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Arrivederci un giorno in Cielo

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  • Articolo pubblicato:15 Aprile 2021
  • Categoria dell'articolo:Giovani Santi

Io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili) e la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio per questo...

Vita

Benedetta Bianchi Porro nasce  a Dovadola, piccolo paese in provincia di Forlì l’8 agosto 1936.   Fin da piccolissima la sua vita è toccata dalla sofferenza: a tre mesi è colpita dalla poliomielite che la lascia “zoppetta”, con la gamba destra un pochino più corta della sinistra e menomata. Tutto questo sarà solo l’inizio di una via crucis , in un crescendo di rabbia e ribellione prima e di fiducia e abbandono alla volontà del Padre, poi.

"In ogni attimo, in ogni soffio, io ho le prove che Dio mi aiuta dolcissimamente."

 Trascorre le sue giornate frequentando la scuola elementare, giocando con gli altri coetanei; è una bambina sensibile e riflessiva sul miracolo della vita che trionfa in tutte le cose, nei fiori e nei prati pieni di sole.  Tra le sue predilezioni d’infanzia troviamo la lettura: si avvicina precocemente ai testi di Dostoevskij, sant’Agostino, san Francesco, santa Teresa d’Avila e molti altri santi oltre che alla Bibbia. A tredici anni però la sofferenza ritorna e Benedetta inizia a perdere progressivamente l’udito (primo sintomo della malattia che porta dentro di sè), mentre è costretta ad indossare un busto per evitare una possibile malformazione alla schiena. Nonostante questo  la famiglia, nel 1951, decide di trasferirsi a Sirmione del Garda.

"Io so che attraverso la sofferenza il Signore mi conduce verso una strada meravigliosa"

Il 1953 segna un anno di cambiamento nella vita di Benedetta. La ragazza infatti dopo aver iniziato il liceo classico di Desenzano, un giorno – mentre è interrogata in latino – non sente più niente.   Col passare dei mesi però, oltre alla sordità, comincia ad accusare altri disturbi: un senso di spossatezza generale, mal di testa e difficoltà nella deambulazione.

".Abbandonare le onde del mare per rifugiarmi nella quiete del porto"

Volenterosa di uscire dal liceo per iniziare l’università, Benedetta nell’estate del 1953 si prepara all’esame di maturità riuscendo a diplomarsi precocemente rispetto ai suoi coetanei. Decide così di iscriversi, appena diciasettenne, alla facoltà di Fisica di Milano per assecondare la volontà del padre; poco dopo decide però di cambiare facoltà optando per Medicina. Scrive:”…Voglio vivere e lottare e sacrificarmi per tutti gli uomini; la medicina dovrebbe essere un mezzo per aiutare chi soffre.” Un ideale che però si scontra proprio all’interno del mondo universitario. Infatti durante un esame, nel giugno 1955, Benedetta si ritrova incapace di capire le domande del professore e pur avendo spiegato la sua sordità le viene impedito di dare l’esame con la scusa che: “Non si è mai visto un medico sordo“.

“Ma io non desidero nulla: solo quello che Dio vorrà da me”

La malattia che Benedetta porta dentro di sè avanza silenziosamente. Ora oltre alla sordità e alla deambulazione menomata si presentano i primi disturbi alla vista. Nel 1956 compare infatti un’ulcera corneale e, nonostante i medici non capiscano l’origine del disturbo, Benedetta, ancora studentessa, giunge da sola alla diagnosi della sua malattia: neurofibromatosi diffusa o morbo di Recklinghausen. Una malattia rarissima che forma a livello del sistema nervoso diversi piccoli tumori provocando dolore e paralisi. Riesce così a convincere i dottori della sua diagnosi. Inizia la salita al Golgota

"..Si apprezzano sì le virtù cristiane, ma non appena arriva Gesù Cristo, la Sua Croce, tutti si dileguano, tutti tacciono...cioè cristianesimo in fondo sì ma Cristo no, almeno ni..."

Nel 1957 subisce il primo di una lunga serie di interventi al capo. Così scrive ad una amica: “Non ti spaventare, neurofibroma all’acustico… vorrei dirti come sono conciata, ma temo di non riuscirci. In occasione dell’operazione mi tagliarono i capelli a zero… inoltre, in seguito all’intervento, mi si è paralizzato il facciale di sinistra (per errore del medico)!” Ed è così che solo dopo il primo intervento Benedetta ha la metà sinistra del volto paralizzata. Dirà al chirurgo dispiaciuto: “Mi dia la mano e stia sereno! È una cosa che può succedere: non è mica il Padre eterno lei!” Per Benedetta però, come tutti gli uomini, vengono anche i terribili momenti dell’angoscia e disperazione; scrive così ad una amica: “Certe volte avrei voglia di gettarmi dalla finestra” oppure “..ti confesso che a volte mi sento terribilmente depressa“. 

"Capisco che prima di tutto devo accettarmi così come sono, miserella e mediocre e impotente, affidandomi a Lui"

L’intervento appena fatto lascia dei segni nel corpo di Benedetta e nonostante ciò lei continua gli studi e  con uno sforzo estremo e una tensione tirata fino allo spasimo; giunge all’ultimo esame prima della laurea: l’esame di Igiene. È il 29 giugno 1959. Benedetta non ha ancora compiuto 23 anni ed è ad un soffio dal traguardo. Purtroppo all’esame viene bocciata con un 14  e non riuscirà più a ridarlo.

“Le mie giornate sono lunghe, faticose, però ugualmente dolci e con la Luce di Dio"

Il 7 agosto Benedetta viene nuovamente operata, questa volta al midollo spinale; dopo l’intervento purtroppo rimane paralizzata alle gambe. Diviene così inchiodata su di una poltrona prima e poi su di un letto. Inizia così la straordinaria e terribile avventura di Benedetta dall’oscuro pozzo del dolore fino alla conquista di una libertà e di una gioia incontrollabili. Benedetta è cosciente del proprio stato, del fatto di dover dire addio agli studi di Medicina, così come lo sono i suoi genitori. Tuttavia non rinuncia alla lotta, ma si batte ogni volta con l’energia e la sicurezza di chi è certo che, in un modo o in un altro, vincerà. Nonostante la croce pesante che porta, Benedetta non è triste; così scrive: “È vero però che la vita in sé e per sé mi sembra un miracolo e vorrei poter innalzare sempre un  inno di lode a chi me l’ha data

“Il Signore ama chi soprattutto dona con gioia - con fatica - ma con gioia.”

Trascorrono così tre anni. A poco a poco la paralisi la imprigiona, il corpo perde di sensibilità e diventa completamente sorda.  Il giorno del suo compleanno la mamma le regala un uccellino chiuso in una gabbia dicendole: “..ora quell’uccellino è in gabbia come te“, ma Benedetta le risponde :” No, no io, mamma, non sono mai stata tanto libera come da quando sono immobile qui.” Sebbene anche in mezzo alla sofferenza Benedetta riesca a trovare la gioia, non mancano per lei momenti di angoscia, assenza di pace, aridità, paura, solitudine e stanchezza; le sono per questo gradite le visite degli amici e conoscenti che si stringono attorno a lei. 

"Io credo all'Amore disceso dal Cielo, a Gesù Cristo e alla Sua Croce gloriosa. Sì io credo all'Amore!" 

Nel maggio 1962 Benedetta parte per Lourdes con un treno-ospedale dell’Unitalsi. Accanto al suo letto d’ospedale di Lourdes c’è una ragazza, Maria, disperata perché paralizzata e con la mamma malata, incapace di assisterla.  Passano i giorni e sebbene Maria chieda la guarigione, niente sembra succedere. Giunto l’ultimo giorno, Benedetta e Maria si trovano per l’ultima volta vicine davanti alla grotta. Dato che Maria singhiozza per la sua situazione Benedetta le prende la mano e le dice: “Maria, la Madonna è lì, la Madonna ti guarda! Maria! Diglielo alla Madonnina!” Ed ecco che Maria si alza dalla barella sotto gli sguardi increduli di tutti, Benedetta compresa. Anche Benedetta era giunta a Lourdes per chiedere la guarigione facendo voto di farsi suora, tuttavia comprende che Dio vuole fare di lei un segno vivente della croce di Cristo in mezzo agli altri uomini. Così Benedetta si abbandona a Lui e un anno dopo, tornata a Milano, da un secondo pellegrinaggio scrive: “Io mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo.”

"Se avrò paura , dirò senza vergogna: ' Ho paura" e il Signore mi darà la forza' ".

Nell’ottobre del 1962 dopo un altro ricovero a Benedetta vengono asportati tutti i denti; ora  non può nemmeno più sorridere. Le sofferenze aumentano e ormai la paralisi le ha cancellato il gusto e l’olfatto; poco alla volta è privata di tutte le ricchezze che una persona normale possiede ma lei non è disperata. Così scrive ad una amica: “Dici della giustizia divina: non si capisce per ora. Non c’è che da fidarsene ad occhi chiusi. Sto vivendo la semplicità, cioè la spogliazione dell’anima… è così bella! Si diventa molto leggeri e liberi!” Ma la spogliazione di Benedetta non è ancora completa. Dopo un ulteriore intervento (fallito) per  salvarle il senso della vista diventa anche completamente cieca

"Io sono come al solito. Soffro molto. Credo ogni volta di non farcela più. Ma il Signore che fa grandi cose, mi sostiene pietoso e mi trovo sempre ritta ai piedi della croce"

Nonostante le enormi difficoltà Benedetta riesce a comunicare con gli altri attraverso l’alfabeto muto, che può usare grazie alla mano destra rimasta ancora illesa, e il filo di voce. Proprio ora che è immobile e insensibile conosce tanta gente; infatti la sua stanza viene riempita ogni giorno  di ragazzi che vanno a trovarla, a cui Benedetta trasmette la gioia del vivere. Andarla a visitare significa tornarsene a casa un po’ turbati e sconvolti, pieni di domande ma tanto più ricchi di prima!  Mentre è in ospedale Benedetta conosce Umberto, un uomo, lontano dalla fede, che intuisce aver sofferto molto. Così un giorno mentre Umberto è ricoverato in ospedale decide di scrivergli: “Umberto, lasci che Dio la ritrovi… Non creda di essere solo a soffrire… non si domandi dov’è? Non cerchi Dio lontano. Perchè è vicino a lei ed è in lei! Lo ami allora con umiltà. L’eroismo non è ribellarsi. Accetti con coraggio tutto. E tutto diventerà semplice e pieno di pace!“. Umberto ne rimane sconvolto.

Che fatica, mio Dio, che fatica! Quanto ho sofferto! La mia croce è più pesante di quello che posso sopportare... Ma voglio donare con gioia, non per forza!"

Dopo lunghi mesi di ospedale Benedetta ritorna a Sirmione dove continua a dare la sua testimonianza a tantissimi ragazzi che vengono a trovarla. Le sofferenze tuttavia non mancano e questa volta non è la sua malattia a provocarle dolore ma il “vedere” sua sorella Manuela sposarsi. È come se venisse negata a Benedetta la possibilità del vivere del costruirsi un futuro. Nonostante un momento di scoraggiamento, Benedetta comprende che Gesù è il suo sposo e presto come Manuela andrà alla sua festa, all’incontro con Gesù.

"La vita è breve, passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui, per giungere in Patria."

Ormai il tempo si fa breve. Più si stringono le tenebre intorno a Benedetta e  più lei vede la luce. Esclama: “Sono in attesa di Lui… che io amo nell’aria… nel sole che non vedo più..”.
Nel dicembre del 1963 riesce a rivedere per l’ultima volta i suoi amici a Milano. Benedetta si prepara a morire
e prima di lasciare questo mondo vuole salutare tutti. Così non si stanca di parlare con chi la va a visitare e di dettare delle lettere anche nell’ultima settimana insieme alla mamma.
Nella mattina del 23 gennaio 1964, dopo che la mamma, stupefatta, vede fuori nel giardino una rosa bianca sbocciata, Benedetta muore a soli 27 anni nella sua stanza di Sirmione rivolgendo a Dio un’ultima parola: “Grazie!”
Benedetta Bianchi Porro è stata proclamata beata il 14 settembre 2019 nella cattedrale di Forlì. Il suo corpo si trova nell’abbazia di Sant’Andrea Apostolo a Dovadola (provincia di Forlì-Cesena), mentre a Sirmione, nell’ Hotel Meridiana, è visitabile la stanza dove lei ha vissuto il suo calvario e la sua morte. 

Bellissima preghiera scritta da Benedetta

Padre che ci ami più di noi stessi,
Tu sai quanto e come sbagliamo,
o Luce divina!

Padre, che sei misericordia e sai mietere il bene anche dal nostro male.
Il tuo amore rende fertile ogni fiore.

Insegnaci a trovarti negli altri
perché il prossimo è Cristo che si è fatto piccolo per aiutarci a trovarlo.

I giorni, a volte, sembrano tutti uguali
e vorrei che finisse il mio dolore,
ma dirò senza vergogna:
“Ho paura, e Tu mi aiuterai
perché sai che io esisto!”.

Un giorno capiremo
il perché di ogni cosa

 e raccoglieremo cantando!
Ora ci abbandoniamo
nel tuo Amore fedele, o Padre,
come preghiere in cammino.

Per saperne di più

LIBRI

A. Vela, Benedetta Bianchi Porro nella fede la gioia, Edizioni Messaggero, Padova.

Breve biografia: M. G. Dantoni (ed.)  Benedetta, Associazione amici di Benedetta, Stilgraf, Cesena.

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