamente a queste critiche, per salvare il corpo ecclesiale!

Nel vangelo si racconta che portarono a Gesù «tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti».

Tocchiamo anche noi il Cuore di Gesù con una supplica umile e accorata per tutte le volte in cui abbiamo provocato l’ira del Signore contestando i pastori che egli ha costituito, perché ci guarisca dalla lebbra che c’è nelle nostre anime.

Preghiamo con il Salmo odierno: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo!». Amen.

don Francesco Pedrazzi

Nm11,4b-15; Sal 80; Mt 14,13-21

 

Gli Israeliti nel deserto sono nauseati dalla manna. Ciò che in un primo tempo era stato accolto con entusiasmo come uno dono del Cielo, alla lunga è causa di malcontento e mormorazione. Essi dicono a Mosè: «Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna!».

Il viaggio di Israele nel deserto è una grande metafora del pellegrinaggio terreno del popolo di Dio e di ogni credente. Può arrivare per tutti il tempo in cui siamo tentati di lamentarci con il Signore perché la vita sembra donare meno di ciò che sembrava promettere. Gli Israeliti avevano dapprima mormorato contro Mosè e contro Dio perché temevano di morire di fame e il Signore aveva inviato la manna. Ora si lamentano perché vogliono mangiare carne e il Signore invierà le quaglie.

Il problema di Israele è un problema di “fede”: non crede fino in fondo che il Signore possa provvedere al popolo che ha liberatoNon crede nel nome che Egli ha rivelato a Mosè: «Io sono Colui che sono», cioè «Io sono colui che sarà sempre in mezzo al suo popolo», che non lo abbandonerà mai.

Gesù dice nel vangelo di oggi ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare!». Per compiere la moltiplicazione dei pani e dei pesci ha bisogno del loro contributo.

Ecco un modo alternativo di reagire, rispetto alla mormorazione, quando si attraversa un tempo di prova: essere disponibili per divenire strumenti della Divina Provvidenza. Come un pittore ha bisogno di un pennello per produrre la sua opera d’arte, così il Signore ha bisogno di noi per compiere la sua opera provvidenziale nel mondo.

La Parola di oggi ci ricorda che dovremmo imparare a rispettare i tempi e i modi con cui Dio opera nella nostra storia, senza lamentarci perché le cose non vanno al presente secondo le nostre aspettative. Inoltre, siamo chiamati a credere che Gesù ha bisogno di noi per rinnovare i prodigi della sua misericordia laddove viviamo ogni giorno. Non siamo solo beneficiari della Divina Provvidenza ma anche suoi strumenti!

Posso pregare dicendo: «Signore, so che mai mi abbandonerai in questo cammino nel deserto verso la Terra Promessa! Allontana da me la mormorazione e rendimi strumento nelle tue mani provvidenti per i fratelli che metti sul mio cammino. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

«Io sono il pane della vita»,

dice Gesù nel vangelo di questa domenica.

È una delle clamorose autodefinizioni che Gesù fa di se stesso nel Vangelo di Giovanni. Altrove dice: «Io sono il buon pastore», «Io sono la vite e voi i tralci», «Io sono la via, la verità e la vita»… Nessun uomo ha mai parlato in questo modo! Gesù si presenta come una persona da cui dipende la vita di tutti gli altri uomini. Dinanzi a una pretesa così esagerata – come diceva Staple Lewis, non possiamo banalmente parlare di un “grande uomo”; abbiamo solo due possibilità: o ritenere che fosse un folle o cadere in adorazione ai suoi piedi!

Cerchiamo di comprendere il senso di questa affermazione di Gesù alla luce del dialogo tra Gesù e la folla.

Nel versetto precedente Gesù dice: «È il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti, il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Quindi Gesù è il pane della vita perché è il pane del Cielo, che viene dal Cielo, perché donato da Dio Padre e disceso dal Cielo per donare la vita al mondo.

Riflettiamo sull’espressione “pane della vita”.

Il termine “pane” va inteso qui in senso generale per indicare il sostentamento materiale dell’uomo, come quando nel Padre nostro diciamo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»L’uomo non può vivere senza pane, cioè senza mangiare. Ha bisogno di nutrirsi di un cibo che Gesù chiama «il cibo che non dura», il cibo che perisce.

Ed ecco il passaggio chiave del racconto. Gesù dice a coloro che lo cercavano perché avevano mangiato a sbafo grazie alla moltiplicazione dei pani e dei pesci: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà».

Lo scopo ultimo della moltiplicazione dei pani e dei pesci non è quindi quello di sfamare la folla. Non è la risposta a un bisogno materiale. Gesù, attraverso il miracolo, compie un segno, cioè manifesta qualcosa di se stesso, della sua identità. Intende rivelare che egli è il “Pane della vita”: venuto per donare agli uomini un cibo che non perisce, che rimane per sempre; un cibo “soprannaturale” che risponde, quindi, a un altro genere di fame, a una fame più profonda che non riguarda lo stomaco ma l’anima.

Egli stesso è questo “Pane della vita” e chi si nutre di Lui “non avrà più fame e chi crede in Lui non avrà più sete!”. È chiaro che qui si parla di una fame e di una sete spirituale, da contrapporre a una fame terrena e materiale.

Il concetto di fame e di sete va qui inteso in senso ampio: non riguarda solo il cibo. Nel libro del Qoelet si legge: «Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire» (Qo 1,7-8). C’è ad esempio una fame e una sete di conoscenza, una fame di esperienze, una fame di amore… Si tratta di bisogni che riguardano la sfera materiale, che ci accomunano con gli animali: anche un animale ha fame di affetto!

A questo punto ecco un interrogativo cruciale: è sufficiente per l’uomo saziare la fame materiale, oppure – per essere felice – ha bisogno di soddisfare anche la fame spirituale?

Sant’Agostino, che in un primo tempo pensava di poter trovare pienezza di senso cercando si limitandosi a saziare la sua fame terrena di conoscenza e di affetto, dopo la conversione esclama: «Ci hai fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te!» (Confessioni I,1,1).

L’inquietudine, secondo Agostino, deriva dal fatto che questa fame mondana non può essere mai saziata una volta per sempre. C’è sempre qualcosa che ci manca. La fame o la sete ha a che fare con il desiderio di un qualcosa che ci manca. Se abbiamo un problema di salute, ci manca la condizione del pieno benessere fisico e siamo inquieti a causa della salute perduta. Se litighiamo con una persona che ci è cara, siamo inquieti, perché ci manca la comunione con quella persona…

Uno potrebbe dire: è impossibile superare questa inquietudine finché siamo in questa vita. Eppure, Gesù parla di una fame e di una sete che possono essere pienamente appagate. A cosa si riferisce?

Si riferisce al dono dello Spirito Santo che mette nel nostro cuore la certezza di avere un Dio in Cielo che è Padre! Infatti, nel vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Chi ha sete venga a me e beva!…” Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui…» (cf. Gv 7,38-39).

Al di là dei bisogni terreni che non trovano mai una piena soddisfazione, il cuore umano può trovare un appagamento profondo quando scopre di non essere al mondo per caso: che la vita è il frutto di un progetto di amore, di un Dio che ha creato i mari e le montagne, l’alba e il tramonto… un Dio che è Padre e che si prende cura dei suoi figli, come si prende cura dei gigli dei campi e degli uccelli del cielo.

Tutto cambia quando nel cuore matura questa certezza, perché anche i bisogni materiali vengono relativizzati. Infatti, Gesù arriva a dire: «Non siate in ansia per che cosa mangerete e berrete… di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta» (Lc 12,29-31).
Cercare il regno di Dio vuol dire operare nel mondo, ma senza affanno, senza ansia, sapendo che per quanto ci diamo da fare non possiamo aggiungere un’ora sola alla nostra vita! (cf. Mt 6,27).

Sant’Ignazio di Loyola, di cui ieri ricorreva la memoria, diceva: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio».
Quanto sono liberanti queste parole, che ci fanno capire che cosa significa cercare prima di tutto il regno di Dio! Da un lato siamo chiamati a un impegno operoso nel mondo, dall’altro – grazie alla fede in Dio Padre – accettiamo nella pace una realtà che è sempre limitata, in cui manca sempre qualcosa, in cui ci scopriamo deboli… Ma proprio nella debolezza possiamo sperimentare la forza dell’Amore di Dio.

La vita della Venerabile Marta Robin (1902-1981) fu una testimonianza formidabile del vangelo di questa domenica. Visse più di cinquant’anni inferma, in una stanza semibuia (perché non sopportava la luce), senza mangiare né bere. Poteva nutrirsi solo della Santissima Eucaristia! Fu visitata da illustri medici e rimase un enigma per gli uomini di scienza. Con la sua vita, il Signore ha voluto ricordare che c’è «non di solo pane vive l’uomo». L’uomo vive dell’Amore di Dio, che ha la sua prima sorgente nell’Eucaristia, che è Gesù Pane di Vita e Pane del Cielo.

Ecco le sue parole, le parole di un’anima che, pur essendo duramente provata dalla vita, ringrazia Dio senza sosta per il suo amore e la sua bontà, grazie all’Eucaristia, il sacramento dell’Amore:

«Alleluia, Alleluia! … Navigo nell’azione di grazie! Sofferenze, timori, la stessa debolezza, l’impotenza di fare qualcosa… tutto diviene facile da sopportare, poiché ho l’immensa gioia di ricevere la Santa Comunione, vicino alla Cara mamma [celeste]» (2 maggio 1927). Amen.

don Francesco Pedrazzi

Lv 25,8-17; Sal 66; Mt 14,1-12

San Giovanni Battista viene imprigionato perché aveva detto a Erode che non era lecito convivere con la moglie di suo fratello Filippo. Viene poi decapitato perché il re non vuole venir meno al giuramento fatto a sua figlia.

Due sono i gravi peccati di Erode. Il primo è l’adulterio, contro il sesto comandamento del decalogo. Il secondo è l’omicidio, contro il quinto. Entrambi hanno la stessa radice, l’idolatria, che è la trasgressione del primo comandamento: «Non avrai altro dio all’infuori di me».

Erode, pur conoscendo la legge di Dio e nonostante il rimprovero di Giovanni, continua a vivere nel peccato. Egli sapeva in coscienza che il Battista era un giusto, ma preferisce metterlo a morte e trasgredire il comandamento di Dio piuttosto che trasgredire il giuramento umano.

È proprio degli idolatri compiacere gli uomini per i propri interessi, anche a costo di calpestare i comandamenti di Dio. Il cristiano, come scrive san Paolo (cf. 1Tm 3,7; Rm 12,18), deve fare di tutto per essere stimato dagli uomini e vivere in pace con tutti, ma non scende a compromessi con la verità e con la legge di Dio, e vive nel santo timore di Dio e non si conforma alla mentalità del mondo! (cf. Rm 12,2). Il timore di Dio consiste nella volontà ferma di essergli fedele e di non offenderlo mai deliberatamente, anche a costo di perdere per questo la propria vita.

La prima lettura si conclude con le seguenti parole: «Nessuno di voi opprima il suo prossimo; temi il tuo Dio, poiché io sono il Signore, vostro Dio». Le due cose sono inversamente proporzionali, come lo sono la luce e il buio. Tanto più cresce la luce tanto più diminuisce il buio. Similmente, tanto più diveniamo timorati di Dio, tanto meno opprimeremo i fratelli. Laddove c’è il timore di Dio c’è anche l’amore per i fratelli.

Ecco una preghiera bellissima preghiera di Sant’Ignazio di Loyola, particolarmente adatta per combattere ogni forma di idolatria e per crescere nel santo timore di Dio:

«Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta». Amen!

don Francesco Pedrazzi

Lv 23, 1, 4-11. 15-16. 27. 34-; Sal.80; Mt 13, 54-58

Il lavoro diventa un idolo quando l’uomo non lavora per vivere, ma vive per lavorare. Così facendo sacrifica sull’altare di questo idolo l’amore per Dio e per i fratelli.

Il comandamento della festa è un rimedio all’idolatria del lavoro perché ci chiede di fermarci per ricordare che il lavoro non è un fine, ma un mezzo per servire il Signore e il prossimo.

Nel tempo di festa interrompiamo il lavoro per passare dall’azione alla contemplazione. Contemplare significa fermarsi e considerare il valore della vita, ciò che stiamo facendo, il suo senso ultimo. È il tempo in cui ricordiamo che le persone vengono prima delle cose e delle attività e che Dio viene prima di ogni altra cosa o persona, perché è Colui da cui riceviamo forza, energia e vita (cf. Sir 38,8; At 17,28; 1Cor 11,12b; Ef 4,16).

Celebrare una festa in onore del Signore vuol dire riconoscere che ogni cosa buona viene da Lui ed è perciò giusto rendergli grazie con tutto il cuore. In tal modo, il nostro lavoro potrà essere benedetto da Dio e lo potremo vivere con spirito di carità e di servizio, non con spirito di dominio, di rivalità e di orgoglio.

Vengono in mente le parole di ammonimento della Santa Vergine ai parrocchiani di La Salette. La Madre celeste li rimprovera perché disertano la Messa domenicale a causa del lavoro nei campi, dimenticando così che Dio ha dato sei giorni per lavorare e si è riservato il settimo. Perciò annuncia che se i fedeli sarebbero tornati a santificare la domenica i raccolti sarebbero stati abbondanti, viceversa sarebbero stati scarsi e “guasti”.

In diversi passi della Scrittura si legge che il Signore è uno “scudo” per i “giusti” che camminano con rettitudine e osservano la sua legge (cf. Pro 2,7; Sap 5,15-16; Sal 7,11; 86,2; 119,114.153). I dieci comandamenti sono una barriera contro il male! Come un cucciolo si mette in pericolo quando si allontana dalla madre, perché si sottrae alla sua protezione, così l’uomo che si allontana dai comandamenti si sottrae alla protezione del Signore e si espone all’azione distruttrice di satana.

Nelle domeniche e nelle altre solennità in onore del Signore anteponiamo la celebrazione eucaristica e la preghiera ad ogni altra attività! In questo modo riconosciamo nei fatti, e non solo a parole, che abbiamo un solo Dio e Signore: a Lui solo si deve l’onore e la gloria, nei secoli dei secoli. Amen.

don Francesco Pedrazzi

1 Gv 4,7-16; Sal 33; Lc 10,38-42

Il lavoro diventa un idolo quando l’uomo non lavora per vivere, ma vive per lavorare. Così facendo sacrifica sull’altare di questo idolo l’amore per Dio e per i fratelli.

Il comandamento della festa è un rimedio all’idolatria del lavoro perché ci chiede di fermarci per ricordare che il lavoro non è un fine, ma un mezzo per servire il Signore e il prossimo.

Nel tempo di festa interrompiamo il lavoro per passare dall’azione alla contemplazione. Contemplare significa fermarsi e considerare il valore della vita, ciò che stiamo facendo, il suo senso ultimo. È il tempo in cui ricordiamo che le persone vengono prima delle cose e delle attività e che Dio viene prima di ogni altra cosa o persona, perché è Colui da cui riceviamo forza, energia e vita (cf. Sir 38,8; At 17,28; 1Cor 11,12b; Ef 4,16).

Celebrare una festa in onore del Signore vuol dire riconoscere che ogni cosa buona viene da Lui ed è perciò giusto rendergli grazie con tutto il cuore. In tal modo, il nostro lavoro potrà essere benedetto da Dio e lo potremo vivere con spirito di carità e di servizio, non con spirito di dominio, di rivalità e di orgoglio.

Vengono in mente le parole di ammonimento della Santa Vergine ai parrocchiani di La Salette. La Madre celeste li rimprovera perché disertano la Messa domenicale a causa del lavoro nei campi, dimenticando così che Dio ha dato sei giorni per lavorare e si è riservato il settimo. Perciò annuncia che se i fedeli sarebbero tornati a santificare la domenica i raccolti sarebbero stati abbondanti, viceversa sarebbero stati scarsi e “guasti”.

In diversi passi della Scrittura si legge che il Signore è uno “scudo” per i “giusti” che camminano con rettitudine e osservano la sua legge (cf. Pro 2,7; Sap 5,15-16; Sal 7,11; 86,2; 119,114.153). I dieci comandamenti sono una barriera contro il male! Come un cucciolo si mette in pericolo quando si allontana dalla madre, perché si sottrae alla sua protezione, così l’uomo che si allontana dai comandamenti si sottrae alla protezione del Signore e si espone all’azione distruttrice di satana.

Nelle domeniche e nelle altre solennità in onore del Signore anteponiamo la celebrazione eucaristica e la preghiera ad ogni altra attività! In questo modo riconosciamo nei fatti, e non solo a parole, che abbiamo un solo Dio e Signore: a Lui solo si deve l’onore e la gloria, nei secoli dei secoli. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Es 34,29-35; Sal 98; Mt 13,44-46

Nella prima lettura di oggi si racconta che quando Mosè scende dal monte la pelle del suo viso è raggiante, poiché aveva conversato con il Signore. Egli non si rende conto di questo cambiamento di aspetto del suo volto, ma se ne accorgono gli Israeliti.

Quale insegnamento possiamo trarre da questo strano episodio?

Nel Salmo 36 si legge: «Guardate a Lui e sarete raggianti» (Sal 34,6). Quindi, quando rivolgiamo a Dio il nostro cuore, la nostra anima diviene “raggiante”. Che cosa significa “raggiante”?

Un volto è raggiante quando è gioioso. Si dice, infatti, di una persona che trasmette gioia e serenità che è una persona solare e luminosa. Viceversa, si parla di una persona cupa e ombrosa.

 

Quando conversiamo con Dio e ci intratteniamo con Lui faccia a faccia, ad esempio stando in adorazione dinanzi alla Santissima Eucaristia, lo Spirito Santo riversa nel nostro cuore la sua gioia e questa gioia traspare nel volto e nello sguardo, poiché – dice Gesù -, «l’occhio è la lampada del corpo» (cf. Lc 11,34).

L’uomo di cui parla il vangelo di oggi trova un «tesoro nascosto» ed è perciò «pieno di gioia»! Quando sostiamo davanti alla Santissima Eucaristia si rafforza in noi la certezza che Gesù è il nostro tesoro nascosto, il tesoro più grande della nostra vita, e perciò il cuore si riempie di gioia, perché sappiamo che nessuno può separarci dal suo amore. Ci convinciamo che potremmo anche perdere tutto il resto, ma non questo tesoro, purché lo consideriamo tale e lo amiamo sopra ogni cosa.

Pertanto, come recita il salmo della liturgia odierna, esaltiamo il Signore, nostro Dio, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi, poiché egli è santo! Solo Dio è degno di onore, gloria e benedizione nei secoli dei secoli!

Il volto cambia d’aspetto quando rimaniamo sotto il sole; facciamo sì che la nostra anima, illuminata dai raggi del Sole divino, divenga raggiante e luminosa. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Es 33,7-11; 34,5-9.28; Sal 102; Mt 13,36-43

 

Mosè pianta una tenda fuori dall’accampamento che chiama «tenda del convegno», dove si reca chiunque voglia «consultare il Signore». Quando entra nella tenda, scende una colonna di nube e il Signore parla con lui «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico».

Tutto ciò che leggiamo nel Primo Testamento è scritto in vista del Nuovo. È come un’ombra che anticipa la realtà. A partire dall’ombra si può intuire la realtà, ma la realtà è ben più grande della sua ombra! La tenda del convegno può sembrare qualcosa di grande ma è solo un’ombra della “vera tenda del convegno” che è Gesù. Si legge, infatti, nel Prologo di San Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Questa tenda è prima di tutto la Santissima Eucaristia! Qui abbiamo ben più della tenda del convegno di Mosè perché c’è la presenza sostanziale del Verbo che si è fatto carne. Mentre la nube è solo un segno della presenza del Signore, l’Eucaristia è il Signore stesso! Certo, è una Presenza celata ai sensi del corpo, ma – come si legge nel Piccolo Principe – «l’essenziale è invisibile agli occhi» e per noi l’Essenziale è Gesù, che vediamo non con gli occhi del corpo ma con gli occhi della fede! Davanti al Santissimo Sacramento possiamo “vedere Dio” e parlare con Lui «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico».

Noi non abbiamo bisogno di Mosè come intermediario per consultare il Signore. Sappiamo che Gesù è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini (cf. 1 Tm 2,5) perché è vero Dio e vero uomo. Sappiamo, perciò, che se vogliamo trovare la tenda del convegno ci basta entrare in una chiesa, dove nel tabernacolo è custodita la Santissima Eucaristia,

Mi chiedo: quando sono dinanzi alla Santissima Eucaristia, sono consapevole che mi trovo dinanzi all’Altissimo e che i miei occhi contemplano Dio? In quei momenti posso dire di essere, per chi mi vede, un “testimone dell’Invisibile”?

Quando mostriamo a un amico con stupore un panorama stupendo, come se lo vedessimo la prima volta, quella persona sarà indotta a guardarlo con lo stesso incanto e la stessa meraviglia.

Il Santo Curato d’Ars stava in adorazione davanti a Gesù Eucaristico con tale fervore e raccoglimento da convincere i fedeli che vedesse Gesù in persona con i propri occhi. Quando vediamo qualcuno pregare con grande intensità, siamo indotti a fare altrettanto. Quando scorgiamo negli occhi di chi crede la luce dell’entusiasmo e dello stupore, come se “vedesse l’invisibile”, avvertiamo il desiderio di credere allo stesso modo!

Chiediamo al Signore un grande amore per la Santissima Eucaristica, attraverso la visita frequente al Santissimo Sacramento e la preghiera dell’adorazione eucaristica, perché la nostra testimonianza aiuti i fratelli a credere nella Presenza viva del Signore nel Sacramento del suo Amore.

Quando siamo assaliti da dubbi e preoccupazioni e quando avvertiamo il bisogno di una parola che ci illumini, ci guarisca e ci conforti, non dimentichiamo che non lontano da noi c’è la “tenda del convegno”, in cui Gesù ci attende per guarirci e risollevarci. Con gioia potremo esclamare: «Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato»! (Sal 34,5). Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Es 32,15-24.30-34; Sal 105; Mt 13,31-35

«Voi avete commesso un grande peccato; ora salirò verso il Signore: forse otterrò il perdono della vostra colpa». Sono le parole che Mosè dice al popolo che si era fabbricato un vitello di metallo fuso.

Perché è un peccato grave?

Si noti che quando gli israeliti fabbricano il vitello, non pensano di adorare un altro Dio, ma lo stesso Dio che li aveva liberati dagli egiziani. Infatti, dicono – in una parte che non è stata letta nella prima lettura di oggi: «Ecco il tuo Dio, o Israele, Colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto!».

Nondimeno, commettono un grave peccato perché il vitello d’oro è completamente diverso dal vero dio e prende il suo posto. È di fatto un “anti-Dio, nel senso che sta “davanti a Dio”, “al posto di Dio””! La grande differenza è che il vero Dio parla al suo popolo e fa conoscere la sua volontà e i suoi comandamenti perché siano osservati, mentre l’anti-Dio, l’idolo, è muto e diventa un pretesto per una religiosità narcisistica ed esteriore, in cui gli Israeliti non fanno ciò che vuole di Dio ma ciò che vogliono loro.

È un peccato contro il primo comandamento: «Non avrai altro Dio all’infuori di me!» ed è grave perché laddove si adora un idolo si detronizza il vero Dio dal proprio cuore.

Mi chiedo: sono certo di adorare il vero Dio oppure sto adorando un anti-dio, un idolo che mi sono fabbricato a mia immagine e somiglianza? Sono io che stabilisco ciò che è buono e ciò che non è buono, ciò che è vero e ciò che è menzognero, oppure mi metto in ascolto docile della Parola di Dio – che giunge a me attraverso la Sacra Scrittura e l’insegnamento del Magistero, che la interpreta autorevolmente?

San Francesco d’Assisi – che pregava spesso con le parole: «Dammi umiltà profonda!» – aveva ben compreso che per rimanere fedele a Gesù doveva cercare di farsi piccolo piccolo e questo insegnava a i suoi frati, che – infatti – chiamò “minori”. Egli aveva ben chiaro che solo chi è davvero piccolo e umile può lasciarsi portare dalla Parola di Dio senza porre nessuna condizione, come un cucciolo che non ha paura di lasciarsi portare ovunque dalla propria madre.

Ecco perché nel vangelo di oggi Gesù annuncia che il Regno di Dio è simile a un granello di senape, «il più piccolo di tutti i semi» e cresce laddove c’è profonda umiltà e una docilità incondizionata al volere di Dio.

Dio può regnare senza impedimento in noi quando trova un cuore piccolo, povero e umile, che si abbandona serenamente alla Divina volontà e si lascia portare da essa docilmente, anche su strade diverse da quelle che avevamo immaginato.

«Dammi umiltà profonda, o Signore!», perché cresca in me il tuo Regno e siano frantumati gli idoli che albergano nel mio cuore. Amen.

don Francesco Pedrazzi

2Re 4,42-44; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

 

«[Gesù] disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli, infatti, sapeva quello che stava per compiere».

In che senso il vangelo dice che Gesù vuole “mettere alla prova” Filippo? È una domanda importante, perché capita a volte di dire che Dio ci mette alla prova, ma potremmo intendere in modo sbagliato questa espressione.

Per rispondere occorre tenere presenti tre punti fermi della nostra fede. Il primo, il più importante è la certezza che Dio è “Padre” e vuole sempre e soltanto il nostro bene, il bene dei suoi figli. Il secondo è che Dio non vuole mai il male perché egli – come diceva san Francesco d’Assisi – è «il Bene, ogni bene, il Sommo Bene». Il terzo, conseguente ai primi due, è che quando Dio permette una prova è sempre per il nostro bene. Non lo fa per conoscerci, perché egli ci conosce sempre in modo perfetto, ma perché noi, attraverso la prova, possiamo conoscere noi stessi e maturare nel nostro cammino umano e cristiano.

La prova in questo vangelo consiste nel fatto che i discepoli si trovano davanti a centinaia di persone venute per ascoltare Gesù e che dovevano essere congedate perché non avevano mangiato, rischiando peraltro di venir meno lungo il cammino (Mc 8,3). Gesù fa sì che i discepoli prendano coscienza che non possono fare nulla ricorrendo ai soli mezzi umani per sfamare tanta gente!

Ci sono situazioni nella vita in cui l’uomo può solo costatare la propria impotenza, l’incapacità di risolvere un problema ricorrendo soltanto a mezzi umani.

Ma Gesù ricorda ai suoi discepoli – e a noi – che c’è sempre una strada alternativa che Dio ha in serbo al di là delle soluzioni umane. Qual è questa strada? Sazia la folla moltiplicando i pani e i pesci e lo fa a partire non dal nulla, ma dai cinque pani d’orzo e dai due pesci messi a disposizione da un ragazzo anonimoQuel ragazzo anonimo rappresenta ognuno di noi!

Gesù ci insegna che Dio può compiere grandi cose nella nostra vita quando ci scopriamo piccoli, poveri, limitati e deboli, ma gli consegniamo quella povertà: tutto ciò che siamo e che abbiamo.

È accaduto a tutti i santi e alla Madre celeste, che infatti esclama: «Il Signore ha guardato alla piccolezza della sua serva… perciò ha compiuto in me grandi cose!»  La grandezza dei santi non va cercata nelle qualità umane, ma nel fatto che esse sono state consegnate a Gesù ed è ciò che tutti siamo chiamati a fare!

Dinanzi a situazioni in cui apparentemente non c’è una via d’uscita, Gesù ci dice: «Fidati di me, consegna a me le tue ansie, le tue paure, il tuo cuore, la tua povertà e lascia fare a me! …e ti condurrò “all’altra riva”, oltre l’ostacolo!»

Al di là del segno portentoso della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il miracolo che ognuno di noi può sperimentare ogni giorno è che ciò che dividiamo con i fratelli, nel nome di Gesù, si moltiplica. È la strana equazione aritmetica del Vangelo: più doniamo e più avremo! Più doniamo e più riceviamo! Che cosa riceviamo? Dio ci nutre di un cibo infinitamente superiore a quello materiale. Un animale può accontentarsi anche del solo cibo materiale… ad esempio, basta un pascolo di erba fresca per rendere felici dei bovini! L’uomo no, perché il suo cuore ha una fame di infinito: «Non di solo pane vive l’uomo – dice Gesù – ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cf. Mt 4,4). Al di là del sostentamento biologico, c’è una fame più radicale di amore e il desiderio profondo di dare un senso pieno alla vita. Nella Parola di Dio e nel sacramento della Santissima Eucaristia possiamo sfamare questa fame e trovare pace per il nostro cuore!

don Francesco Pedrazzi

Es 24,3-8; Sal 49; Mt 13,24-30

«Un nemico ha fatto questo!». Con queste parole Gesù risponde all’obiezione più ricorrente contro Dio e la sua bontà: «Perché il male? Perché se Dio è buono e semina il bene, nel campo del mondo c’è anche tanta zizzania?». Non è opera di Dio, ma di satana, del nemico!

Ci fa bene richiamare alla mente queste parole quando riteniamo che qualcuno ci abbia offeso, ci abbia fatto un torto. «Un nemico ha fatto questo!» – dovremmo pensare. In tal modo, possiamo guardare a quel fratello o a quella sorella ricordando che nella sua realtà più profonda è buono, perché è uscito dalle mani di Dio, anche se, come ogni uomo, può essere vittima dei raggiri del nemico, di colui che “semina zizzania”.

È chiaro che in tal modo non giustifichiamo il male, ma evitiamo di giudicare il prossimo.

Scarichiamo piuttosto la nostra rabbia contro i veri nemici, che – come scrive san Paolo – non sono creature “in carne e ossa”, ma creature spirituali che hanno scelto in modo definitivo di non sottomettersi alla sovranità di Dio (cfr. Ef 6,12).

«Offri a Dio un sacrificio di lode», si legge nel salmo di oggi. E la prima lettura ci parla del sangue versato sul popolo a sigillo dell’Alleanza del Sinai, basata sull’osservanza dei comandamenti. Ricordiamo che le tavole del Decalogo si riassumono, per Gesù, nel comandamento dell’amore. Perciò, offriamo a Dio un sacrificio di lode quando facciamo sparire i rancori, le gelosie, le invidie, i giudizi temerari contro il prossimo.

Se coltiviamo cattivi pensieri nel cuore, la nostra preghiera e la nostra offerta non possono essere gradite a Dio, come non lo fu quella di Caino!

Come una farfalla è attirata dai fiori quando sono belli e colorati, così lo Spirito del Signore è attirato dai cuori quando sono ornati dalla benevolenza e dalla cordialità e profumano dell’amore sincero per i fratelli. Amen! 

 

don Francesco Pedrazzi

Gal 2,19-20; Sal 33; Gv 15,1-8

 

del marito si diede a una vita più ascetica e contemplativa, pur rimanendo nel mondo. Fondò un ordine religioso, intraprese eroici pellegrinaggi a scopo di penitenza, girò l’Europa ammonendo e consigliando re, principi e papi e visse esperienze mistiche singolari, alcune delle quali sono state raccontate nelle sue opere.

Il Vangelo della sua festa è quello della vite e dei tralci. Questo ci deve fare riflettere!

Gesù ci dice oggi: «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, mentre senza di me non potete far nulla!».

La vita di santa Brigida ha portato frutti in abbondanza perché si è sempre preoccupata prima di tutto di rimanere in Gesù, cioè di fare di lui l’unico  Signore della sua vita, rispondendo così alla vocazione fondamentale di ogni battezzatola vocazione alla santità. La vocazione non consiste tanto nello sposarsi o nel non sposarsi, nell’avere figli o nel non averli, nell’essere nel mondo o in un monastero… La vocazione ha a che fare con un desiderio di assoluto che ogni uomo avverte nel proprio cuore e che può trovare una risposta piena solo nell’amore totale e incondizionato per Gesù Cristo. 

Se uno – sull’esempio di santa Brigida e di tutti i santi – si dona totalmente a Gesù e medita ogni giorno la sua Passione d’Amore, sarà in grado di vivere ogni condizione di vita che la Provvidenza gli riserva nel migliore dei modi, e porterà frutti in abbondanza, perché affronta le contrarietà non recriminando o lamentandosi ma offrendosi al Padre in semplicità e letizia, con la forza del Cristo crocifisso che vive in lui.

Nei suoi scritti santa Brigida insegna che colui che medita la Passione di Gesù vince gli affetti disordinati del proprio cuore e corre con gioia verso il cuore di Dio (cf. Libro VI, 101). È come un «vaso vuoto» che si riempie di Dio perché lo desidera «sopra ogni cosa». Infatti, insegna la santa compatrona di Europa, lo Spirito Santo «non entra in chi è colmo» di orgoglio ma in chi si svuota di se stesso (cf. Libro VI, 36). Serve a poco o a nulla anche accostarsi all’altare del Signore se il nostro cuore «è vuoto di Dio ed è pieno di vanità mondane» (Libro VII, 27).

Mi chiedo: Il mio cuore è come un “vaso vuoto” che porta impresso il sigillo della croce di Gesù, in cui lo Spirito Santo può entrare, oppure è un vaso pieno di orgoglio e vanità, che chiude l’ingresso allo Spirito Santo?

Preghiamo con le bellissime parole dell’orazione colletta: «O Dio, che hai guidato santa Brigida nelle varie condizioni della sua vita, e nella contemplazione della passione del tuo Figlio le hai rivelato la sapienza della croce, concedi a noi di cercare te in ogni cosa, seguendo fedelmente la tua chiamata! Amen».

don Francesco Pedrazzi

Ct 3,1-4; Sal 62; Gv 20,1-2.11-18

 

«C’erano con Gesù i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: [tra cui] Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni» (Lc 8,2).

È il ritratto saliente che l’evangelista Luca fa della santa di cui oggi ricorre la festa: santa Maria Maddalena. Gesù le ha cambiato la vita e lei in cambio gliel’ha donata completamente.

Il racconto odierno dell’evangelista Giovanni è di una bellezza narrativa singolare! Lascia trasparire in tutta la sua profondità il legame tra la Maddalena e Gesù.

La donna è in lacrime presso il sepolcro vuoto. «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto!» – esclama. Da notare quel «il mio Signore». Maria pensava a Gesù come a un suo “possesso”, un tesoro che le era stato tolto. È un pianto dovuto, almeno in parte, alle proprie ferite interiori. I sette demoni avevano messo in crisi la propria autostima e pertanto aveva riposto tutte le sue sicurezze nell’umanità del Gesù terreno. Ora quelle sicurezze sembravano crollare all’improvviso!  Non riusciva a immaginare di poter vivere senza di Lui; di poter camminare da sola, sulle proprie gambe. Aveva bisogno del “suo” Gesù come di un bastone che le dava sicurezza!

Mentre pensava dentro di sè a tutto questo, sente pronunciare il proprio nome in un modo unico, come dice quel bel canto che forse ha preso ispirazione proprio da questa pagina del vangelo: «Quante volte un uomo con il nome giusto mi ha chiamata | Una volta sola l’ho sentito pronunciare con amore…».

Le lacrime di dolore divengono lacrime di gioia. Maria si getta ai piedi del Signore e vorrebbe trattenerlo, perché è il “suo” Gesù… «Non mi trattenere, ma va’ dai miei fratelli…!» – le dice.

In questo modo le cambia la vita per una seconda volta, ma in un modo più grande. Le fa capire che quell’uomo, che aveva confuso con il giardiniere, è il Dio della vita che da quel giorno avrebbe potuto sempre trovare  e abbracciare nel giardino del proprio cuore! Mai più si sarebbe sentita sola!

Le parole sublimi del Cantico dei Cantici – nella prima lettura – fanno da corollario a questo racconto: «Ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato…». «Trovai l’amore dell’anima mia. Lo strinsi forte e non lo lascerò!». Così nel Salmo di oggi si legge: «Quando penso a te… esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene».

Che dono immenso poter credere a un Dio crocifisso per amor nostro e risorto dalla morte! Ci basta pensare a Gesù per esultare di gioia, per stringerci a Lui e sentirci al sicuro “all’ombra delle sue ali”, come pulcini che si stringono sotto le ali della chioccia!

Santa Maria Maddalena è la prima di una serie sterminata di santi e di sante che hanno scoperto che il tesoro che cercavano al di fuori, nelle creature, era in realtà dentro di loro, come scrive Sant’Agostino: «Tu [o mio Dio] eri dentro di me, e io invece ti cercavo là fuori. … Mi tenevano lontano da Te quelle creature che non esisterebbero se non esistessero in Te!».

Pensiamo spesso a Gesù, l’amore delle nostre anime, per esultare gioia all’ombra delle sue ali. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Es 16,1-5.9-15; Sal 77; Mt 13,1-9

 

«Fece piovere su di loro la manna per cibo e diede loro il pane del cielo».

Sono parole del Salmo 77, proclamate oggi nella liturgia eucaristica, che riassumono il contenuto della prima lettura e anticipano in modo meraviglioso il Mistero eucaristico istituito da Gesù. Scrive Sant’Ambrogio: «Chiediti se sia più eccellente il pane degli angeli mangiato dagli Ebrei nel deserto o la carne di Cristo…. Quella manna veniva dal cielo, questo Corpo è al di sopra del cielo. […] è [perciò] migliore il corpo del Creatore della manna del cielo» (cfr. Trattato sui misteri, nn. 43.47.49).

È impossibile rendersi di conto di quanto sia grande e preziosa la realtà della santissima Eucaristia! Ma ci pensiamo? Essa è il «Corpo del Creatore»! Tutta la creazione non vale quanto quel pezzo di pane, perché in realtà non è pane, ma la persona gloriosa di Cristo! L’Eucaristia è l’unica realtà sotto il cielo che è sostanzialmente “celeste”, soprannaturale. È il Cielo che discende sulla terra. Sulla terra non c’è niente di più grande della Santa Messa.

Sant’Alfonso de’ Liguori arriva ad affermare: «Dio stesso non può fare che vi sia un’azione più santa e più grande della celebrazione di una Santa Messa».

Se la Messa è così grande perché non sempre santifica e cambia le persone? …anzi capita di incontrare fedeli che vanno a Messa tutti i giorni che sembrano più cattivi di chi non ci va! Il difetto non sta evidentemente nel sacramento, ma nelle disposizioni con cui viene ricevuto!

La parabola del seminatore, nel vangelo di oggi, può essere applicata non solo alla Parola di Dio ma anche all’Eucaristia e ai sacramenti in genere. Se ci accostiamo alla santa Comunione mentre pensiamo a tutt’altro, il nostro cuore è come una strada polverosa e quella Comunione è inutile, se non addirittura dannosa. Se ci accostiamo senza un proposito fermo e sincero di osservare i comandamenti di Dio, il nostro cuore è come un terreno sassoso, il cui germoglio seccherà ben presto sotto il sole delle prime tentazioni. Se quando ci accostiamo alla santa Comunione non coltiviamo il senso della presenza di Gesù lungo la nostra giornata, gli affanni quotidiani soffocheranno la vita sacramentale e non ne trarremo alcun frutto.

Solo se sapremo preparare il cuore per ricevere nel modo migliore il Pane del Cielo e sapremo tener vivo questo fuoco d’amore lungo la giornata, allora il sacramento sarà come un seme caduto su un terreno buono e porterà abbondanti frutti di conversione.

Un sacerdote bresciano, recentemente scomparso, esperto di botanica, un giorno trovò in Val Camonica un fiore rarissimo (in Italia): la Linnaea borealis. Quando se lo trovò davanti provò una grandissima gioia, perché da una vita coltivava la speranza di trovarlo! Eppure, per un escursionista profano si presenta come un banale fiorellino rosaceo.

 Tutto dipende dal modo con cui guardiamo una realtà: se la guardiamo solo con gli occhi o anche con il cuore!

Mi chiedo: quando mi trovo dinanzi all’Ostia santa, che cosa vedo e che cosa provo? Vedo solo un banale pezzo di pane e perciò non provo nulla oppure vedo il mio Dio che in quel momento si sta per donare a me nel Pane del Cielo e sento il cuore battere di gioia e di trepidazione? Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Es 14,21-31; Cant. Es 15,8-17; Mt 12,46-50

 

«Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre», ci dice oggi Gesù nel vangelo.

Siamo per Gesù “fratelli e sorelle” quando compiamo la volontà di Dio perché assumiamo sempre di più i lineamenti del suo volto. Siamo per Gesù “madri” perché lo concepiamo e lo generiamo tramite fede, portandolo così al prossimo. Questo è il primo e più importante modo di imitare Maria Santissima! Infatti, se è vero che solo lei ha concepito e generato il Figlio di Dio nella carne, è altrettanto vero che come lei possiamo concepirlo e generarlo nella fede.

Maria non è solo un modello da imitare per compiere la volontà di Dio, ma il mezzo scelto da Dio per operare in noi con la sua Grazia. Scrive, infatti, san Luigi Maria Grignion de Montfort: «Una madre non mette al mondo la testa, o il capo, senza le membra…» così Maria non ha generato solo il Capo che è Cristo, ma genera altresì le sue membra, che siamo noi (cf. Trattato della vera devozione a Maria, n. 32; Cf. anche Concilio Vaticano II, Lumen gentium n. 63). Questa “generazione spirituale” ha un significato mistico profondissimo che tutti i santi hanno ben compreso: tanto più la presenza di Maria riempie la nostra vita quanto più facilmente riusciamo ad adempiere la volontà di Dio e lo Spirito Santo può imprimere in noi i lineamenti di Gesù, generandolo in noi e attraverso di noi.

L’epico racconto del passaggio del Mar Rosso, nella prima lettura, è simbolo della stupenda vittoria di Cristo sul demonio attraverso le acque del Battesimo. Da quel giorno siamo membra del Corpo di Cristo e viviamo una vita nuova, la Vita di Dio, la vita nella libertà dei figli Dio.  Ma come gli Israeliti dopo il passaggio del Mar Rosso sono tentati di rimpiangere la schiavitù d’Egitto, anche noi cristiani siamo talora tentati di preferire una vita comoda e senza troppi pensieri, in una sorta di “prigione dorata“, in cui serviamo gli idoli del mondo (agiatezza, benessere, comfort, manicaretti, televisione, internet, ecc.…). Si tratta di una condizione da schiavi, che alla fine lascia vuoti, frustrati, annoiati e prigionieri di fisime mentali…

Il Signore Gesù – come scrive san Paolo nella lettera ai Galati- ci ha liberati perché restassimo liberi, non perché ci lasciassimo imporre nuovamente il giogo della schiavitù! (cf. Gal 5,1). Perciò ci invita continuamente a rinunciare agli idoli mondani per dedicare tempo ed energie al suo servizio e a quello dei fratelli, in un cammino gioioso nel segno del sacrificio d’amore e della vera libertà.

Non comportiamoci come quegli uccellini a cui il padrone apre la gabbia per liberarli nell’aria aperta e che – dopo un piccolo volo – preferiscono tornare nella loro prigione dorata, dove possono sentirsi al centro del mondo e pensare solo a rimpinzarsi di cibo e a saltellare da un angolo all’altro…

Chiediamo alla Santa Vergine di aiutarci a rinnegare i nostri idoli e le nostre sicurezze mondane, per volare con audacia e vera libertà nel cielo della fede, in modo da portare Gesù ai nostri fratelli. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Es 14,15-18; Cant. Es 15,1-6; Mt 12,38-42

 

La liturgia di oggi – nella prima lettura e nel vangelo – ci parla di due nemici della fede: la mormorazione e la richiesta pretenziosa.

La mormorazione è il modo con cui reagiscono gli Israeliti, mentre erano accampati presso il mare, quando vengono raggiunti dagli Egiziani. «È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? ….è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto!». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; … il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».

Dinanzi a un grande ostacolo, dove non s’intravede una via d’uscita, siamo tentati di reagire con la mormorazione contro Dio e i suoi rappresentanti. Ma l’uomo di fede non sceglie questa strada. Cerca, invece, di stare calmo, di allontanare la paura e di infondere tranquillità a chi ha accanto, perché sa, nel profondo del proprio cuore, che non c’è problema che Dio non possa risolvere. L’uomo di fede dinanzi alle prove non devia a destra o a sinistra, ma rimane fedele Dio e ai suoi rappresentanti. Segue la strada che consigliava sempre il grande San Pio da Pietrelcina a chi era tentato di mormorare contro la Chiesa e i suoi pastori: «Lascia tutto nelle amorose mani della Provvidenza!».

La richiesta pretenziosa è la reazione degli scribi e dei farisei al ministero di Gesù. Gli dissero: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno!». Il problema non è la richiesta del segno in quanto tale, anche perché nella Bibbia troviamo episodi di uomini di fede che chiedono a Dio un segno, come il giudice Gedeone (cf. Gd 6,36-40). Dio stesso invita Acaz a chiedere un segno (cf. Is 7,11). Il problema è quel «vogliamo»: è la pretesa pretenziosa e orgogliosa che Dio, o i suoi rappresentanti, facciano ciò che noi vogliamo. Invece di dire «Sia fatta la tua volontà!», diciamo «Sia fatta la nostra volontà!».  

Tra mormorazione e richiesta pretenziosa c’è un forte legame, perché chi pretende qualcosa da Dio e dai suoi rappresentanti e non la ottiene cade nella mormorazione e inizia a gettare fango, a prendersela con Dio e e con i suoi pastori.

Se ci si trova all’improvviso dinanzi a un orso, la prima cosa da evitare, per non essere sbranati, è agitarsi, urlare e mettersi a correre. Occorre invece stare calmi, immobili o muoversi molto lentamente. Similmente, dinanzi al nemico infernale, occorre reagire con la calma della fede, con la fiducia in Dio.

Dice, infatti, il Signore, nel libro del profeta Isaia: «Nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza!» (Is 30,15).

Aiutaci, Signore, a vedere la tua bontà anche laddove siamo tentati di vedere solo l’opera del nemico! Fa’ che, dinanzi agli ostacoli della vita, non cadiamo nell’agitazione, nella mormorazione e nella disobbedienza, ma rimaniamo calmi e camminiamo nella fedeltà, confidando nella potenza del tuo Amore! Amen.

don Francesco Pedrazzi

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

 

Una delle immagini più ricorrenti nella Scrittura per rappresentare il rapporto dell’uomo con Dio è quella delle pecore e del pastore.

Perché?

Perché come le pecore non possono vivere nella pace senza un pastore, così l’uomo non può trovare pace senza Dio.

La parole del Salmo 22 hanno un fondamento nella realtà, perché le pecore non sono animali autonomi: hanno bisogno di una guida che le conduca a pascoli erbosi e ad acque tranquille, lungo un cammino sicuro, lontano dai pericoli. La sola presenza del pastore infonde loro pace e sicurezza.

La condizione dell’uomo è analoga. Egli dimora nella pace quando si sente guidato verso una meta da qualcuno più grande di lui, che lo ama e lo custodisce.

Un’idea deleteria che sta devastando l’umanità da qualche secolo è quella che l’uomo dovrebbe emanciparsi da Dio: che non ha bisogno di un “dio” che si prenda cura di lui, che lo guidi e lo protegga. L’uomo – dicono gli illuministi e gli illuminati di ogni tempo – può essere totalmente se stesso se si scrolla di dosso ogni credenza religiosa, limitandosi a seguire i dettami della sola ragione! Ed è così che – grazie a queste idee – le parole del vangelo di questa domenica suonano di un’attualità disarmante: «Gesù vide una grande folla ed ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore».

Davvero l’umanità di oggi è degna di “compassione” perché appare come una moltitudine immensa di pecore senza pastore! O meglio: siccome l’uomo in realtà non può vivere senza un pastore, al posto di Dio ecco che hanno preso il posto tanti falsi pastori e falsi maestri.

E così, alcuni di coloro che si vantano di non credere più in Gesù, cercano la pace in tecniche di meditazione mutuate da religioni orientali o da tradizioni esoteriche, esponendosi a danni enormi sul piano spirituale (come sanno, per esperienza, gli esorcisti!), oppure pensano di trovare la serenità in un preparato pseudo-scientifico acquistato in farmacia, rivolgendosi a maghi e cartomanti o seguendo il personaggio eccentrico e carismatico che dice cose nuove e diverse da quelle che la Chiesa ha sempre insegnato…  Insomma, abbandonando Dio si va dietro a falsi pastori, che – come si legge nella prima lettura – «fanno perire e disperdono il gregge».

È proprio vero quanto scriveva Gilbert Chesterton: «Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto!».

Mentre il grande sant’Agostino, un uomo che per trent’anni si era illuso di trovare la pace e la libertà facendo della ragione il proprio “dio”, apriva le sue Confessioni con le celebri parole: «Ci hai fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te!» (I,1,1).  E più avanti esclama: «Cosa sono io per me stesso senza Te, se non una guida verso il precipizio?» (IV, 1,1). Egli viene ricondotto al vero pastore, grazie sant’Ambrogio, di cui scrive: «A lui ero guidato inconsapevole da Te, o Signore, per essere da lui guidato consapevole a te» (V, 13,23).

Chiediamo a Dio che ci invii santi sacerdoti, santi vescovi, che possano guidarci a Cristo, che è – come scrive san Pietro – «pastore e custode delle nostre vite» (cf. 1Pt 2,25)! I veri e santi pastori li si riconosce dal fatto che non conducono a se stessi, divenendo causa di divisione nel gregge, ma a Cristo, colui che – come si legge nella seconda lettura – è «la nostra pace», Colui che abbatte ogni «muro di separazione».

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’!». Ecco le parole che rivolge ad ognuno di noi Gesù, il nostro buon pastore. Nei momenti di stanchezza ripetiamo nel nostro cuore con il salmista: «Solo in Dio riposa l’anima!» (Sal 62,2). Non è sufficiente andare in vacanza! Non basta il riposo psico-fisico e il ricorso a mezzi umani per trovare la pace che il nostro cuore desidera.

Solo in Gesù, pastore della nostra vita, possiamo trovare il vero riposo per il nostro cuore! Come il corpo ha bisogno ogni giorno di rigenerarsi con il riposo notturno, così la nostra anima, la parte più intima di noi stessi, ha bisogno ogni giorno di andare a Gesù, in disparte, per riposare in Lui e trovare pace. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Es 12,37-42; Sal 135; Mt 12,14-21

La prima lettura riporta l’evento memorabile dell’uscita di Israele dalla terra di Egitto. Per noi discepoli di Gesù questa liberazione è un’immagine eloquente del passaggio dalla condizione di schiavi alla condizione di figlidi uomini liberi, in forza della grazia di Cristo.

Nella Lettera agli Ebrei si legge che «Cristo ha ridotto all’impotenza mediante la sua morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e ha liberato così quelli che, per timore della morte, sono soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,14-15).

La paura della morte è quindi il filo attraverso cui il burattinaio infernale ci tiene prigionieri! È un’ombra che sovrasta l’esistenza dell’uomo, che egli lo sappia o no, e che gli impedisce di essere pienamente libero, di essere sé stesso. «L’ombra di morte» di cui parla il Cantico di Zaccaria, si dirada quando siamo visitati da Cristo il «sole che sorge dall’alto» (cf. Lc 1,78-79).

Gesù ci libera da questa paura e ci permette di guardare in faccia alla morte come a una “sorella”, non come a una fonte di angoscia.

Ma davvero abbiamo permesso a Cristo di liberarci dalla paura della morte?

Come ha scritto il grande filosofo Blaise Pascal tanti cristiani non sono mai stati veramente «guariti dalla morte», ma al contrario decidono «non pensarci» gettandosi nel «divertissement», cioè in quelle distrazioni mondane che impediscono di pensare, di riflettere sul proprio destino eterno, e il “divertissement” diviene in realtà «la maggiore tra le nostre miserie» (Blaise Pascal, Pensieri, n. 168.171)

Tutte le nostre pigrizie e indolenze, le nostre angosce, ansie, paturnie… così come l’ira, la violenza verbale e fisica… sono tutte figlie della paura della morte, della paura di invecchiare, di ammalarci, di divenire impotenti… Non possiamo vincere questa paura scegliendo di non riflettere sulla morte e di gettarci a capofitto nelle distrazioni! Al contrario, questo ci porta a una vita mediocre, vuota, sterile, dispersiva, come lo è un fiume che si disperde in mille rivoli e dissecca o come un uccellino in una gabbia aperta che preferisce la schiavitù con il cibo assicurato a una condizione di vera libertà.

Vivere ogni giorno della nostra vita terrena, sapendo che potrebbe essere l’ultimo, ma sentendosi in coscienza sereni e pronti a incontrare il Giudice della vita, è un segreto di grande saggezza! (cf. Sal 90.12). È ciò che ci consente di imitare Gesù buono e umile di cuore, ritratto oggi dalle parole di Isaia: «Non alza la voce, non spezza una canna già incrinata e non spegne una fiamma smorta…». Dinanzi a coloro che volevano «farlo morire» continua ad essere sereno, tranquillo e mansueto come un agnello, perché libero dalla paura della morte.

Inoltre, nel Getsemani ci insegna il grande rimedio per affrontare questa paura: la preghiera accorata di abbandono nelle braccia del Padre è 

Metti nel nostro cuore, o Signore, la certezza che Tu hai vinto la morte, che chi crede in Te non muore, ma entra nella vita! Amen.

don Francesco Pedrazzi

Es 11,10-12,14; Sal 115; Mt 12,1-8

 

«Misericordia io voglio e non sacrifici», dice Gesù nel vangelo di oggi, per giustificare il fatto che i suoi discepoli avevano raccolto delle spighe in giorno di sabato. Sono parole del profeta Osea, che denunciava i falsi culti di Israele: falsi perché venivano offerti molti sacrifici di animali in onore del Signore e al contempo non si osservavano i suoi comandamenti.

Ma cosa c’entra questo con le spighe raccolte di sabato? Si direbbe che è il contrario di quanto afferma Osea, perché Gesù sembra ammettere un’eccezione al decalogo!

Ma non è assolutamente così! È Lui, il figlio dell’uomo, la chiave per comprendere il vero e pieno significato del decalogo, che è l’amore verso Dio e verso il prossimo. Ma – come lo stesso Gesù dice altrove – i farisei avevano oscurato “il comandamento di Dio” in nome delle loro tradizioni umane (cf. Mc 7,8-13). Il falso tradizionalismo, in nome di un’osservanza scrupolosa delle norme morali e rituali, finisce con il soffocare il primo comandamento, quello dell’amore e della misericordia. Anche il profeta Isaia aveva proclamato con vigore che Dio non sopporta «delitto e solennità» e i sacrifici e «l’incenso» sono «un abominio» laddove manca la giustizia e la carità (cf. Is 1,11-17).

Come alcuni purtoppo riconoscono certi funghi velenosiin tutto simili ai funghi commestibili, solo dopo averli mangiati, per gli effetti dell’intossicazione, così il falso tradizionalismo, che è molto simile a quello vero, lo si riconosce quando lascia i cuori intossicati dal veleno dell’inquietudine e li priva della dolcezza dell’amore fraterno e della pace spirituale.

Uno solo è il sacrificio gradito a Dio: il sacrificio che porta a compimento l’antico rito della Pasqua prescritto dal Signore per evitare che gli israeliti fossero colpiti dallo «sterminatore»: è – come si legge nella Lettera agli Ebrei – «l’offerta del Corpo di Gesù Cristo» fatta «una volta per sempre» sul Calvario (cf. Eb 10,10) e che si rinnova ogni volta che si celebra la Santa Messa.

L’unico Sacrificio d’amore di Cristo annulla i tanti sacrifici rituali non di rado animati dalla superbia e dalla vanagloria. La santissima Eucaristia è il vero sacrificio gradito a Dio perché in esso ci offriamo in unione a Cristo per impetrare la divina Misericordia per noi e per il mondo intero.

Mi chiedo: dinanzi ai “malvagi”, li giudico e li “sacrifico” sull’altare del mio “ego”, oppure mi offro in sacrificio d’amore per loro, nell’osservanza dei veri comandamenti di Dio e della Chiesa, per ottenere perdono e misericordia? Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Es 3,1-6.9-12; Sal 102; Mt 11,25-27

 

«Io sono colui che sono!». Questa è la risposta che Dio dà a Mosè dal roveto ardente alla domanda: «Qual è il tuo nome?». Fiumi di inchiostro sono stati versati a commento di queste misteriose parole. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «Dio che rivela il suo Nome come “Io sono” si manifesta come il Dio che è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo» (n. 206). «Io sono» esprime al tempo stesso la realtà misteriosa e ineffabile di Dio, l’Essere a fondamento di tutto ciò che esiste, e la sua fedeltà irrevocabile, il suo “esserci” nella storia di Israele e di ogni uomo (cf. nn. 205-206.213).

Benedetto XVI, quando era ancora nelle vesti di teologo, in un suo libro, scriveva che questo nome non è stato dato da Dio «in modo definitivo». «Il Nome di Gesù, infatti, – scriveva Ratzinger – contiene» il nome di Dio [il tetragramma sacro] … «nella sua forma ebraica e vi aggiunge dell’altro: “Dio salva”. [Perciò] “Io sono colui che sono”, ora, a partire da Gesù, significa: “Io sono colui che vi salva…”» (J. Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo, Queriniana, Brescia 1976, 19-20).

Di conseguenza, possiamo dire che solo in Gesù noi abbiamo conosciuto in pienezza il vero nome di Dio. Egli, infatti, è chiamato altresì l’“Emmanuele”, “il Dio con noi”, perché – come proclama san Pietro davanti al Sommo sacerdote a agli anziani di Israele: «Non vi è, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, [al di fuori di quello di Gesù] nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Ecco perché nel Vangelo di oggi il Signore esorta tutti coloro che sono “affaticati e oppressi” ad andare a Lui: «Venite a me… e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Un uomo che parla in questo modo, scriveva Staples Lewis, l’autore delle cronache di Narnia, o era un megalomane, un folle, oppure dobbiamo «chiamarLo Signore e Dio» e «cadere [in ginocchio] ai suoi piedi», di certo non può essere considerato solo un uomo di Dio o un profeta (cf. C.S. Lewis, Scusi… Qual è il suo Dio?, GBU, Roma, 1993, p. 76).

Da notare che traduciamo con “ristoro” una parola greca – da cui deriva anche la parola “pausa” – che significa “fermarsi” per riposare. Gesù è sempre con noi e noi siamo sempre alla sua presenza, ma ci invita a fare delle pause, a staccare dalle nostre occupazioni quotidiane, per immergerci totalmente in Lui, per rigenerarci, per permettere al suo Spirito di “ristorarci” e di “restaurarci”, due parole che hanno la stessa etimologia. Gesù ci rimette a nuovo, ci rende belli, come fa un restauratore con un’opera d’arte!

Dio è con noi, ogni giorno, specialmente nel Sacramento della sua Fedeltà e della sua Presenza che è la Santissima Eucaristia. Che bello poter staccare dai nostri affanni per andare a Lui, l’Unico che può ristorare e restaurare le nostre vite, farci ritrovare la bellezza perduta a causa del nostro egocentrismo, e alleggerire il peso delle nostre croci, perché ci insegna la via dell’umiltà del cuore e della dolcezza. Andiamo a Lui, come insegnava san Bonaventura – il santo di oggi – ma non solo mediante “una pura considerazione astratta” – perché Dio lo si raggiunge con l’amore, che consiste essenzialmente nella purificazione dagli affetti disordinati, allorché dirigiamo con fermezza, costi quel che costi, la nostra volontà verso di Lui, Unica Mèta del nostro itinerario terreno. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Es 3,1-6.9-12; Sal 102; Mt 11,25-27

 

Chi è Dio? Che volto ha?

I filosofi antichi, prima di Cristo, avevano intuito, tramite l’uso della sola ragione umana, che Dio è “l’Essere perfettissimo” – come si legge nel Catechismo di San Pio X -, “Colui che è” da sempre, il “Motore immobile”, la Causa prima di ogni cosa… Ma prima di loro Dio stesso aveva iniziato ad alzare il velo sulla propria identità e la pagina che oggi si proclama nella prima lettura – la cosiddetta “vocazione di Mosè” – è una pietra miliare dell’autorivelazione di Dio.

Quando Dio si fa conoscere è una sorpresa dopo l’altra! Egli si rivela a Mosè non solo come l’Essere eterno, ma come «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe»! È un Dio che è relazione personale con l’uomo, con ogni uomo. Ed è una novità clamorosa! In altre parole: Egli non è un Essere astratto e a-personale, distante e inconoscibile, come è inteso ancora oggi in molte religioni, ma un Dio personale che ha creato l’uomo per stabilire con lui una relazione intima di amicizia, che riempie di senso tutta la vita. Per questo il salmista esclama: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63,2).

In Cristo, Verbo eterno fattosi carne, la rivelazione raggiunge il suo culmine e aggiunge un tassello inauditoDio non è solo relazione con l’uomo, ma è da sempre “relazione in se stesso” tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo”. Di conseguenza – ci dice oggi Gesù -, «nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E il Figlio può rivelare il volto del Padre soltanto ai piccoli, perché il DNA di Dio è l’obbedienza: la gioia di anteporre la volontà altrui alla propria (cf. Gv 6,38).

Dio non può rivelarsi a coloro che si credono «sapienti» e «dòtti»! Come l’acqua di un torrente non può scorrere dal basso verso l’alto, così l’Acqua viva di Cristo non può scorrere laddove trova cuori altezzosi e superbi, che antepongono la propria volontà a quella divina.

Mi chiedo: sono disposto a rinunciare a tutto purché si adempia in me la volontà di Dio oppure deve essere Dio ad assecondare le mie convinzioni e la mia volontà? Sono un piccolo che cerca di lasciarsi guidare in ogni cosa dal Padre o un altezzoso sapiente che crede di aver capito tutto su Dio e impone le proprie idee ai fratelli? Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Es 2,1-15; Sal 68; Mt 11,20-24

 

La storia di Mosè inizia nel segno della tribolazione, in un momento drammatico per il popolo di Israele. Non solo il faraone aveva aumentato il carico di lavoro, ma aveva ordinato altresì la morte di ogni neonato maschio. Mosè vuol dire “salvato dalle acque”: un nome che preannuncia anche la missione che Dio gli affiderà. Dio, infatti, avrebbe salvato Israele dall’Egitto con mano potente, facendolo passare attraverso le acque del Mar Rosso.

Come nella storia di Giuseppe, anche in quella di Mosè si coglie un magnifico disegno provvidenziale. Trovato dalla figlia del faraone e cresciuto alla sua corte, diviene per lei come un figlio. Ma, dopo aver colpito a morte un egiziano, per difendere un ebreo, fugge nel deserto. Ed è a questo punto, proprio mentre dal punto di vista umano Mosè sembra caduto in disgrazia, che inizia l’esperienza più bella e importante della sua vita: l’incontro con il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Tutto questo anticipa la sapienza del vangelo e della croce, in cui Gesù mette in guardia coloro che, pur avendo ascoltato la sua Parola, continuano a vivere da gaudenti, facendo del benessere e del ventre il loro “dio” (cf. Fil 3,19). Il Vangelo di oggi ci ricorda che Corazìn, Betsàida e Cafarnao hanno veduto molti prodigi, ma non si sono convertite, e hanno continuato a vivere seguendo la condotta viziosa e immorale dei pagani. Perciò saranno giudicate severamente, come chiunque ha conosciuto Cristo ma continua a vivere come un pagano. Infatti – come scrive san Giovanni – non può esserci «l’amore del Padre» in chi ama la mondanità e vive nella concupiscenza (cf. 1Gv 2,15-16).

A volte c’è bisogno che arrivino i giorni di pioggia, per riscoprire la bellezza di fratello sole. Allo stesso modo, è proprio dopo i giorni di tempesta che possiamo riscoprire maggiormente la bellezza di Gesù, Sole della nostra vita.

Chiama anche noi, Signore, nel deserto, parla al nostro cuore e insegnaci a spogliarci di ciò che è superfluo, perché la nostra vita sia centrata solo su di Te, l’Unico necessario. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Es 1,8-14.22; Sal 123 (124); Mt 10,34-11.1

 

Inizia oggi, nella prima lettura liturgica, la proclamazione del libro dell’Esodo. È la storia dei figli di Giacobbe, ovvero di Israele, oppressi dal faraone d’Egitto e che Dio libererà, costituendo così il suo popolo santo: il popolo d’Israele. Ma è anche la nostra storia perché ognuno di noi è stato liberato dalla tirannia del demonio ed è divenuto “santo”, perché figlio di Dio e inabitato dello Spirito Santo.

La santità non è davanti a noi, ma dietro: consiste nel rimanere fedeli alla Grazia del nostro Battesimo. Nel pellegrinaggio terreno siamo chiamati a “divenire ciò che siamo” dal giorno del Battesimo, cioè a fare di Dio e del suo Figlio Gesù l’unico Signore della nostra vita, rigettando le lusinghe di satana che cerca di riconquistare il terreno perduto.

Il combattimento quotidiano consiste quindi nel rimanere in Cristo e nel tornare a Cristo, o meglio: nel “non anteporre assolutamente nulla all’amore di Cristo”, come scriveva San Benedetto nella sua Regola.

Se facciamo questo è inevitabile che il nemico scateni una guerra contro di noi. Una guerra benedetta, perché ci rende partecipi delle sofferenze di Gesù, pegno della sua gloria.

E così, come ci ricorda il vangelo di oggi, anche se “per quanto dipende da noi cerchiamo di vivere in pace con tutti” (Cf. Rm 12,18), di fatto la nostra fedeltà a Cristo comporta a volte tensioni e conflitti, anche con le persone più care.

Gesù non vuole la discordia ma ci chiede di non scendere mai a compromessi con la verità. “Amicus Plato sed magis amica veritas” dicevano gli antichi; che significa: “Platone è mio amico, ma ancor più sono amico della verità”. Noi amiamo tutti ma al di sopra di tutto amiamo la Verità, che è Cristo, e non temiamo di affermare la verità quando è negata, seppur “con dolcezza e rispetto” (Cf. 1Pt 3,15). Questo può portare a dissensi e divisioni, che sono parte di quella croce che Gesù ci chiede di prendere e abbracciare. È “l’albero maestro” senza il quale il soffio dello Spirito non potrebbe spingere il vascello della nostra esistenza verso il Porto celeste. A questo porto potremo arrivare a condizione che non rinneghiamo Cristo e non teniamo per noi stessi la vita per amore del mondo, invece di perderla per amore di Gesù. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Gen 46,1-7.28-30; Sal 36; Mt 10,16-23

 

«Cerca la gioia nel Signore ed egli esaudirà i desideri del tuo cuore». Troviamo queste parole nel Salmo responsoriale di oggi. È quanto è accaduto a Giuseppe. Pur passando attraverso tante contrarietà, è sempre rimasto fedele a Dio e non ha mai smesso di cercare la gioia nel Signore, cioè nell’adempimento della sua volontà. Pensiamo, ad esempio, al suo fermo rifiuto opposto alle avances della moglie del suo padrone Potifàr. «Come potrei peccare contro Dio?» (cf. Gn 39,9), disse. E preferì essere gettato in carcere piuttosto che tradire il suo Signore.

Per questo Dio lo ha benedetto e ha fatto volgere ogni cosa verso la gioia più grande che un uomo possa provare sulla terra: la comunione persa e ritrovata con i propri cari. Alla fine può riabbracciare anche il padre Israele, ovvero Giacobbe, ed entrambi vedono esauditi i desideri del cuore.

Le parole del Salmo trovano pieno compimento nel Vangelo. Gesù manda i suoi discepoli in missione «come pecore in mezzo a lupi», annunciando persecuzioni di ogni genere e prospettando i peggiori scenari, non perché si debbano realizzare necessariamente per tutti, ma perché non commettano il grave errore di cercare la gioia nelle cose di questo mondo, invece che in Dio soltanto e nella sua santa volontà.

«“Non preoccupatevi!” – dice loro – lo “Spirito del Padre” vi assisterà nei momenti di difficoltà!»

Il verbo “desiderare” deriva dal latino ed è composto da sìderis, “stella” e dalla particella intensificativa “de-”. Originariamente significa “fissare con intensità le stelle”. «Io sono la stella radiosa del mattino», dice Gesù nel libro dell’Apocalisse.

In ogni giorno del nostro viaggio terreno nell’oscurità della fede, fissiamo costantemente e con intensità la nostra stella del mattino, Gesù, certi che – cercando in lui la gioia – Egli esaudirà i desideri del nostro cuore. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Gen 41,55-57; 42,5-7a.17-24a; Sal 32; Mt 10,1-7

 

Siamo all’epilogo della storia di Giuseppe. Le sue parole, mentre si fa riconoscere dai fratelli, rivelano il piano provvidenziale di Dio: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita».

Nelle figura di Giuseppe intravediamo quella di Cristo. Egli è trafitto per i nostri peccati, ma quello che poteva sembrare un fallimento è divenuta per tutti la via della salvezza.

Come il perdono di Giuseppe commuove i fratelli e cambia il loro cuore, così il perdono gratuito e incondizionato di Cristo ci rende creature nuove, perché spinge anche noi a perdonare chi ci ha ferito.

Come Dio ci ha donato tutto gratuitamente, anche noi desideriamo fare altrettanto. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», dice Gesù ai discepoli nel vangelo di oggi. In cinque parole c’è tutto il Vangelo!

Come un neonato che risponde con un sorriso al sorriso della madre, così la vita cristiana è rispondere al sorriso di Dio tramite il dono gratuito di noi stessi ai fratelli. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

Gen 41,55-57; 42,5-7a.17-24a; Sal 32; Mt 10,1-7

 

La liturgia ci fa passare dalla storia di Giacobbe a quella del figlio Giuseppe e dei suoi fratelli. La prima lettura riporta una pagina relativa alla parte finale di questa storia. I fratelli, recatisi in Egitto a causa della carestia, incontrano Giuseppe, che avevano venduto per gelosia ed era poi divenuto, a loro insaputa, viceré d’Egitto. Giuseppe riconosce i fratelli mentre essi non lo riconoscono nelle vesti di sovrano. Perciò, li mette alla prova perché possano riflettere sull’atto malvagio compiuto contro di lui. Tiene prigioniero uno di loro e chiede di condurgli il fratello più giovane, Beniamino, rimasto nella terra di Canaan con Giacobbe. I fratelli vedono in questa richiesta un giusto giudizio di Dio per ciò che avevano fatto a Giuseppe. Quando se ne andarono, dice il racconto, «Giuseppe andò in disparte e pianse».

La storia di questi fratelli è bellissima perché sentiamo che è anche la nostra storia. Noi cristiani ci chiamiamo “fratelli” perché sappiamo di essere figli di un solo Padre, ma a volte ci facciamo del male perché lasciamo prevalere le gelosie e lo spirito di rivalità, la volontà di primeggiare, la presunzione di essere i migliori…. E, come un preziosissimo vaso di ceramica che cade si rompe in mille pezzi, così il dono della fratellanza si frantuma in un attimo. Ma, come avviene nell’arte giapponese del Kintsugi, in cui gli oggetti di ceramica sono riparati con l’oro e diventano più belli di quando erano integri, così Dio ha il potere di rimettere insieme i pezzi della fratellanza frantumata, quando nel cuore c’è un sincero desiderio di riconciliazione.

Il pianto di Giuseppe dice questo desiderio, così come la disponibilità dei fratelli ad assecondare le sue richieste pur di salvare il fratello rimasto prigioniero.

La storia di Giuseppe ci ricorda che la Provvidenza divina può trarre anche da un grande male un bene maggiore. Infatti, Giuseppe, il fratello venduto, diviene il salvatore della famiglia nel tempo della carestia e uno strumento di riconciliazione per ridare vita alla comunione frantumata.

Giuseppe prefigura Gesù, tradito e venduto per trenta monete d’argento, che simboleggiano i nostri peccati, ma divenuto causa di salvezza e strumento di riconciliazione tra gli uomini e con Dio.

Nel Vangelo di oggi istituisce i Dodici apostoli, a cui dà il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. Il peggiore spirito impuro e la peggiore malattia è quella che ci separa dai fratelli, ed è riconducibile all’orgoglio, radice di ogni gelosia, invidia e rivalità.

Preghiamo, allora, con il salmista, dicendo: «Dall’orgoglio salva il tuo servo, Signore, perché su di me non abbia potere; allora sarò puro dal grande peccato!» (Sal 19,14). Amen!

don Francesco Pedrazzi

Gen 32,23-33; Sal 16; Mt 9,32-38

 

Giacobbe è in viaggio per incontrare Esaù. Desidera riconciliarsi con lui. Egli sa che il fratello non gli aveva perdonato l’inganno con cui aveva carpito la benedizione di Isacco e voleva ucciderlo. Per farsi perdonare e placare la sua ira, gli prepara in dono capri, pecore, cammelli, giovenche e asini e glieli invia avanti a sé.

È un momento cruciale. Egli ha paura per la propria vita e per quella dei suoi familiari. Come Abramo mentre sale sul Mòria, si affida a Dio senza sapere cosa accadrà.

È a questo punto che, presso il torrente Iabbòk, troviamo uno dei racconti più suggestivi e misteriosi dell’Antico Testamento. «Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Chi è questo uomo? Con chi lotta Giacobbe?

Non c’è una risposta chiara e univoca. Ciò che è certo è che questa narrazione ha un forte potere evocativo. La lotta di Giacobbe illumina le nostre lotte. Ci ricorda che il cammino di fede comporta inevitabili momenti di combattimento nella notte, nell’oscurità.

San Paolo scrive che il nostro combattimento non è contro gli uomini ma contro gli spiriti del male (cf. Ef 6,12). Ma sappiamo che l’azione del demonio è limitata dalla permissione divina. Quindi, paradossalmente, è come se lottassimo con Dio, o meglio: contro il dubbio sulla Bontà infinita di Dio. Il combattimento è permesso da Dio affinché vinciamo noi stessi, il nostro amor proprio, la nostra pretesa di essere al centro del mondo, le nostre paure e insicurezze, la fatica ad affidarci al Padre e a credere che Egli dispone per il nostro bene ogni cosa.

Giacobbe si rende conto che è più debole del suo avversario ma intuisce che questi agisce per conto di Dio e gli dice: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!» e l’uomo gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe esclama: «Davvero ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva».

Israele, il nuovo nome di Giacobbe, diverrà anche il nome del popolo che avrà origine della sua discendenza. Anche noi portiamo questo nome: siamo, per fede, «figli di Israele» (cf. Ap 7,4). Tutti noi abbiamo i nostri “Iabbòk”: attraversiamo notti oscure in cui lottiamo corpo a corpo con le nostre ansie e i nostri “dèmoni”. Ciò che conta in questi momenti non è tanto vincere, ma lottare con tutte le nostre forze, mantenerci fedeli a Dio nella tentazione, perché alla fine siamo certi che ci darà la sua benedizione. In questo buio è nascosta la luce più grande, in questa lotta contro satana possiamo “vedere” all’opera l’amore di Dio… E alla fine rimarremo feriti da questo amore. Feriti dal Cuore ferito di Cristo.  

È la gioia di scoprirsi figli in modo nuovo, con la gratitudine e la gioia nel cuore, come un uccello ferito che torna a volare e scopre in modo nuovo l’ebbrezza di librarsi nel cielo, proprio perché per un po’ di tempo ha dovuto rimanere a terra.
Non dovremmo avere paura perché Gesù, come ci ricorda il vangelo di oggi, è venuto per vincere il maligno. Se ci affidiamo a lui ogni nemico sarà sconfitto.

Con il salmista, diciamo, quando il nemico ci assale: «CustodiscimiSignore, come pupilla degli occhi!». Amen.

don Francesco Pedrazzi

Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

«Impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità». Troviamo queste parole nel racconto evangelico di questa domenica. Gesù ha iniziato da poco il suo ministero pubblico e desidera annunciare il Regno di Dio, cioè mostrare che Dio è un Padre infinitamente buono, un Dio vicino all’uomo, che offre a tutti la grazia del perdono, della guarigione del cuore e della liberazione dal male. Ma come l’acqua che cade sulla roccia non può fecondare il terreno, così la sua opera deve fare i conti con i cuori induriti, resi impermeabili dall’incredulità.

Da notare la contrapposizione tra l’essere malati e l’essere increduli: Gesù può guarire solo «pochi malati», gli altri non possono essere guariti perché “increduli”. Essere increduli equivale perciò al credere di essere sani, di non avere bisogno di essere guariti.

D’altra parte, le beatitudini proclamano: «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli, beati coloro che hanno fame e sete…» e, viceversa, «Guai a coloro che si credono ricchi e che sono sazi!» (cf. Mt 5,3.6; Lc 6, 24-25).

Gesù si trova nella sua città, Nazaret. «Venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto», si legge nel prologo di Giovanni. L’incredulità dei suoi compaesani ci deve fare riflettere. Deriva dalla presunzione di conoscere Gesù, da un pre-giudizio. Invece di porsi ai piedi di Gesù e invocare la misericordia di Dio, si pongono su un piedistallo e lo giudicano. È una tentazione che riguarda i vicini, gli operai della prima ora, quelli che credono di sapere tutto su Dio, sul vangelo, sulla Chiesa, solo perché da una vita si ritengono dei “buoni cristiani”.

Sarebbe meglio avere una “spina nella carne” come Paolo – seconda lettura di oggi – per divenire maggiormente consapevoli della propria debolezza e cercare in Dio la nostra forza, piuttosto che crederci forti per i nostri meriti e divenire orgogliosi e quindi increduli! Le parole profetiche non possono portare nessun frutto nel cuore superbo, anzi divengono un capo di accusa – come si legge nella prima lettura – perché coloro che rifiutano l’appello alla conversione del «profeta» che «si trova in mezzo a loro» meritano di essere considerati «una razza di ribelli».

«Pietà di noi, Signore, pietà di noi!». Preghiamo con le parole del Salmo 122, come malati davanti a un medico, come assetati davanti alla Sorgente della Vita. Amen.

don Francesco Pedrazzi

Ef 2,19-22; Sal 116 (117); Gv 20,24-29

 

Il racconto dell’incontro del Risorto con l’Apostolo Tommaso è uno scrigno di insegnamenti preziosi per la vita di fede.

Sicuramente c’è un profondo significato eucaristico.

Le piaghe che Gesù mostra a Tommaso rimandano al suo Sacrificio d’amore. E la Santa Messa è la celebrazione del Sacrificio d’Amore del Cristo crocifisso e risorto, che incontra la sua Chiesa.

Noi, seppur nella fede, viviamo in ogni celebrazione eucaristica un’esperienza analoga a quella di Tommaso: anzi, per certi versi un’esperienza più grande e intima, perché Gesù ci fa visita, come Pane di Vita, nel nostro cuore e noi corrispondiamo a questo dono immenso e immeritato con il suo stesso atto di adorazione: «Mio Signore e mio Dio!».

È il primo giorno dopo il sabato. Sappiamo quanto è importante vivere questo incontro con il Signore che ci convoca e ci fa visita ogni domenica. Anzi, il cristiano non può vivere senza la Messa domenicale!

Tuttavia, viviamo in tempi in cui è importante sottolineare, come già faceva san Pio X all’inizio del ‘900, che coloro che vogliono davvero mettere Gesù al centro della propria vita non possono accontentarsi di partecipare alla Messa domenicale!

Su questo punto, mettiamoci in ascolto di un gigante tra i maestri di spirito del nostro tempo: San Pio da Pietrelcina.

Egli guidava spiritualmente molte anime attraverso le sue lettere. Ora, colpisce la frequenza e l’insistenza con cui lo stigmatizzato del Gargano raccomanda alle anime da lui accompagnate la Comunione sacramentale quotidiana. Anzi, si dice convinto che il demonio faccia di tutto, nei nostri tempi, per tenere le anime lontane dalla Comunione sacramentale, facendo credere che sia sufficiente la Comunione spirituale. Padre Pio era evidentemente preoccupato per il veleno del giansenismo allora assai diffuso, ma che anche oggi, ahimè, anche per effetto di alcune restrizioni imposte dalla pandemia, sta provocando danni enormi nelle anime, anche quelle più devote.

Ecco alcune esortazioni tratte dal suo epistolario.

Quando Padre Pio viene a sapere dalla sorella Raffaelina che la sua figlia spirituale Giovina aveva cominciato a rarefare la frequenza alla comunione eucaristica se ne rammarica vivamente.

Scrive alla sorella: «Sento continuamente una stretta al cuore per vostra sorella che si accosta così raramente a ricevere Gesù. Una tale condotta … è da chiamare disprezzo, anziché amore per Gesù! Oh! se gli uomini sapessero apprezzare un tal dono, non si vedrebbe di certo un sì scarso numero di comunicanti! I tempi presenti sono assai tristi, ma che fare? O sventurati tempi in cui siamo abbattuti! Preghiamo il pietosissimo Gesù che venga in soccorso della sua Chiesa, poiché le di lei necessità son diventate estreme (II, 79)».

Quindi, per Padre Pio un grave male del proprio tempo (… e chissà cosa direbbe oggi!) che sta devastando la Chiesa è il fatto che le anime si accostano raramente alla Comunione!

Si noti, che questa lettera è del 1914. Nel 1905 san Pio X, in un decreto anti-giansenista, aveva raccomandato la Comunione sacramentale frequente, ma a quanto pare molti fedeli non avevano accolto l’esortazione del Papa!

Raffaelina si sentì quasi offesa della risposta di Padre Pio e gli rispose: «Oh! no! non è disprezzo per Gesù, come voi dite; …. Non la giudicate con rigore, non siate severo con essa, padre santo. La sorella mia è tanto buona; fa la vita di claustrale (II, 84)». E padre Pio una settimana dopo spiega meglio il suo pensiero: «Io non ho mai messo in dubbio essere la sua anima accetta al Signore, vi dicevo solo che vedevo assai di mal’occhio la condotta da lei tenuta verso la mensa eucaristica. In questi tempi così tristi nei quali tante anime fanno apostasia da Dio, non so persuadermi come si possa vivere della vera vita senza il cibo dei forti. In questi tempi … il mezzo sicuro, per mantenerci esenti dal pestifero morbo che ci circonda, è quello di fortificarci col cibo eucaristico. … (II, 92)».

Padre Pio in altre lettere è ancor più esplicito: chiede la Comunione sacramentale quotidiana.

Rivolgendosi a quattro figlie spirituali, il 7 dicembre 1916, riguardo a timori che esse avevano nel fare la Comunione quotidiana, scrive: «Credete a me, che vi parlo da fratello e con l’autorità di sacerdote ed in qualità di vostro direttore: discacciate cotesti vani timori, diradate coteste ombre, le quali va addensando il demonio sull’anime vostre per tormentarvi e allontanarvi dalla comunione quotidiana. …. Mi sono spiegato?».

Per il santo del Gargano è chiaro che il demonio escogita ogni stratagemma pur di allontanare le anime elette dalla Comunione frequente!

Qualche giorno dopo, scrivendo alle stesse figlie spirituali, precisa: «Frequentate la comunione quotidiana, disprezzando sempre i dubbi che sono irragionevoli e confidate nell’ubbidienza cieca ed ilare, non temete d’incontrar male… Dunque, ripeto – perché giova – discacciate i dubbi in nome e nella virtù dell’ubbidienza!».

Si noti che Padre Pio chiede la Comunione frequente per obbedienza, come emerge ancora più chiaramente in un’altra lettera del 26 giugno 1918 a un’altra figlia spirituale: «La sola certezza di trovarti in peccato mortale deve tenerti lontana dalla comunione. Quando sei nel dubbio, fatti l’atto di contrizione e comunicati, e fai ciò per ubbidienza. E questo vale per tutti i casi e per sempre».

Nemmeno il dubbio di essere in peccato mortale dovrebbe portare all’astensione dalla Comunione sacramentale frequente, secondo Padre Pio!

In una lettera successiva le scrive: «Avresti dovuto rammentarti che io ti dissi: finché non sei certa di trovarti in disgrazia di Dio, cioè col peccato mortale nell’anima, non dovevi né potevi astenerti dalla comunione, ma farsi l’atto di contrizione e disporsi ad ubbidireGuardati bene in seguito dal diportarti come ti sei diportata questa volta, altrimenti ti tratterò come meriti!».

Altro che: «Fai quello che ti senti in coscienza!», come va di moda dire oggi!… Padre Pio non sopporta che un’anima di una sua figlia spirituale si astenga dalla Comunione se non nel caso in cui ha la certezza di avere commesso un peccato mortale!

A un’altra figlia spirituale, Vittorina, scrive: «Hai fatto bene a non tralasciare la comunione per quei vani ed inutili timori che il nemico ti poneva davanti. Sta pur sicura che non si offende Iddio se non quando si conosce essere un’azione peccaminosa, e pur con deliberata e piena volontà ed avvertenza si fa».
In una lettera del 24 gennaio 1919 scrive: «Finché non si è certi di stare in colpa grave, non bisogna astenersi dalla comunione!» Notare: quel perentorio “non bisogna astenersi”…
Infine, alla figlia spirituale Antonietta scrive: «Carissima Antonietta, … Tranquillizzati! Fa’ la santa comunione e non dare retta alle fanfaronate altrui. Quando vedo del male, lo dico io e non mi servo di altre persone per richiamare al dovere. Perciò tranquillizzati!».

Facciamo nostre le parole di questo grande santo pensando a quelle anime turbate dalle “fanfaronate” che si sentono in giro da chi, in nome di fissazioni rituali o di altre ragioni, allontana i fedeli più innamorati di Gesù dall’incontro intimo e quotidiano con Lui nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia! «Non diamo retta a queste fanfaronate!».  Insomma: per Padre Pio, la Comunione frequente è una colonna portante della vita spirituale.

L’altra colonna è la devozione alla Santa Vergine e la Consacrazione al suo Cuore Immacolato.

«Un giorno chiesero a Padre Pio perché insistesse tanto a far fare la Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Rispose San Pio: “Perché è l’unico posto al mondo in cui Satana non ha messo piede e mai ve lo metterà per prendersi le anime che vi saranno entrate… e vi aspetta un futuro così diabolico che l’apocalisse è nulla a confronto, mettetevi lì dentro e starete al sicuro».

Il santo cappuccino non si stancava di raccomandare l’obbedienza e l’amore per la Chiesa, che egli stesso viveva in modo eroico!

In una sua lettera (27 gennaio 2018) scrive a una figlia spirituale: «Dopo l’amore di nostro Signore, ti raccomando, o figliuola, quello della Chiesa sua sposa, di questa cara e dolce colomba, la quale solo può fare le uova, e far nascere i colombini e le colombine allo Sposo. Ringrazia Dio cento volte il giorno d’essere figliuola della Chiesa, ad esempio di tanti santi nostri fratelli che ci precedettero nel felice passaggio. Abbi gran compassione a tutti i pastori e predicatori della Chiesa….  Prega Dio per essi, acciocché salvando loro medesimi procurino fruttuosamente la salute delle anime…».

Viviamo in «tempi assai tristi», scriveva Padre Pio. Chissà cosa direbbe dei nostri tempi! A maggior ragione,  coloro che vogliono camminare oggi sulla via della perfezione ed essere difesi dal “morbo pestifero” dei vizi e del peccato non possono accontentarsi di fare di tanto in tanto la Comunione sacramentale! È normale che, come Tommaso, siamo a volte assaliti da dubbi e timori. Padre Pio esortava le sue figlie a cacciare questi dubbi.

Così Gesù nel vangelo di oggi esorta Tommaso ad accostarsi a Lui, a toccarlo, allontanando ogni dubbio e timore! 

Se davvero vogliamo fare progressi nella vita spirituale, ecco la strada raccomandata dal grande mistico stigmatizzato: allontanare i timori e ricevere ogni giorno “il Pane quotidiano”, grazie alla visita del Risorto nel nostro cuore! E cercare di farlo sempre meglio, con un sincero e umile spirito di adorazione, quello che portò san Tommaso ad esclamare, con stupore e commozione: «Mio Signore e mio Dio!»

Se riceviamo una visita da un grande Sovrano e quando bussa alla porta noi non la facciamo entrare in casa perché ci sentiamo indegni di accoglierlo, non gli facciamo forse un affronto? Non feriamo in questo modo il suo cuore? Apriamo la porta con gioia e umiltà, con commozione e stupore, accogliamo l’Ospite divino, che – come ha fatto con Tommaso e gli Apostoli – continua a farci visita nel Sacramento del suo Amore. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Gen 23,1-4.19; 24,1-8.62-67; Sal 105; Mt 9,9-13

Dopo la morte della madre Sara, Isacco, tramite il suo servo, incontra e conosce Rebecca, che diverrà sua moglie. Abramo aveva preannunciato al suo servo che il Signore lo avrebbe guidato, per dare a Isacco una moglie tra la sua parentela.

Quanto è accaduto a Isacco accade ad ogni credente. Perché chi si affida a Dio sa che non ci sono incontri casuali nella vita, ma solo incontri provvidenziali. Tutto avviene secondo un piano divino. La moglie e il marito non sono soltanto scelti, ma ricevuti dalle mani di Dio. Così un amico o un’amica, un fratello o una sorella…

E questo vale anche per persone che non camminano sulla strada di Dio, per quelli che sono ritenuti “peccatori”, come ci insegna Gesù nel vangelo di oggi. Egli, infatti, – chiamando Matteo, il pubblicano, e sedendo a mensa con i pubblicani e i peccatori – ci dà l’esempio affinché superiamo qualsiasi barriera morale dinanzi alle persone che Dio mette sul nostro cammino.

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati», dice. Dovremmo perciò sempre guardare alle persone che sbagliano e che non vivono secondo la legge di Dio, come a persone “malate”, verso cui non possiamo che provare sentimenti di tenerezza e affetto e a cui Dio ci invia per portare l’amore del Cuore di Gesù. A differenza di Gesù, tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che anche noi siamo poveri peccatori: siccome il Signore ci perdona tanto anche noi ci accostiamo in tutta umiltà ai fratelli che incontriamo e non li giudichiamo. Sappiamo di essere indegni strumenti attraverso cui Cristo può ricondurre a sé coloro che mette sul nostro cammino.

Il Signore è il “grande Tessitore”, che intreccia i cammini degli uomini: se siamo docili alla sua Divina volontà, camminando nell’umiltà, nell’obbedienza e nella misericordia, egli farà della nostra vita un arazzo meraviglioso. Amen. 

don Francesco Pedrazzi

 Gen 22,1-19; Sal 114; Mt 9,1-8

I biblisti fanno notare che, stando al significato letterale del testo, Dio non chiede in modo esplicito ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, ma di “farlo salire” con lui sul monte per l’olocausto. Nell’antichità era diffusa la pratica abominevole del sacrificio dei figli per ingraziarsi le divinità. Abramo ha certamente interpretato in tal senso il comando di Dio; infatti, «stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio», ma l’angelo del Signore lo fermò.

In questo modo, Dio fa capire ad Abramo che Egli è diverso dagli altri falsi dèi sanguinari, dietro i quali in realtà si maschera satana, “l’omicida fin dal principio” (cf. Gv 8,44). Egli è il “Dio della vita“, che – come avrebbe detto tramite Mosè – vieta l’omicidio e aborrisce la pratica dell’olocausto dei figli (cf. Lv 18,21). Egli benedice Abramo perché si dimostra pronto a consegnare tutto se stesso, donandogli il figlio in cui riponeva tutte le proprie speranze.

Nella lettera agli Ebrei si legge: «Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe come simbolo» (Eb 11,17-19).

È indubbiamente il più grande atto di fede di Abramo: egli si fida anche se non capisce il senso di ciò che Dio gli sta chiedendo. Spera contro ogni speranza, come Maria ai piedi della croce. «Per questo lo riebbe come un simbolo», nel senso che Isacco rimanda simbolicamente a Cristo, il Figlio unigenito che Dio non ha «risparmiato», che ha consegnato per la nostra salvezza, ma che ha riavuto nella gloria della risurrezione. San Paolo esclama: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?» (Rm 8,32).

Dio «non toglie nulla, e dona tutto», disse Benedetto XVI in una sua omelia (24 aprile 2005, santa Messa di inizio del Pontificato). Anche quando sembra che ci tolga qualcosa o qualcuno, in realtà si tratta di una perdita solo apparente e momentanea, perché – scriveva Agostino – non si può perdere coloro che amiamo in Dio, che non si può perdere (cfr. Confessioni 4, 9, 14).

È vero, siamo peccatori, ma confidiamo nella sua misericordia! «Chi potrà strapparci dal suo perdono?», dice un canto liturgico. Egli è sempre pronto a ripetere le parole che nel vangelo di oggi dice al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati!… Alzati, e cammina!»

Come quando, in un’escursione in montagna, arrivati a un passaggio pericoloso chi ci sta davanti ci tende la mano per aiutarci e darci sicurezza, così Dio ha sempre una mano tesa verso di noi, perché possiamo affrontare con fiducia gli ostacoli della vita.

Ci chiede solo di non dubitare del suo Amore, perché «Cristo non toglie nulla, e dona tutto!»

don Francesco Pedrazzi

 Gen 21,5.8-20; Sal 33; Mt 8,28-34

A motivo dell’insofferenza della moglie Sara, Abramo manda via dalla propria abitazione Agar e il figlio Ismaele. Essi si inoltrano nel deserto e la situazione si fa ben presto drammatica, perché l’acqua viene a mancare. Il Signore ode la voce di Ismaele e il pianto di Agar, che diceva tra sé: «Non voglio veder morire il fanciullo!». «Le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua». E grazie a quel pozzo poterono sopravvivere.

La disperazione impediva ad Agar di vedere il pozzo d’acqua. Quando le cose vanno male, il tentatore vuole farci credere che siamo davanti a un vicolo cieco per gettarci nella disperazione. La grazia di Dio, invece, ci mostra sempre una risorsa di vita anche laddove umanamente sembra che ci sia solo il deserto!

Come proclama il Salmo di oggi: «Il Signore ascolta il grido del povero, lo salva da tutte le sue angosce».

Non sempre sappiamo riconoscere l’opera liberatrice di Dio, perché facciamo prevalere gli interessi mondani a quelli che riguardano la sfera spirituale.

È quanto accade nell’episodio della liberazione dei due indemoniati nel paese dei Gadarèni, riportato nel vangelo di oggi. Gesù li fa passare dal regno dei morti al regno dei viventi, ma i mandriani e gli abitanti di quel paese, maggiormente preoccupati della perdita economica causata dai porci precipitati dalla rupe, gli chiedono di allontanarsi dal loro territorio.

«Niente anteporre all’amore di Cristo», scriveva san Benedetto nella sua Regola.

Donaci, Signore, di non anteporre nulla e nessuno al tuo amore e di cercare ogni giorno in Te la sorgente della vita. Amen.

don Francesco Pedrazzi

 Gen 21,5.8-20; Sal 33; Mt 8,28-34

A motivo dell’insofferenza della moglie Sara, Abramo manda via dalla propria abitazione Agar e il figlio Ismaele. Essi si inoltrano nel deserto e la situazione si fa ben presto drammatica, perché l’acqua viene a mancare. Il Signore ode la voce di Ismaele e il pianto di Agar, che diceva tra sé: «Non voglio veder morire il fanciullo!». «Le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua». E grazie a quel pozzo poterono sopravvivere.

La disperazione impediva ad Agar di vedere il pozzo d’acqua. Quando le cose vanno male, il tentatore vuole farci credere che siamo davanti a un vicolo cieco per gettarci nella disperazione. La grazia di Dio, invece, ci mostra sempre una risorsa di vita anche laddove umanamente sembra che ci sia solo il deserto!

Come proclama il Salmo di oggi: «Il Signore ascolta il grido del povero, lo salva da tutte le sue angosce».

Non sempre sappiamo riconoscere l’opera liberatrice di Dio, perché facciamo prevalere gli interessi mondani a quelli che riguardano la sfera spirituale.

È quanto accade nell’episodio della liberazione dei due indemoniati nel paese dei Gadarèni, riportato nel vangelo di oggi. Gesù li fa passare dal regno dei morti al regno dei viventi, ma i mandriani e gli abitanti di quel paese, maggiormente preoccupati della perdita economica causata dai porci precipitati dalla rupe, gli chiedono di allontanarsi dal loro territorio.

«Niente anteporre all’amore di Cristo», scriveva san Benedetto nella sua Regola.

Donaci, Signore, di non anteporre nulla e nessuno al tuo amore e di cercare ogni giorno in Te la sorgente della vita. Amen.

don Francesco Pedrazzi

At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

«Mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui», si legge nella prima lettura, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo.

Pietro viene liberato miracolosamente. Ci viene qui ricordato il primo modo con cui ogni fedele si deve rapportare con Pietro e i suoi successori: la preghiera. Pregare continuamente per il Santo Padre perché sia liberato dalle catene imposte dalle potenze degli inferi.
Gesù assicura che le potenze degli inferi non prevarranno mai sulla Chiesa, ma lascia intendere anche che la barca di Pietro sarebbe stata costantemente insidiata da satana. Viene da pensare a quelle parole di Benedetto XVI nella celebre meditazione del Venerdì Santo del 2005: «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. … La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole… Abbi pietà della tua Chiesa…. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi!».

Ecco un secondo modo di porci dinanzi a Pietro e alla Chiesa, indicato da Benedetto XVI: se le cose non vanno bene non accusiamo, non giudichiamo i pastori, ma ognuno guardi prima di tutto ai propri peccati, con cui macchia la Chiesa. Una cosa sola dobbiamo fare: santificarci, vivendo eroicamente le più grandi virtù cristiane: l’umiltà, l’obbedienza, la pazienza e la carità.

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede», esclama Paolo nella seconda lettura. La fede della Chiesa non verrà mai meno, ma non è detto che non venga meno la fede dei singoli battezzati. Paolo ha conservato la fede anche perché si è sempre preoccupato di camminare in comunione con Pietro. Come scrive nella lettera ai Galati, sottopone la sua opera a Pietro e agli altri apostoli «per non rischiare di «correre invano» (cf. Gal 2,2).

L’unica garanzia che le potenze degli inferi non prevalgano nella nostra vita è la nostra comunione con Pietro. Cristo è il buon Pastore che ci difende dai lupi ma lo fa se rimaniamo nel gregge di Pietro. Al di fuori di esso, non ci sono altri buoni pastori, solo mercenari, che agiscono per i propri interessi.

In una memorabile omelia, San Paolo VI esortava i fedeli con queste parole: «Amate la Chiesa, anche per i suoi difetti, che sono i bisogni che la Chiesa ha. Ma soprattutto amatela perché davvero nasconde Cristo e dà Cristo (…). Ed è per questo che io sono, come Santa Caterina, folle d’amore per la Chiesa» (Omelia nella parrocchia di San Luigi Grignion de Montfort, 7 marzo 1971).

I veri santi li si distingue dai falsi santerelli perché sono folli d’amore per la Chiesa!
Signore, accresci in noi l’amore per la madre Chiesa. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Gen 18,16-33; Sal 102; Mt 8,18-22

Il Signore dice ad Abramo: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave!». Il testo non precisa di quale peccato si siano macchiati gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Troviamo una chiave di lettura nel Nuovo Testamento, nella Lettera di Giuda, dove si legge: «Sòdoma e Gomorra e le città vicine, si abbandonarono all’immoralità e seguirono vizi contro natura…». Il racconto, in alcuni passaggi omessi dai testi liturgici, allude a un comportamento depravato nei confronti degli ospiti inviati da Dio. Infatti, i tre misteriosi pellegrini arrivano in città e gli abitanti dicono a Lot: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!». È evidente il contrasto tra l’umile accoglienza di Abramo e la mancanza di rispetto e di accoglienza da parte degli abitanti di Sodoma. La depravazione morale si traduce quindi in un peccato contro la carità e l’accoglienza.

Abramo intercede presso Dio perché perdoni i peccati degli abitanti di quella città, dove si erano trasferiti anche i membri del clan del nipote Lot. Dio risponde ad Abramo che se si trovassero anche solo dieci giusti in quella città, essa sarebbe risparmiata per riguardo a quei giusti. Ma quei dieci giusti non li ha trovati… I tre uomini permettono solo a Lot, alla moglie e alle due figlie di uscire dalla città, prima della sua distruzione.

Il fuoco che divora la città rimanda al fuoco delle “passioni ingannevoli” (cf. Ef 4,22) che “snaturano” l’uomo, lo rendono schiavo dei propri istinti e gli impediscono di accogliere e servire con purezza e rispetto i fratelli che Dio mette sul proprio cammino. Dio può salvare da questo fuoco solo se c’è una volontà di conversione, perché non può mai agire contro la libertà umana. Nondimeno, il racconto ci fa capire che Egli è in grado di salvare i peccatori grazie all’intercessione dei giusti. Vengono in mente quelle drammatiche parole che disse la Santa Vergine ai Pastorelli di Fatima, ai quali aveva mostrato l’inferno: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non c’è chi si sacrifica e prega per loro».

È una parola dura ed esigente, come quella del vangelo di oggi, in cui Gesù chiede, a chi intende seguirlo, una disponibilità di base ad abbandonare ogni sicurezza, anche quella rappresentata da una dimora stabile o dai legami familiari.

I testi di oggi ci ricordano che la vita è sì un dono meraviglioso, ma anche una realtà molto seria. Non è una favola con un lieto fine già scritto! Il lieto fine dipende da noi, perché – come scriveva sant’Agostino – “Dio che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi” [Cf. Sermo CLXIX, 13]. Possiamo certamente credere a un lieto fine se ci sforziamo di mettere Dio al primo posto, se torniamo a Lui con cuore pentito, se crediamo al suo Amore per noi.

Come la rugiada del mattino rinfresca i fiori e l’erba, il Salmo di oggi, il 102, dona un po’ di refrigerio al cuore, proclamando la bontà e la tenerezza di Dio per quanti lo temono: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore!». 

don Francesco Pedrazzi

Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

Due racconti incastonati, quello di Giairo, il capo della sinagoga, che chiede a Gesù la guarigione della figlia che sta morendo, e quello di una donna senza nome, che desidera la propria guarigione da una malattia incurabile e che tocca il mantello di Gesù da dietro, per non farsi notare dalla folla. Due vicende apparentemente molto diverse; eppure, se questi racconti sono incastonati l’uno nell’altro è perché si illuminano a vicenda su un tema comune.   

L’uomo si getta ai piedi di Gesù e non teme di mostrarsi alla folla mentre intercede per la figlioletta malata. La donna emorroissa ha evidentemente una ferita nel cuore, oltre che nel corpo, perché si vergoGna di chiedere pubblicamente a Gesù di essere guarita. Giairo chiede per la figlia, la donna chiede per sé. La donna è guarita all’istante, mentre la salute della bambina peggiora drammaticamente dopo la preghiera del padre, anzi gli riferiscono che è morta.

Notiamo che sia la guarigione della donna che la risurrezione della fanciulla avvengono in forza di un “tocco”, un contatto con la persona di Gesù: nel primo caso è la donna che tocca Gesù, senza che egli ne sia consapevole; nel secondo caso è Gesù che prende per mano la bambina.

La donna che tocca la frangia del mantello di Gesù, in realtà gli tocca il cuore per la sua profonda umiltà e Gesù le dice: «Figlia, la tua fede ti ha salvata!». Anche a Giairo Gesù dice: «Non temere, soltanto abbi fede

Il tema che accomuna i due racconti è quindi quello della fede in Gesù. È Gesù che opera, ma grazie alla fede del padre e della donna. La fede è un grido dell’anima che permette un contatto del nostro cuore con quello di Cristo, un contatto che apporta guarigione e vita.

Quando ci accostiamo alla Comunione eucaristica non tocchiamo solo la frangia del mantello di Gesù: tutta la sua Persona si dona a noi come vero cibo! Eppure, non è scontato che tocchiamo il suo Cuore! Ciò che fa la differenza è la fede. Anche la folla tocca Gesù, ma solo la donna viene guarita. Non basta ricevere il Sacramento per ottenere frutti di guarigione e liberazione. Chiediamoci se, quando ci accostiamo a Gesù, crediamo veramente al suo Amore per noi, crediamo che Egli vuole e può guarirci! Chiediamoci se crediamo davvero – come già annunciava il libro della Sapienza, nella prima lettura di questa domenica – che «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi», «ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono». In questo libro si legge anche: «non affannatevi a cercare la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani» (1,12). E un catechismo della Chiesa antica insegnava: «Due sono le vie, una della vita e una della morte, e fra queste due vie la differenza è grande» (Didaché 1,1).

La fede ha perciò a che fare con la nostra libertà: è scegliere di credere alla Bontà di Dio per noi e cercare soltanto in Lui, non nei mezzi umani, la vita piena e la liberazione dal male, rifiutando tutte le strade contrarie ai suoi comandamenti, perché su di esse si trova solo morte e perdizione.

Signore, accresci la nostra fede. Amen!

don Francesco Pedrazzi

Gen 18,1-15; Lc 1,46-55; Mt 8,5-17

Abramo riceve la visita di tre personaggi misteriosi, nella sua dimora presso le Querce di Mamre. La sua umiltà e accoglienza sono esemplari. Colpisce il fatto che si rivolga ai tre come se si rivolgesse a uno solo, come se si rivolgesse a Dio stesso: «Mio signore, – esclama – se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo!».

E i tre, parlando come uno solo, gli preannunciano la nascita del figlio della promessa: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». La promessa si compie nonostante lo scetticismo di Sara, che dall’ingresso della tenda aveva ascoltato quelle parole e aveva “riso dentro di sé”.

Questo brano, letto a partire dal vangelo, lascia intravedere il mistero più grande della nostra fede: la Santissima Trinità. Un solo Dio in tre persone: un solo Dio che è comunione di amore del Padre con il Figlio e nello Spirito Santo.  

Ancora una volta Abramo ci è presentato come modello di fede, perché accogliendo i tre pellegrini nella propria tenda, accoglie Dio stesso e l’accoglienza di Dio ha come conseguenza la benedizione più grande: la nascita del figlio atteso da una vita. La fede di Abramo trova compimento in quella di Maria: l’umile ancella che accoglie la Parola di Dio e la mette in pratica e proprio per questo concepisce nel suo grembo il Salvatore.

L’atteggiamento di profonda umiltà nell’accoglienza di Dio e dei fratelli è un segno esteriore di una “fede grande”.

Nel vangelo di oggi, infatti, Gesù loda la grande fede del centurione perché si ritiene indegno di ospitarlo nella propria cosa, oltre che per la fiducia nella potenza della sua parola: «Di’ soltanto una parola – esclama – e il mio servo sarà guarito!».

Ogni giorno ci è dato il dono immenso di accogliere Gesù, l’Ospite divino, nella nostra casa, grazie alla Santissima Eucaristia. Prima di riceverlo la liturgia ci fa ripetere queste parole del centurione, ma noi siamo davvero consapevoli di essere indegni di ricevere questo sacramento? Lo accogliamo in tutta umiltà e confidando nella potenza guaritrice della sua Parola?

Dopo ogni Comunione san Tommaso d’Aquino pregava con queste parole: «Ti rendo grazie, o Signore … perché ti sei degnato di saziare me peccatore e indegno tuo servo … non per mio merito, ma solo per la tua misericordia. Ti supplico ora, perché la Comunione non mi sia causa di condanna …. Mi liberi dai vizi, mi difenda contro tutte le cattive inclinazioni, e accresca in me … tutte le altre virtù».

Quanta umiltà! Quanta fiducia! Quanta fede!

I santi più grandi sono indubbiamente quelli più umili! Il santo di oggi, san Josemaria Escrivà, diceva spesso che la grandezza di san Giuseppe era dovuta alla sua piccolezza. Scriveva: «Giuseppe poteva far sue le parole di Maria, sua sposa: Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, perché ha guardato la mia piccolezza (cfr Lc 1, 48-49)» (È Gesù che passa, n. 40).

Come quando si cammina lungo un sentiero di montagna e lo sguardo è attirato dalla bellezza dei piccoli fiori cresciuti tra le rocce, così lo sguardo di Dio è attirato e conquistato dalla bellezza dei cuori umili, piccoli, che pur vivendo di stenti, magnificano il Signore accogliendo la sua Parola e proclamano la sua lode

don Francesco Pedrazzi

Gen 17,1.9-10.15-22; Sal 127; Mt 8,1-4

Nella prima lettura di oggi, Dio parla ad Abramo e gli ribadisce che il figlio dell’alleanza non è Ismaele, figlio della schiava Agar, ma colui che nascerà dalla moglie Sara e che egli chiamerà Isacco.

San Paolo scrive: «Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne, infatti, rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar… invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi… Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera» (Gal 4,22-24.26-31).

La “donna libera” che ci ha generati nella vita di fede tramite il Battesimo è la santa madre Chiesa. Nella maternità della Chiesa riconosciamo altresì la maternità della Vergine Maria, «icona e inizio della Chiesa» (Lumen gentium n. 68). Maria è nostra Madre perché  “Madre della Chiesa”: è colei che – come insegna il Concilio Vaticano II – dopo aver generato il Capo del Corpo ecclesiale, che è Cristo, coopera incessantemente alla generazione delle sue membra, che siamo noi (cf. Lumen gentium  n. 63).

Chi ama veramente la Vergine Maria non può pertanto non amare anche la Chiesa, di cui Maria è Madre. Questo è un criterio di discernimento importante per distinguere lo spirito di Dio dallo spirito del male, ad esempio nel campo delle apparizioni mariane. Chi invita a disobbedire e ad allontanarsi dai pastori della Chiesa certamente non parla in nome di Cristo e della Chiesa! Si tratta piuttosto del demonio mascherato da “angelo di luce”, come scrive san Paolo (cf. 2Cor 11,14).

Tutti i santi hanno insegnato ad amare la Madre Chiesa, anche quando hanno subito ingiuste prove e persecuzioni da parte dei suoi rappresentanti. Come nel caso di Padre Pio, che invitava a non “gettare fango” sulla Madre per difendere il figlio.

San Luigi Orione, in una lettera dell’11 luglio 1933, prese posizione contro chi aveva nel cuore di accusare pubblicamente alcuni pastori della Chiesa per difendere Padre Pio. Ecco le sue parole di fuoco: «Guai a chi si erige giudice di sua Madre e la trascina sul banco degli accusati! Guai a chi si alza a giudicare la Madre Chiesa e la affligge: maledictus a Deo qui exasperat Matrem! Non sono mai stato a San Giovanni Rotondo, né ho mai scritto a padre Pio, ma non dubito che egli deplorerebbe nel modo più forte l’azione ignobile che voi state per compiere».

«Signore, se vuoi, puoi purificarmi», dice il lebbroso a Gesù nel vangelo odierno. Chiediamo a Gesù che purifichi le nostre mani se abbiamo gettato fango contro i fratelli e contro la Madre Chiesa. Chiediamo che purifichi le nostre lingue e i nostri cuori, perché possiamo davvero amare la Sposa di Cristo e aiutare altri ad amarla, perché – come si legge nel Siracide – «chi onora sua madre è come chi accumula tesori» (Sir 3,4). Amen.

 

Nella prima lettura di oggi, Dio parla ad Abramo e gli ribadisce che il figlio dell’alleanza non è Ismaele, figlio della schiava Agar, ma colui che nascerà dalla moglie Sara e che egli chiamerà Isacco.

San Paolo scrive: «Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne, infatti, rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar… invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi… Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera» (Gal 4,22-24.26-31).

La “donna libera” che ci ha generati nella vita di fede tramite il Battesimo è la santa madre Chiesa. In essa, riconosciamo un’altra maternità, quella della Vergine Maria, in quanto primizia e icona della Chiesa. Maria è nostra Madre perché  “Madre della Chiesa”: colei che – come insegna il Concilio Vaticano II – dopo aver generato il Capo del Corpo ecclesiale, che è Cristo, coopera incessantemente alla generazione delle sue membra, che siamo noi (cf. Lumen gentium  n. 63).

Chi ama veramente la Vergine Maria non può pertanto non amare anche la Chiesa, di cui Maria è Madre. Questo è un criterio di discernimento importante per distinguere lo spirito di Dio e lo spirito del male, ad esempio nel campo delle apparizioni mariane. Chi invita a disobbedire e ad allontanarsi dai pastori della Chiesa certamente non parla in nome di Cristo e della sua Madre celeste!

Tutti i santi hanno insegnato ad amare la Madre Chiesa, anche quando hanno subito prove e persecuzioni da parte dei suoi rappresentanti. Come nel caso di Padre Pio, che invitava a non “gettare fango” sulla Madre per difendere il figlio. San Luigi Orione, in una lettera dell’11 luglio 1933, prese posizione contro chi aveva nel cuore di accusare pubblicamente la Chiesa per difendere Padre Pio.

Ecco le sue parole di fuoco: «Guai a chi si erige giudice di sua Madre e la trascina sul banco degli accusati! Guai a chi si alza a giudicare la Madre Chiesa e la affligge: maledictus a Deo qui exasperat Matrem! Non sono mai stato a San Giovanni Rotondo, né ho mai scritto a padre Pio, ma non dubito che egli deplorerebbe nel modo più forte l’azione ignobile che voi state per compiere».

«Signore, se vuoi, puoi purificarmi», dice il lebbroso a Gesù nel vangelo odierno.

Chiediamo a Gesù che purifichi le nostre mani se abbiamo gettato fango contro i fratelli e contro la Madre Chiesa. Chiediamo che purifichi le nostre lingue e i nostri cuori, perché possiamo davvero amare la Sposa di Cristo e aiutare i fratelli ad amarla, perché – come si legge nel Siracide – «chi onora sua madre è come chi accumula tesori» (Sir 3,4). Amen

don Francesco Pedrazzi

Is 49,1-6; Sal 138; At 13,22-26; Lc 1,57-66.80

 

Dio è misericordioso”. Questo è il significato del nome “Giovanni”. Una misericordia che si manifesta nella nascita insperata di un figlio a lungo atteso. Una misericordia che – come proclama il padre Zaccaria, nel suo solenne cantico di benedizione – si manifesta soprattutto in «un Sole che sorge dall’alto, per rischiare quelli che stanno nelle tenebre», cioè che non conoscono il vero Dio, e per dirigere i passi di Israele «sulla via della pace» (cf. Lc 1,78-79).

«Principio della sapienza è il timore del Signore» (Pro 9,10). «Il timore del Signore vale più di ogni cosa… è inizio di amore per Lui» (Sir 25,11-12). Questo si legge nei libri sapienziali. San Giovanni Battista è inviato per disporre il popolo di Israele nel “timore del Signore”: il timore che precede l’Amore.

Nel vangelo di Luca, l’annunciazione e la nascita del Battista precedono l’annunciazione e la nascita del Salvatore. È quanto dire: per accogliere Gesù bisogna passare da Giovanni. Come hanno fatto i primi discepoli.

Come un campo viene arato e concimato prima di ricevere il seme, così il nostro cuore non può accogliere Gesù, la Parola del Dio vivente, se non rimuove ogni compromesso con il peccato. Questo è il timore di Dio! Perché non si ama Dio se non si odia il peccato.

Nella Chiesa primitiva questo principio guidava il cammino per diventare cristiani: il catecumenato. Un percorso di almeno due anni, in cui era necessario lasciarsi alle spalle ogni comportamento pagano e peccaminoso. Tertulliano giunge ad affermare: «Non siamo immersi nell’acqua per porre fine ai nostri peccati, ma perché vi abbiamo in precedenza già posto fine, ci siamo già moralmente lavati» (De paenitentia 6,17).

Giovanni proclama «un battesimo di conversione» per il perdono dei peccati, preparando il terreno per accogliere il vangelo della Grazia e della misericordia. «Il Signore dal seno materno» lo ha chiamato, come si legge nella prima lettura. Ma queste parole valgono anche per noi. Anche noi siamo chiamati dal giorno del nostro Battesimo a divenire precursori di Cristo. La nostra missione non è attirare gli altri a noi, ma fare di tutto perché gli altri possano incontrare la misericordia di Dio in Gesù. Ma come potremo noi annunciare con frutto Gesù se non siamo “timorati di Dio”, cioè se non lo abbiamo ancora scelto come unico Signore della nostra vita, ponendo fine ai peccati volontari?

Abbiamo perciò bisogno continuamente di lasciarci scuotere dalle parole del Battista: «Fate frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”», che – tradotto per noi – significa: «Smettete di peccare e non cominciate a dire: siamo cristiani e crediamo che Dio è un Padre buono e quindi pecchiamo pure, che tanto poi ci perdona!». «Perché – ammonisce il precursore – la scure è posta alla radice degli alberi e ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (cf. Lc 3,8-9).

«Abbi pietà di noi, Signore, Dio dell’universo, e guarda, infondi su di noi il tuo timore, perché possiamo proclamare la tua misericordia. Amen!» (cf. Sir 36,1-2).

don Francesco Pedrazzi

Gen 15,1-12.17-18; Sal 104; Mt 7,15-20

 

Il cammino di fede di Abramo non è privo di ostacoli. Pur avendo risposto prontamente alla chiamata del Signore, si trova poi ad affrontare prove e tentazioni, molte delle quali non sono riportate nei testi liturgici.

Nella prima lettura di oggi, il patriarca, ormai anziano, è in preda a un dubbio circa la numerosa discendenza che Dio gli aveva promesso. Pensava: «Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco… un mio domestico».

«Gli fu pertanto rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia».

Il miglior commento a questo passo sono le parole di San Paolo nella lettera ai Romani: «Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli… Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo … e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia» (Rm 4,18-22).

In altre parole: ciò che ha reso Abramo un giusto, un “santo”, è il suo rimanere saldo contro ogni speranza umana, appoggiandosi sulla fede nella divina potenza, non sul proprio giudizio umano.  

La fede è un cammino irto di ostacoli anche per noi e uno degli ostacoli più insidiosi è rappresentato dai falsi profeti, da cui Gesù ci mette in guardia nel vangelo di oggi. Essi vengono a noi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li possiamo riconoscere.

Un “cattivo frutto” prodotto dai falsi profeti è la tendenza ad annacquare la legge di Dio. «Sono cambiati i tempi – dicono – questo non è più peccato! Il Signore guarda solo se siamo buoni, se facciamo il bene agli altri!». Oppure: «Non stare ad ascoltare quello che dicono i vescovi e i preti, l’importante è seguire la propria coscienza…». E così, i falsi profeti di oggi, con parole suadenti, e compiacendo la mentalità individualista del nostro tempo, allontanano i fedeli dalla comunione con i pastori della Chiesa e con Cristo.

Dio ci parla, come ha parlato ad Abramo, e lo fa prima di tutto mediante una Parola mediata autorevolmente della sua Santa Chiesa. Questa è la roccia sicura contro cui le potenze degli inferi non prevarranno. La Chiesa, cioè l’insieme dei santi di ieri e di oggi, è quel cielo stellato che siamo invitati a contemplare con profondo senso di meraviglia, e che ci testimonia che vale sempre la pena fidarsi di Dio. Nei momenti di dubbio il Signore ci conduce fuori e dice ad ognuno di noi:  «…conta le stelle, se ci riesci!».

don Francesco Pedrazzi

Gen 13,2.5-18; Sal 14; Mt 7,6.12-14

Anche nel racconto di oggi Abramo è un modello di fede. La fede, infatti, riguarda non solo il rapporto con Dio, ma altresì il modo con cui ci rapportiamo con il prossimo e con i beni materiali. Gesù lo afferma chiaramente: dobbiamo scegliere in questa vita se credere in Dio o nelle ricchezze. Non possiamo servire al tempo stesso due padroni. «Non si può servire Dio e Mammona!» (cf. Lc 16,13).

Chi pone la ricchezza, i beni e i piaceri del mondo al posto di Dio finisce con il compromettere anche il rapporto con il prossimo. Capita, infatti, che due familiari non si parlino più per un pezzo di terra o per qualche migliaio di euro… Che stoltezza! Come si può pensare che il denaro sia più importante di un fratello?

Abramo non cade in questa tentazione. Egli era molto ricco, come lo era suo nipote Lot, e quando si rende conto che questa ricchezza comincia a causare rivalità tra le due famiglie, decide di dividere il territorio in cui abitavano e di lasciare al nipote il privilegio di scegliere la sua parte. «Allora Lot – si legge nel racconto – alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte…  Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano…».

Il nipote sceglie quindi la terra fertile e lascia ad Abramo quella più arida. Secondo i canoni mondani, Abramo è stato uno sprovveduto, perché non ha fatto i propri interessi… In realtà, davanti a Dio ha agito con saggezza, perché ha custodito il tesoro più importante: la comunione con il nipote. Per questo la benedizione di Dio è rimasta su di lui. Viceversa, la scelta opportunista di Lot si rivelerà alla fine insipiente.

Nel vangelo di oggi Gesù dice: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Lot ha scelto la via larga e spaziosa, sulla quale però alla fine molti dei suoi familiari hanno trovato la morte, perché nel territorio da lui scelto sorgevano le città di Sodoma e Gomorra, i cui abitanti «peccavano molto contro il Signore». Molti membri del clan di Lot si erano lasciati traviare dai costumi perversi dei sodomiti. Ora – come scrive san Paolo – «il salario del peccato è la morte!» (Rm 6,23), da intendere anche e soprattutto come morte spirituale, e soltanto Lot e pochi altri familiari sono risparmiati – anche grazie all’intercessione di Abramo (cf. Gn 18) – perché si mantengono giusti.

Pur essendo vissuto quasi duemila anni prima di Gesù, Abramo mette in pratica la sua regola d’oro, che riassume tutto l’insegnamento della Bibbia: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro!».  

È la strada dell’amore crocifisso, una strada stretta e angusta, che comporta a volte grandi sacrifici. Ma non esitiamo a percorrerla ogni giorno perché è una strada benedetta: meglio una strada impervia che porta alla vita, che una strada facile che porta alla perdizione!

don Francesco Pedrazzi

Gen 12,1-9; Sal 32; Mt 7,1-5

Per tre settimane la liturgia ci farà leggere, nella prima lettura, il libro della Genesi, a partire dal capitolo dodicesimo, la chiamata di Abramo.

L’Antico Testamento è come un codice segreto il cui significato può essere compreso solo alla luce del Nuovo Testamento.

San Paolo afferma che Abramo venne considerato giusto da Dio per la sua fede, non per meriti dovuti alle sue opere (cf. Rm 4,2-3). Se la fede è autentica, da essa scaturiscono anche opere di amore, perché, come scrive san Giacomo, «la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26). Ma le opere da sole non salvano, perché possono scaturire anche dall’orgoglio umano!

Per spiegare che cos’è la fede, la Lettera agli Ebrei fa riferimento proprio al racconto di oggi, la chiamata di Abramo. Si legge: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8).

Ecco le due colonne portanti della fede: 1) la chiamata di Dio, del tutto gratuita e immeritata, che noi abbiamo ricevuto nel Battesimo e nella Confermazione; 2) la risposta dell’uomo nella forma dell’obbedienza (a Dio e ai suoi rappresentanti): «obbedì partendo per un luogo …senza sapere dove andava». Una traduzione forse più corretta dell’invito di Dio dovrebbe essere – come fanno notare alcuni biblisti – non «Vattene!» (dalla tua terra), ma «Parti per te!», cioè parti per il tuo bene. L’obbedienza consiste nell’aderire alla parola di Dio, senza mettere davanti il nostro giudizio, cioè anche quando non la comprendiamo pienamente, anche quando non sappiamo dove Dio voglia condurci, semplicemente confidando nella certezza che Dio ci ama e che ci conduce verso il nostro vero bene!

Immaginiamo un bambino che parte per un viaggio col proprio papà, che non gli dice in anticipo dove lo condurrà: è una sorpresa! Ma il bambino è felice perché sa che suo padre gli vuole bene e non potrà che condurlo in un posto bellissimo. Perciò si lascia prendere per mano, si lascia condurre, con gioia e fiducia, anche se deve attraversare sentieri stretti e ripidi… Questo vuol dire avere fede!

Il contrario della fede è il mettersi al posto di Dio: il giudicare la vita e gli altri dall’alto, con superbia, al posto di Dio! Per questo chi giudica il fratello ha poca fede o non ne ha per niente.

Gesù, nel vangelo di oggi, è perentorio: «Non giudicate, per non essere giudicati!»

Chi ha fede sa che ogni fratello è stato messo da Dio sulla sua strada perché sia amato, non giudicato.  Nel Vangelo il verbo “giudicare” è il contrario del verbo “amare”.  Se abbiamo fede, affidiamo a Dio anche le persone che ci hanno fatto del male o che sbagliano. Possiamo anche decidere di correggerle fraternamente (cf. Mt 18,15), ma solo se si tratta di un difetto che Dio ci ha aiutato a superare, altrimenti meritiamo il rimprovero di Gesù: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Oggi lasciamoci prendere per mano con fede dal Padre e guardiamo ad ogni persona come a un fratello o a una sorella da amare, non da giudicare. Amen!

don Francesco Pedrazzi

 Gb 38,1.8-11; Sal 106; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41

 

Giobbe conosce il Signore mentre gli parla «in mezzo all’uragano». Infatti, esclama: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (cf. Gb 38,1; 42,5)

Così avviene ai discepoli di Gesù nel brano evangelico di questa domenica. «Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”».

Lo chiamano “Maestro” perché fino a poco prima egli era per loro colui che insegnava i segreti del Regno di Dio in parabole. Ma è per mezzo di questa esperienza drammatica che essi acquisiscono una nuova conoscenza di Gesù: intuiscono che Dio stesso opera in Lui, perché nessuno se non Dio soltanto può comandare al mare.

È interessante qui il parallelismo con il primo intervento straordinario di Gesù nel Vangelo di Marco: un esorcismo nella sinagoga di Cafarnao. Il comando allo spirito impuro è lo stesso che rivolge al vento: «Taci!». Si legge nella prima lettura, dal libro di Giobbe: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde». Dio pone quindi un limite invalicabile alla potenza mortifera di satana. 

Il mare è un simbolo delle forze del male che insidiano la nostra vita.

Ci sono momenti in cui abbiamo l’impressione di affondare. In cui il male pare prendere il sopravvento. Dio non interviene, sembra che dorma. Ed è in quei momenti che scaturisce dal nostro cuore il grido di fede più bello e accorato: «…non t’importa che siamo perduti?». Dio ha bisogno del nostro grido per intervenire. Non perché non sappia che siamo in pericolo, ma perché la sua grazia non può operare senza il desiderio umano. I cerbiatti quando rimangono soli e avvertono il minimo pericolo fanno un verso, simile a un forte miagolio, per richiamare l’attenzione della mamma e la mamma subito viene in loro aiuto. Così, quando nelle tempeste della vita gridiamo verso Dio, egli non ci lascia mancare il suo soccorso paterno. Non solo: proprio grazie al nostro grido di fede “in mezzo alla tempesta” possiamo approfondire la conoscenza del vero volto di Dio. È in mezzo alle grandi prove della vita che noi possiamo maggiormente crescere nella fede e nella conoscenza di Dio!

Gesù rimprovera i discepoli dicendo loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».  Avere fede è sapere che la propria vita riposa nelle mani di Dio, che non ci può accadere nulla di male, perché il peggiore dei mali, la morte, è stato vinto da Cristo.

La fede nasce dall’esperienza di essere amati follemente da Dio in Cristo. Come scrive san Paolo: «Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Se Cristo mi ha amato fino a morire per me, di che cosa devo avere paura? Sono ormai una creatura nuova. Come direbbe la Serva di Dio Chiara Corbella: «Siamo nati e non moriremo mai più». È morto l’uomo carnale, è nato l’uomo spirituale.

È in questo orizzonte che possiamo comprendere le stupende parole di Paolo, nella seconda lettura di oggi: «Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro…., se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove!».

È passato il tempo della paura. È iniziato il tempo della fede!

don Francesco Pedrazzi

 2Cor 12,1-10; Sal 33; Mt 6,24-34

«

Paolo ricorda che potrebbe vantarsi per le rivelazioni ricevute, essendo peraltro stato rapito «con il corpo o senza corpo» in paradiso. Ma non si vanta di questo! Ribadisce: «Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze!»

E qui consegna alla lettera una sua confidenza: spiega in che modo ha capito che il segreto della vera forza consiste nella coscienza della propria debolezza. Ascoltiamo questo toccante e celebre racconto:

«Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza”».

Che cos’è questa spina nella carne? Questo inviato di Satana? Sono state fatte molte ipotesi: ad esempio, qualcuno ritiene che Paolo si riferisca a una forte tentazione, altri a una vessazione demoniaca, altri a una malattia…  Nessuno può dirlo con certezza per il semplice fatto che Paolo non l’ha voluto precisare né qui né altrove, forse anche per dare la possibilità al lettore di identificarsi, perché in fondo ognuno di noi ha “la propria spina nella carne”.

Ciò che sappiamo è che un grande santo come lui, nonostante una supplica insistente (quel “tre volte” indica simbolicamente una preghiera portata avanti per molto tempo), non è stato esaudito. O meglio: il Signore l’ha esaudito, come spesso fa, in modo inaspettato: gli ha dato la luce per comprendere il valore di quel suo “punto debole”: «Ti basta la mia grazia; la forza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza”».  

In altre parole, il Signore ha detto a Paolo: «Questa debolezza ti aiuterà a mantenerti umile e a contare non su te stesso, ma sull’aiuto della mia grazia! Quando ti senti debole, appoggiati sulla mia grazia e allora sarai veramente forte, perché sperimenterai la forza del mio Spirito!»

La vera forza e la vera ricchezza sta quindi nella fiducia in Dio, non nelle qualità naturali. Nel Salmo di oggi si legge: «I leoni – cioè coloro che confidano nella propria forza – sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene».

Tutto questo è espresso in modo magnifico nel vangelo odierno, il “vangelo della Provvidenza”, che è un potente antidoto a tutte le nostre ansie! Gesù ci ricorda che se davvero crediamo in un Dio che è Padre, che veste i gigli dei campi e nutre gli uccelli del cielo, non ha senso che ci lasciamo assalire dall’ansia per il domani! Dovremmo, invece, semplicemente cercare ogni giorno «il regno di Dio e la sua giustizia», cioè cercare di piacere a Dio… il resto ci sarà «dato in aggiunta»!

Un’immagine che riassume la Parola di oggi ci può accompagnare in questa giornata: quella che ci ha donato la Santa Teresa di Lisieux nel suo diario:

 «Io mi considero come un uccellino debole, coperto di un po’ di piuma lieve; non sono un’aquila, ho dell’aquila soltanto gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell’Amore, e il mio cuore prova tutte le aspirazioni dell’aquila… La mia audacia consiste nel supplicare le aquile, sorelle mie, perché mi ottengano la grazia di volare verso il Sole dell’Amore con le ali stesse dell’Aquila divina…» (Storia di un’anima, nn. 261.264).

don Francesco Pedrazzi

 2Cor 11,18.21b-30; Sal 33; Mt 6,19-23

Continua la difesa di Paolo nei confronti del proprio ministero e di quello dei veri apostoli, in polemica con i superapostoli, che si vantano di essere i migliori, i più santi, e criticano i loro fratelli. Dinanzi alla tendenza a vantarsi «da un punto di vista umano», Paolo fa ricorso a un tema a lui molto caro, che troviamo anche in altre lettere (cf. Gal 6,14; 1 Cor 2,2; 3,18-21): il vero apostolo non dovrebbe vantarsi di nient’altro che della croce di Cristo, cioè del dono di poter partecipare alle sue sofferenze per la salvezza dei fratelli. Questo è l’unico vanto legittimo, perché è possibile solo in forza dello Spirito Santo (cf. 1Cor 2,14).  

Paolo risponde quindi ai superapostoli adottando ironicamente la loro stessa argomentazione: «Vi vantate? Bene, allora mi vanterò anch’io! E vediamo chi tra noi è migliore!». Ma, lo fa spiazzando completamente i suoi lettori, perché, dopo aver ricordato che «da stolto»  anch’egli potrebbe vantarsi per ragioni umane, inizia un elenco impressionante di tribolazioni, fatiche, avversità, sofferenze di ogni genere vissute per amore di Cristo: «Cinque volte» è stato flagellato, tre volte «battuto con le verghe», una volta lapidato, tre volte ha fatto naufragio»; «viaggi innumerevoli», «pericoli» di ogni genere, anche «da parte di falsi fratelli»; «disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità», oltre alla «preoccupazione» quotidiana per tutte le Chiese.

E conclude: «Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza!».

In questo modo, l’Apostolo smonta alla radice la vanagloria dei superapostoli, perché – come scrive nel celebre “inno alla carità” (1Cor 13,1-7) – se anche uno potesse fare miracoli strepitosi, parlare come un angelo o fare profezie sul futuro, ma poi fosse privo della «carità», cioè dell’amore umile e paziente, che non si vanta e che tutto sopporta per amore della verità, non sarebbe “NULLA”.

Il problema di fondo è la purezza delle intenzioniPerché – o meglio – “PER CHI” fatichiamo, operiamo e viviamo? Per noi stessi o per Cristo? Per vanto o per amore?

È in questo senso che il vangelo di oggi invita ad avere un occhio «semplice»: cioè che “non si affanna per molte cose”, che non cerca altro al di fuori di Dio e della sua volontà, sapendo che questa è l’Unica cosa necessaria (cf. Lc 10,42). Viceversa – dice Gesù, – «se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso».

Non possiamo nascondere l’ipocrisia! Chi agisce con un doppio fine, strumentalizza gli altri per i propri interessi, recita una parte per apparire innamorato di Gesù, mentre in realtà è soltanto devoto di se stesso, lascia trasparire questa ipocrisia in tutta la sua persona, che sarà come avvolta da un velo di oscurità. È soprattutto nel tempo delle contrarietà che si rivela se il nostro occhio è semplice o cattivo, se siamo animati dall’Amore di Cristo o dall’amor proprio; perché il discepolo davvero innamorato di Cristo crocifisso “benedice il Signore in ogni tempo”, come si legge nel Salmo di oggi, e non cerca altro vanto che nel prendere parte alle sue sofferenze, per entrare un giorno nella sua gloria.  

Per avere l’occhio semplice esercitiamoci a fissarlo su Gesù, ad esempio attraverso la pratica frequente dell’ADORAZIONE EUCARISTICA. Guardiamo a Lui, il nostro unico Tesoro! Ricordiamo che “dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore”. Anche se nel cuore c’è oscurità, guardando a Gesù saremo rischiarati dalla Luce di Dio. Basta un fiotto di luce per diradare le tenebre di una stanza buia!

“Guardiamo a Lui e saremo raggianti!” (cf. Sal 33,6).

don Francesco Pedrazzi